Dodici interrogativi per costruire un 2050 sostenibile

L’Agenda 2030 dell’Onu, con i suoi 17 Obiettivi condivisi da tutte le nazioni del mondo, è una bussola preziosa: ci indica una direzione, ma non traccia la mappa del futuro. Andando oltre i prossimi dieci anni, come garantire a metà di questo secolo una vita “decente” a nove miliardi di persone senza distruggere il Pianeta?

di Donato Speroni

Da almeno dieci anni mi occupo di futuro. Nel 2012 con Gianluca Comin, ho pubblicato per Rizzoli “2030 La tempesta perfetta – Come sopravvivere alla grande crisi”, un grido di allarme che è stato poi superato dagli eventi, perché la tempesta perfetta, intesa come minaccia alla nostra civiltà, c’è piombata addosso ben prima del 2030, data ipotizzata all’epoca dal capo dei consulenti scientifici del governo inglese John Beddington. Nel 2019, con Enrico Giovannini e la photo editor Manuela Fugenzi, ho pubblicato per Laterza “Un mondo sostenibile in 100 foto”, un libro di immagini bellissime e di testi che si propongono di richiamare l’attenzione dei giovani sui temi della sostenibilità. Dal 2016 sono responsabile del sito asvis.it, nel quale per conto dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, oltre a dar conto delle attività dell’Alleanza, pubblichiamo tutte le segnalazioni utili per seguire il percorso del mondo verso il raggiungimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs nell’acronimo inglese) indicati nell’Agenda 2030 dell’Onu e settimanalmente ne commento l’evoluzione con un editoriale. Infine, da maggio, con Luca De Biase, sono corresponsabile del sito futuranetwork.eu, nato per iniziativa dell’ASviS, con il concorso di altre eminenti istituzioni che si occupano di studi sul futuro, per stimolare un dibattito inclusivo sulle scelte necessarie per un futuro sostenibile.

Insomma, a questi temi ho dedicato molta passione e vorrei fermarmi un attimo a riflettere sul nostro metodo di lavoro. In un recente intervento sul Corriere della Sera, la scienziata Ilaria Capua ha detto che spetta a noi più anziani riordinare il grande libro dei dati, per consentire ai giovani di prendere le decisioni necessarie. Quali sono i nostri attrezzi conoscitivi, nell’ impegno per mettere il mondo su un sentiero di sviluppo sostenibile?

  • Una bussola, l’Agenda 2030, che ci dice come procedere per realizzare i Sustainable development goals, misurando progressi, ritardi e avvicinamenti ai 169 target dei 17 Obiettivi, generalmente quantificati al 2030. È uno strumento prezioso, ma non risolutivo: rappresenta il punto di convergenza che fu possibile raggiungere nel 2015 tra i 193 Paesi firmatari dell’Agenda 2030. Ci dice che se davvero raggiungessimo gli Obiettivi, il mondo sarebbe più sostenibile, ma non ci assicura che nel 2030 ci affacceremmo su un futuro di sicuro equilibrio sociale ed ambientale.
  • Una serie di dati, rilevazioni e studi, quasi tutti settoriali, che descrivono la situazione e l’evoluzione nei vari campi coperti dagli SDGs, dalle disuguaglianze sociali alla parità di genere, dal cambiamento climatico alla biodiversità e che talvolta proiettano questi studi negli anni a venire, anche oltre il 2030, senza però tenere conto quasi mai della complessità. cioè delle interazioni con gli altri obiettivi. Per esempio, possiamo riuscire a portare fuori dalla povertà estrema il miliardo circa di persone che ancora vivono con 1,90 dollari al giorno (50 euro al mese), ma non abbiamo idea della sostenibilità di un Pianeta nel quale, come prevede la Banca mondiale, la classe media, (cioè quella che guadagna dai 250 ai 2500 euro al mese) aumenta da 1,8 a 4,8 miliardi di persone, con tre miliardi di consumatori in più che vorranno avere i nostri standard di automobili, frigoriferi e consumi di acqua o di carne, tanto per fare qualche esempio.
  • Numerosi studi metodologici sulla costruzione di scenari futuri, un settore in cui eccellono i futurologi italiani (che però vogliono farsi chiamare “futuristi”) ma che ci restituiscono quasi sempre scenari parziali, limitati a specifici settori. Non mi sembra, insomma, che ci sia al momento un lavoro paragonabile a quello che fu nel 1972 “The limits of growth”, promosso dal Club di Roma. sulle cui previsioni ci stiamo confrontando ancora adesso.

Proviamo ora a rovesciare la procedura. Immaginiamo, per il bene dei nostri figli e nipoti, di chiederci come deve essere un mondo che sia totalmente sostenibile nel 2050.Un mondo che abbia quindi alcune caratteristiche fondamentali:

  • Equilibrio demografico, cioè una popolazione di circa nove miliardi di persone, destinata a crescere fino a 11 nel 2100 per l’allungamento della vita e l’abbattimento della mortalità infantile, ma sostanzialmente in via di stabilizzazione.
  • Equilibrio sociale, che non significa uguaglianza per tutti, ma limitazione dell’eccesso delle disuguaglianze per evitare situazioni che possono diventare esplosive e alimentare guerre e violenze.
  • Adeguata distribuzione della popolazione mondiale, anche tenendo conto delle zone che dovranno essere abbandonate per l’innalzamento dei mari, l’aumento dei fenomeni meteorologici estremi, il riscaldamento divenuto insostenibile nelle fasce tropicali a seguito di dell’aumento delle temperature che ormai è in parte inevitabile.
  • Emissioni zero, cioè nessun aggravamento ulteriore della quantità di gas serra accumulata fino a quel momento nell’atmosfera.
  • Consumo delle risorse del Pianeta corrispondente a quelle prodotte dal Pianeta nello stesso periodo di tempo. In altre parole, l’Earth overshoot day che si colloca a fine luglio (tranne quest’anno che è migliorato fino al 22 agosto a causa del rallentamento delle attività economiche provocate dal Covid)  e corrisponde al consumo di un Pianeta e mezzo, deve ritornare al 31 dicembre.

 

È ovvio che lo scenario che possiamo costruire oggi non corrisponderà ai del tutto a quello effettivo che si potrà realizzare, anche perché ci sfuggono incognite fondamentali come le accelerazioni tecnologiche ed eventuali catastrofi come questa pandemia. Ma forse la costruzione completa di una Utopia sostenibile, per riprendere il titolo del libro di Enrico Giovannini pubblicato da Laterza nel 2018, può aiutare a definire un percorso per realizzarla in tutte le sue implicazioni. Invece di avere solo una bussola (l’Agenda 2030) avremmo anche una mappa della terra che dobbiamo esplorare.

A mio avviso, la costruzione dello scenario “2050 sostenibile” deve almeno rispondere a queste dodici domande:

1) Riusciremo a porre sotto controllo l’aumento della popolazione? Le previsioni più attendibili formulate dall’Onu (come ho detto, circa nove miliardi nel 2050 e una stabilizzazione a 11 miliardi nel 2100) contengono una grossa incognita: l’Africa, la cui popolazione sta crescendo dai 250 milioni di abitanti del 1950 ai prevedibili. 2,5 miliardi del 2050. Mentre nel resto del mondo si assiste a una progressiva riduzione del tasso di fecondità, in gran parte dell’Africa prevale ancora il modello culturale della famiglia molto numerosa per assicurarsi un futuro attraverso i figli. Il cambiamento di questo stereotipo presuppone un grande lavoro, dalla lotta ai matrimoni infantili all’accesso generalizzato alle informazioni sul controllo delle nascite. Purtroppo sulla politica demografica le Nazioni Unite sono in ritardo: l’ultima Conferenza internazionale sulla popolazione, se non vado errato, si è tenuta al Cairo nel 1994. L’Agenda 2030 si limita a sfiorare i temi del family planning, senza obiettivi quantitativi, perché pregiudizi politici e religiosi hanno impedito un impegno esplicito su questo punto.

2)   Quali devono essere i consumi di una famiglia media in un mondo totalmente sostenibile? Proviamo a dare una prima risposta basandoci sui dati del Global footprint e su quelli del prodotto interno lordo, nell’ipotesi che il Pil sia indicativo della quantità di risorse prodotte dal Pianeta e utilizzate per consumi e investimenti. Abbiamo detto (sulla base dei dati 2019, più significativi di quelli eccezionali del 2020) che l’umanità consuma il 42% delle risorse in più di quelle che il Pianeta è in grado di produrre, pur con grandi differenze territoriali: se tutta l’umanità consumasse come gli Stati Uniti avremmo bisogno di cinque pianeti, se come l’Italia due pianeti e mezzo. Se proviamo a prendere il Pil pro capite mondiale, (pari a 11.376 dollari nel 2019, secondo la Banca mondiale) e andiamo a vedere quale Paese ha un Pil pro capite pari ai 7/12 di questa cifra, ricaviamo un numero, 6.636 dollari, che si avvicina molto al Pil pro capite attuale dell’India. Per avere un mondo sostenibile oggi dovremmo dunque vivere secondo gli standard di consumo medi dell’India, che corrispondono per la media italiana a un arretramento di oltre cinquant’anni. Ci sono però molte variabili che rendono questo discorso molto diverso dalle teorizzazioni della “decrescita felice” e complessivamente più accettabile. Innanzitutto, dobbiamo tenere in considerazione gli aumenti di produttività, che dovrebbero rendere tutto il mondo più ricco: se il Pil mondiale aumentasse anche solo del 2% all’anno, smaterializzandosi, cioè essendo composto sempre più da servizi e sempre meno da beni che incidono sulle risorse del Pianeta, la nostra “famiglia sostenibile” di tre persone avrebbe a disposizione non 20mila ma 40mila dollari all’anno. Sarebbe interessante esplorare la potenziale composizione dei consumi di questa famiglia. Comunque stiamo parlando di un netto arretramento rispetto agli 80mila euro circa del Pil pro capite di una famiglia italiana di tre persone. E sarebbe interessante ipotizzare quali consumi sarebbero compatibili e quali no.

3)   Quali livelli di disuguaglianze possono considerarsi accettabili al 2050 al fine di uno sviluppo sostenibile? Oggi le disparità di reddito sono in crescita, non solo tra Paesi ricchi e poveri, ma anche negli Stati emergenti. Oltre un certo limite, le diseguaglianze creano insostenibilità sociale. Tuttavia, mentre abbiamo modelli econometrici che, per quanto difettosi, ci aiutano a formulare previsioni sugli andamenti futuri dei sistemi economici e anche a prevedere possibili crisi, non abbiamo modelli “sociometrici” che ci dicono quando un sistema rischia di collassare per insostenibilità sociale.

4)   Le disuguaglianze non riguardano solo il reddito, ma anche l’accesso all’istruzione e alla sanità, a tutto quello che tutela il “capitale umano”. Una popolazione poco istruita è certamente più suscettibile a condizionamenti demagogici che allontanano le soluzioni anziché avvicinarle. E come evitare gli eccessivi squilibri che di fronte a una medicina che avrà sviluppi quasi inimmaginabili e potrebbero accentuare le differenze nella speranza di vita, anche perché non tutti avranno i mezzi per accedere alle cure più costose?

5)   Come può porsi il problema della distribuzione del lavoro, considerando che la produzione di ricchezza sarà fortemente automatizzata, ma che il lavoro fa parte dello status di un individuo nella società, oltre che essere la fonte del suo reddito? Bisogna puntare a un reddito universale a tutela dei più deboli, come sostengono molti esperti, oppure questo sarebbe fonte di frustrazione ed emarginazione? Si può dividere diversamente il lavoro per attuare davvero lo slogan “lavorare meno lavorare tutti”? E come deve cambiare il rapporto tra tempi di lavoro, tempi di formazione e modallità di pensionamento?

6)   Come cambierà la configurazione delle città? Oggi la metà della popolazione mondiale vive nelle città e le previsioni generali prevedevano una urbanizzazione pari a tre quarti dell’umanità nel 2050; insomma, si diceva che il futuro si sarebbe giocato nelle metropoli. La pandemia ha però accelerato l’esperienza del lavoro on line, che per molti rimarrà una modalità abituale, e (in particolare negli Stati Uniti) ha accelerato un processo di deflusso delle classi medie dai centri cittadini. Meno pendolarismo verso i centri metropolitani può anche mettere in crisi molte attività di servizio, come ha denunciato di recente il sindaco di Milano Giuseppe Sala. Andiamo verso una diversa configurazione della struttura delle città e dei rapporti tra grandi e piccoli centri, come teorizza l’architetto Stefano Boeri?

7)   Come dovrebbero configurarsi i consumi energetici nel 2050, per arrivare all’obiettivo di non aggravare ulteriormente la quantità di gas serra disciolta nell’atmosfera e quanto si dovrebbero accelerare i processi già in corso? Le previsioni dell’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea) ci dicono che anche rispettando gli impegni presi finora da numerosi Paesi attraverso le “Intended national determined contributions” dichiarate alla Cop 21 di Parigi nel 2015, il contributo dei fossili (carbone, petrolio, gas naturale) alla produzione di energia primaria scenderebbe dall’attuale 81 al 74%nel 1940; anche cn politiche più stringenti ipotizzate dalla Iea si scenderebbe al 60%. Insomma, certamente non si arriverebbe a “emissioni zero nel 2050”. Un accesso accelerato alle energie rinnovabili comporterebbe una più rapida dismissione di impianti anche non completamente ammortizzati, una tassa sulle emissioni di carbonio, aiuto e trasferimenti tecnologici ai Paesi in via di sviluppo perché possano soddisfare la loro fame di energia con fonti non inquinanti e che non contribuiscano all’effetto serra.

8)    Quali innovazioni tecnologiche saranno indispensabili per affrontare efficacemente le sfide del futuro, a cominciare dall’abbattimento dello stock di gas serra nell’atmosfera? Una copertina dell’Economist denunciò una verità sempre taciuta: anche se si riuscisse ad abbattere rapidamente le nuove emissioni, per ridurre sostanzialmente la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera servono tecniche di “sucking up carbon”, riassorbimento della CO2. Ma gli investimenti in queste tecnologie sono ancora troppo limitati per ottenere risultati adeguati. Da quella copertina sono passati tre anni, ma le cose non sono cambiate.

9)   Quale equilibrio tra gli uomini e le macchine (e tra umani normali e “potenziati”) può essere considerato accettabile se vogliamo evitare o comunque dominare la “singolarità” cioè l’epoca in cui gli algoritmi prevarranno totalmente sulle decisioni umane? Nel giro di pochi anni la nostra delega alle macchine, in grado di apprendere a velocità spaventosa grazie all’Intelligenza artificiale generale, potrebbe diventare così estesa da essere irreversibile. Alcuni, come  Raymond Kurzweil, vedono questa “età della singolarità” in senso positivo, altri come il creatore di Tesla Elon Musk ci mettono in guardia dai rischi di una perdita di controllo. È peraltro vero che anche la specie umana si sta evolvendo integrandosi sempre più con le macchine: i nostri smartphone sono ormai una estensione del nostro corpo. Ma come ammoniva anni fa il libro “The evolution man” in un futuro non lontano si rischia anche un conflitto tra “potenziati”, esseri umani disposti a usare droghe per eliminare il sonno e accelerare l’apprendimento e magari impianti nel cervello per trasmissioni telepatiche, e “naturali” che rifiuteranno questa evoluzione dell’homo sapiens in cyborg.

10)  In ogni caso l’aumento delle temperature sarà inevitabile e comporterà adattamenti difficili, anche per la necessità di riallocare centinaia di milioni o miliardi di persone che non potranno più vivere nelle zone costiere o che dovranno abbandonare aree invivibili per il caldo. Come si può ipotizzare una soluzione sostenibile a questo problema che chiaramente non può essere risolto con i muri e tanto meno con stermini di massa? La Gallup ci dice che già oggi il 15% della popolazione mondiale, se potesse, cambierebbe Paese: un miliardo di persone pronte a fare le valigie, che rendono tutti gli equilibri demografici (e politici) molto instabili e che costituiscono un problema di fronte al quale non possiamo risolvere cacciando la testa sotto la sabbia.

11) È pensabile che tutti questi sconvolgimenti siano gestiti senza un governo mondiale o comunque senza una forte delega a istituzioni di governance internazionale? L’Onu festeggia quest’anno i suoi 75 anni e non è un bel momento per le istituzioni globali. Tuttavia il mondo è avvolto da una fitta rete di agenzie multilaterali e di accordi nei settori più svariati, senza i quali si vivrebbe molto peggio. Donald Trump ha fatto il possibile per smantellare tutta questa costruzione, ma molti problemi, dalla crisi climatica ai movimenti di popolazione, per non parlare delle pandemie, non possono essere affrontati dai singoli Stati nazionali.

12) Infine la domanda delle domande. Quali livelli di privacy e di tutela dei diritti individuali potranno essere mantenuti in un mondo nel quale i controlli saranno sempre più facili ed estesi? In un editoriale sul sito dell’ASviS ho segnalato i controlli sperimentali sui bulbi oculari degli studenti cinesi per verificare in ogni momento il loro livello di attenzione in classe. È evidente che il tracciamento dei nostri comportamenti, il riconoscimento facciale, la categorizzazione sulla base delle nostre scelte espresse via internet consentiranno un controllo sui cittadini del futuro ben superiore anche a quello immaginato nelle peggiori distopie.  Sarà possibile una reazione? A livello individuale, come suggeriscono alcuni, cancellando tutte le proprie tracce? O a livello collettivo imponendo regole stringenti?

Ovviamente questi 12 punti non esauriscono tutti gli interrogativi che possiamo porci sul mondo del 2050. Ma spero che aiutino a capire una cosa: la nostra grande ignoranza (e disattenzione) rispetto alle sfide che noi, e soprattutto i nostri figli e nipoti, dovranno affrontare nei prossimi 30 anni.

Trent’anni fa le due Germanie si riunificavano, l’Iraq invadeva il Kuwait provocando la prima guerra del Golfo, Achille Occhetto cambiava nome al Pci in Pds. Eventi che molti di noi ricordano perché che non sono poi così lontani. Anche il 2050 è poco più in là dell’orizzonte. Auguri ai giovani che dovranno affrontarlo. Noi che con tutta probabilità non ci saremo dobbiamo darci da fare per aiutarli a prendere decisioni adeguate alle sfide dei tempi.

 

29 agosto 2020

 

(dal blog “Numerus” sul sito del Corriere dell Sera)

Lunedì 31 Agosto 2020