Perché non ha senso un pianeta di riserva

Il libro "No Planet B" di Mike Berners-Lee spiega perchè non abbiamo alcun altro mondo oltre la Terra a cui affidarci. Ci sono molte cose che possiamo fare, qui e ora, per cambiare il corso degli eventi. 

di Roberto Paura

Un modo diretto ed evocativo per comprendere l’insostenibilità del modello di vita occidentale in un mondo di risorse limitate è quello di calcolare quanti pianeti Terra occorrerebbero se tutti i circa otto miliardi di esseri umani del pianeta avessero lo stesso stile di vita dei paesi più avanzati. Ovviamente, a seconda del paese di riferimento le stime variano – i paesi europei sono decisamente meno “impattanti” degli Stati Uniti, per esempio – ma mediamente occorrerebbero cinque Terre per garantire a tutti il tenore di vita di cui gode il ceto medio europeo. Ma, come ci ricorda Mike Berners-Lee in "No Planet B", edito in Italia ora dal Saggiatore, non abbiamo alcun altro mondo oltre la Terra a cui affidarci.

 

Quest’osservazione è solo apparentemente scontata. Negli ultimi anni l’idea di dotarci di un “pianeta di riserva” è entrata nel novero delle possibilità di molti tecnocrati. Marte è il naturale oggetto del desiderio; ma in teoria anche le risorse degli asteroidi, ricchi di metalli rari, o quelle della Luna (apparentemente più povera, ma la necessità aguzza l’ingegno), potrebbero rimediare alla penuria di risorse su cui si basa la nostra moderna infrastruttura tecnologica. Con l’acuirsi del problema del cambiamento climatico, il piano B ha cominciato ad assumere risvolti d’urgenza: un pianeta di riserva metterebbe la specie umana al riparo da catastrofi prevedibili o imprevedibili, assicurandoci non solo la sopravvivenza sul lungo termine, ma anche la possibilità di ricominciare da capo (magari avendo cura di non portare nella futura arca di Noè alcune di quelle specie che riducono la salute umana, dalle zanzare in giù).

 

In linea teorica, non è sbagliato sostenere che, allargando i confini della Terra allo Spazio, potremmo soddisfare il bisogno crescente di risorse e consentire una crescita economica accelerata nei prossimi decenni, trainata dai necessari sviluppi tecnologici per sfruttare le risorse spaziali. Ma, per quanto attraenti siano questi progetti, a conti fatti si scopre che è decisamente più facile, pratico ed economico rimodulare i modelli socio-economici umani per adattarli a un mondo di risorse finite. Il solo fatto che ci sembri più semplice terraformare Marte che modificare la nostra economia estrattiva è indicativo dell’epoca in cui viviamo, come afferma l’adagio ormai diffuso secondo cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Ma non c’è bisogno di sposare la decrescita felice o il socialismo estremo: in No Planet B, Mike Berners-Lee (che, per chi se lo stesse chiedendo, è il fratello di Tim Berners-Lee) non fa alcun discorso ideologico, ma certamente il suo è un discorso politico. Dire che non esiste un piano B e un pianeta di riserva è un enunciato politico, che inchioda alle loro responsabilità coloro che stanno compromettendo il futuro delle generazioni a venire indicando il dito anziché la luna (o, meglio, Marte anziché il modello economico egemonico).

 

L’enunciato politico di partenza di Berners-Lee è tanto semplice quanto radicale: “Tutte le persone hanno lo stesso valore intrinseco in quanto esseri umani” e “tutte le forme di vita contano”. Se non partiamo da qui, dalla convinzione che esista un diritto al miglioramento delle condizioni di vita della metà più povera del pianeta e che questo diritto non collida con il diritto all’esistenza delle specie viventi con cui conviviamo nella biosfera, allora è chiaro che le visioni del futuro che abbiamo sono divergenti. Il problema principale che dobbiamo affrontare nel futuro, ci ricorda Berners-Lee, “riguarda la ricchezza relativa, non quella assoluta”, cioè la distribuzione della ricchezza.

 

Guardiamo ai dati, di cui No Planet B è ricchissimo: a livello globale produciamo 5940 chilocalorie pro-capite, quasi due volte e mezzo quelle di cui abbiamo bisogno per essere in salute. Una parte enorme della produzione alimentare di origine vegetale va sprecata e un’altra parte enorme è usata per alimentare il bestiame. C’è quindi cibo in abbondanza per tutti sulla Terra, anche per una popolazione decisamente superiore a quella attuale: eppure, come ci ricorda l’Agenda 2030 dell’Onu, circa 800 milioni di persone nel mondo sono denutrite. È chiaro che il problema sta tutto in un modello socio-economico che considera poco efficiente e vantaggiosa la raccolta o la distribuzione di cibo in alcune aree, o dove altre esigenze – dagli allevamenti alla produzione di biocarburanti – spinge i coltivatori a vendere i loro terreni. Dobbiamo allora diventare tutti vegetariani? No, o almeno non necessariamente, ci rassicura Berners-Lee: ma perlomeno dovremmo sapere che due terzi di tutti gli antibiotici che produciamo sono somministrati agli animali da allevamento per stimolarne la crescita e prevenirne le malattie (anziché curarle come facciamo noi), che una parte ritorna nei nostri alimenti, creando un processo selettivo che favorisce super-batteri killer, o che a parità di peso la soia contiene una quantità maggiore di tutti i nutrienti essenziali per l’essere umano rispetto alla carne bovina o ovina, o ancora che il 23% delle nostre emissioni di gas serra deriva dalla produzione alimentare.

 

La tecnologia, però, può venirci in aiuto. Diverse tecnologie emergenti, dall’editing genomico alla carne in laboratorio, alla coltivazione indoor sfruttando l’energia solare, potrebbero significativamente ridurre l’impronta ecologica nella nostra industria alimentare e consentire a una popolazione in crescita (11 miliardi stimati a fine secolo) di risolvere il problema della denutrizione e malnutrizione senza costringerci a cercare un “pianeta B”. La tecnologia potrebbe e dovrebbe venirci in aiuto anche nel gestire il dramma della plastica, convertendo l’industria mondiale “plastico-centrica” verso la produzione e l’utilizzo di materiali sostenibili, per evitare il drammatico scenario secondo cui nel prossimo decennio la quantità di plastica dispersa negli oceani passerà da 50 a 150 milioni di tonnellate.

 

Possiamo essere ottimisti se guardiamo al modo in cui l’innovazione tecnologica sta accelerando l’efficientamento e la diffusione delle energie sostenibili. Oggi le rinnovabili producono circa il 10% dell’elettricità del mondo, anche se Berners-Lee ci ricorda che l’energia non è solo elettricità: se consideriamo anche l’energia necessaria per il riscaldamento, che non è generata dall’elettricità, il contributo delle rinnovabili scende a un ben più misero 4%. E tuttavia nello scorso decennio il tasso di crescita dell’energia solare è stato in media del 50% l’anno e l’innovazione tecnologica fa ben sperare sul fatto che si passi da una media del 16% di efficienza dei pannelli fotovoltaici attualmente in commercio al 40% entro il 2050. Il problema, però, non sta nella possibilità di riuscire a convertire l’intera produzione energetica attuale per sganciarla dai combustibili fossili: il vero problema è far sì che il fabbisogno energetico del futuro si riduca. Se infatti il nostro fabbisogno continuasse a crescere agli stessi ritmi dell’ultimo secolo, come tutto lascia credere, non ci saranno fonti d’energia in grado di reggere il ritmo: con una crescita pari a quella attuale del 2,4% l’anno, nel 2100 arriveremmo a consumare una quantità di energia sette volte superiore a quella odierna. La vera priorità per il futuro consiste dunque nel rendere la nostra civiltà tecnologica meno energivora. Su come riuscirci, però, le idee scarseggiano.

 

L’altro tema-chiave di No Planet B è il modo in cui misuriamo la crescita. La critica agli indicatori del PIL non è certo nuova, ma Berners-Lee la integra con la critica al modo in cui guardiamo agli indicatori dell’occupazione: “Considerare il numero di posti di lavoro come un metro di successo non è utile, dato che terrebbe conto di chi lavora in condizioni di schiavitù o di quasi schiavitù ma non delle molte persone che vivono una vita piena di senso, positiva, pur non avendo un impiego retribuito”, scrive l’autore. “Inoltre, chiunque sia pagato per far cose che tendono a demolire la società o a distruggere il pianeta entrerebbe nelle statistiche sull’occupazione, mentre coloro che lavorano senza essere pagati per tenere unite le persone e il pianeta ne resterebbero esclusi”. In base a questi criteri, consideriamo utile il lavoro in un call-center per telefonare a persone e proporre loro offerte su servizi di cui non hanno bisogno, e discutiamo dell’importanza dell’industria delle armi o del gioco d’azzardo perché producono occupazione.

 

Aprire gli occhi su questi corto-circuiti potrebbe decisamente aiutarci a immaginare un futuro diverso in cui i grandi problemi del presente possano davvero trovare soluzione, e non solamente essere posposti o risolti a scapito di altri. Questo cambio di paradigma, secondo Mike Berners-Lee, richiede otto nuove capacità che l’umanità deve impegnarsi a coltivare: 1) prospettiva d’insieme (un modo di pensare globale per risolvere problemi globali); 2) empatia globale (“Se la nostra idea di tribù non abbraccia il mondo intero, siamo destinati ad andare incontro a un brutto futuro”); 3) pensiero rivolto al futuro (ragionare su orizzonti temporali di lungo termine); 4) apprezzamento di ciò che è semplice, piccolo e locale (“È la capacità che ci permetterà davvero di convincerci che «se è abbastanza ci può bastare»”); 5) autoriflessione (ossia “comprendere il mondo attraverso la comprensione di noi stessi”); 6) pensiero critico (“porsi domande scrupolose su ciò che ci viene detto, e sulle motivazioni, i valori e le competenze che si nascondono dietro a ciò che ci viene detto”); 7) pensiero complesso e complicato (comprendere le interconnessioni e affrontare le sfide di ogni nodo); 8) prospettiva coordinata (nessuna competenza da sola ci salverà, ma solo l’insieme coordinato di capacità diverse).

 

Un ultimo appunto riguarda la riflessione di Mike Berners-Lee sul ruolo delle religioni. Se è indubbio che i fondamentalismi religiosi rappresentino un ostacolo significativo al progresso umano, l’osservazione secondo cui uno scienziato non può che sentirsi frustrato di fronte alle asserzioni di chi ritiene che il mondo abbia seimila anni e che quindi i cambiamenti climatici non esistano è profondamente limitante. Berners-Lee se l’è sentita rivolgere nella tecnosfera della Silicon Valley, dove la contrapposizione tra progresso tecno-scientifico e ignoranza fondamentalista è funzionale proprio a quella retorica che No Planet B vorrebbe contrastare. Per fortuna, coloro che credono che il mondo abbia seimila anni sono pochi e vivono perlopiù nella Bible Belt americana. Al di fuori di essa, non c’è solo la mindfulness e le versioni occidentalizzate del buddhismo, che secondo l’autore possono essere utili per affrontare i grandi problemi globali attraverso princìpi come l’interdipendenza e la compassione. Basti pensare all’enorme risonanza ricevuta dall’enciclica Laudato si’ del 2014 e alla sua lungimirante disamina dei problemi del futuro: anche da qui è possibile prendere spunto per coltivare le nuove capacità del XXI secolo, perché la messa in discussione di un paradigma centrato sulla massimizzazione dell’utilità e del benessere individuale è alla base della dimensione genuinamente spirituale della civiltà umana.

 

di Roberto Paura, Italian Institute for the Future

Lunedì 12 Ottobre 2020