Il futuro ai tempi del Covid-19: quattro scenari

Progettare scenari in questa fase richiede uno sforzo non comune.

di Thomas Bialas, social futurist

Come sarà il mondo, la società, l’economia post Coronavirus? Jeremy Rifkin tira in ballo il Glocal e le Bioregioni, anche se, a onor del vero, era roba già tirata in ballo pesantemente nel 2001 ai vari Genova social forum e affini. Il Mit tira in ballo la shut-in economy che chiude i confini per aprire all’on demand come mantra protettivo e di riadattamento e i think tank di mezzo mondo, in eccitata fibrillazione, tirano in ballo nuovi scenari. Contribuisco con quattro scenari che sono altrettanti racconti o miti del futuro, rigorosamente narrativi. Non fidatevi troppo di coloro che danno i numeri sul futuro. Dati, percentuali, grafici, torte, tabelle e analisi predittive, con o senza intelligenza artificiale, danno un tocco di convincente eleganza a ogni discorso. Ma come tutti dovrebbero sapere: l’abito non fa il monaco. Il futuro non si può misurare, ma solo immaginare. Uno scenario onesto non si nasconde dietro le quinte gridando dei numeri, perché uno scenario onesto è una quinta e come a teatro rende visibile il contesto che fa da sfondo alle future vicende umane. Tutto qui.

P.S. Un ringraziamento va a Luca De Biase per aver coniato il termine blocal.

Scenario 1 - Tutti contro tutti e tutto

Blocal: un mondo totalmente isolato

Altroché local, qui si blocca tutto. In principio fu lo shutdown e lo shutdown è diventato la normalità, accettata e perpetuata. L’“America First” diventa il diktat di ogni paese. Dopo il nazismo arriva “l’immunismo”. La nuova razza “immunariana” è quella che tutto può: socializzare, mentre tutti gli altri si devono isolare e sottostare a regole ferree. È normale scannerizzare il chip inserito nel polso quando si entra in metropolitana, è normale inviare dati sanitari prima di un appuntamento, è normale avere permessi per lasciare il paese, è normale farsi tracciare negli spostamenti da app (come in Cina) per verificare la razza di appartenenza ed è normale vivere in ghetti non Corona free. In questo contesto il commercio globale è un ricordo del passato e gli accordi fra singoli paesi garantiscono solo i servizi di base. Alcuni highlights. Blocal è un nazionalismo protetto dalle nuove SSS (le Sicherheitschutzstaffel per la Società Super Sicura). Lo Stato usa tutti i mezzi per proteggere i suoi cittadini, anche suscitando paure profonde e cibo reso artificialmente scarso. Il mercato nero e il baratto sono fiorenti. Il nuovo “sangue e suolo” si esplica nella deurbanizzazione spinta: la campagna acquisisce potere. Chi può si trasferisce fuoriporta e produce cibo per gli abitanti poveri della città. Single, nomadi digitali, patiti del co-living e sharing, hipster urbani ecc., troppo dipendenti dai trasporti e dai flussi globali delle merci, sono la nuova classe precaria. Blocal diffonde astutamente la germofobia e, dunque, il desiderio di sterilità con conseguente diffidenza verso prodotti la cui origine non è chiaramente rintracciabile. Ovviamente l’importazione è limitata a quello che non si può produrre isolatamente. I grandi eventi con più di mille persone sono banditi (a esclusione degli appartenenti alla razza “immunariana”), così come tutta la vita culturale, musicale e sportiva che viene fruita gratuitamente dal popolo dal divano di casa propria. Il grosso della vita sociale si svolge negli immensi spazi virtuali messi a disposizione dallo Stato. Il cambiamento climatico non viene mai più nominato.

Scenario 2 - Tutti spiano tutti e tutto

Predetective: un mondo totalmente investigato

E dopo il capitalismo della sorveglianza, arriva il virus della sorveglianza. I cittadini si guardano in cagnesco e si sottomettono al system crash permanente. Il virus è stato una brutta scossa dal quale il mondo non si è più ripreso. La fiducia nella cooperazione globale è crollata. Domina a livello politico e sociale un nervosismo strisciante. Ogni giorno è un buon giorno per una nuova crisi. Questo il sentimento dominante. Alcuni highlights. Gli attriti nelle relazioni fra i Paesi sono all'ordine del giorno: recriminazioni reciproche, minacce e tensioni si alternano a sforzi di cooperazione, perché tutti sanno che nell’economia globale ognuno è costretto a dipendere dall'altro. Il nearshoring si afferma come paradigma ideologico, tuttavia resta la dipendenza delle relazioni commerciali internazionali per il flusso di merci e materie prime. Le megalopoli globali sono più che mai i luoghi più nervosi al mondo: qui le tensioni tra flussi finanziari, di servizi e di merci nazionali e internazionali si fanno sentire costantemente. La privacy, che da sempre fa ridere per la sua reale inconsistenza, non viene neanche più nominata. Il rating del “buon cittadino” in stile Orwell, diffuso dalla Cina già nel 2020 con il rassicurante termine “social credit system”, si diffonde come letale virus della sorveglianza: scrutare e valutare. Il curriculum biometrico, che misura le caratteristiche fisiologiche o comportamentali, è comunemente accettato come fatale normalità, come pure la gestione dei dati sanitari, ormai affare di stato. Tutti sono condannati alla paranoica sorveglianza reciproca. Un aiuto in tal senso viene dalla tecnologia sempre più invasiva. Big data, intelligenza artificiale, analisi predittive e cybercrime istituzionalizzato, tutto fa brodo per diffondere scenari di crisi e al contempo spiare e indebolire i concorrenti internazionali o altri stati. Il tutto può sfociare da un momento all'altro nel temibile AAA cercarsi regime autocratico automatico artificiale.

Scenario 3 - Tutti condividono tutto con tutti

Hereconomy: un mondo totalmente neotribale

La complessità del mondo globalizzato, minaccioso e virulento, spinge tutto verso l’interno e verso la vita locale. Hereconomy: qui è il mondo e qui mi impegno, qui sono i problemi e qui li risolvo, qui sono le opportunità e qui le colgo. Piccolissimo è bellissimo. Le comunità con un forte senso di appartenenza, identificazione e differenziazione una rispetto all’altra, si consolidano. Il “Noi” e la sostenibilità diventano un valore globale ma solo in ambito locale (la “Noitribù”). Alcuni highlights. Ovunque si afferma l’individualizzazione neotribale. La gente non si fida più delle istituzioni e delle alleanze sovranazionali, né del loro potere di agire. La paura del contagio e l’allontanamento dalla comunità mondiale globale porta al ritiro nella sfera privata e alla riscoperta della domesticità. I grandi eventi sono praticamente inesistenti, ma si fa molto streaming e realtà virtuale. La solidarietà di vicinato ha priorità assoluta con strutture fisse per aiutarsi, condividere e scambiare prodotti e servizi. La cosiddetta provincia progressista raggiunge il suo apice. I mezzi pubblici vengono sostituiti da biciclette ed e-scooter. I viaggi a lunga distanza perdono appeal e il settore turistico passa dai fasti dell’overbooking allo snellente downsizing. Per il neotribale il viaggio è solo risonanza e arricchimento personale. “There is no place like home” cantava Judy Garland nel film Il mago di Oz. Ed è così anche per l’economia. Le imprese tornano a casa per affermarsi con il motto “again made here”.
La nuova autarchia regionale si diffonde a macchia d’olio. La capitalistica crescita forzata viene sostituita da una rinnovata visione post crescita. Antiche tecniche artigianali e tradizionali vengono rispolverate e affiancate da principi in passato nominati, ma mai veramente praticati, come la circular economy, il cradle to cradle o la reconomy. Su tutto domina il principio “una volta c’era troppo di tutto, ma niente di abbastanza” ovvero la “enoughnesseconomy. New work: il nuovo mantra post coronavirus si chiama flexicurity home office e praticamente tutti i contratti e transazioni avvengono nel mondo digitale e virtuale.

Scenario 4 - Tutti comprendono tutti e tutto

Holisticommons: un mondo totalmente resiliente

Il mondo ha fatto tesoro della crisi e reagito mettendo in primo piano il tocco umano come elemento stabilizzatore. We culture, glocalizzazione, post individualismo, slow down, che esistevano già prima della crisi come esistenzialità di nicchia, diventano mainstream e avvolgono tutta la società con una grande coperta resiliente e adattiva. Alcuni highlights. Il coronavirus ha innescato un’autopurificazione dei mercati con profonda riflessione collettiva sull’origine dei prodotti, servizi e scambi. Commercio stazionario e prodotti regionali fioriscono. Online e offline, commercio locale e globale vivono in perfetta simbiosi ed equilibrio. La posizione monopolistica di player come Amazon e Alibaba si scioglie a favore di una moltitudine di piccoli operatori locali, meno dipendenti dalla produzione globale. L’usa e getta viene gettato via come “modus consumandi”.  Il coronavirus ha portato a una visione olistica della salute umana e del pianeta, dove tutto deve essere compreso e gestito in comune (bene comune). Salute sociale e salute individuale viaggiano di pari passo. Un nuovo mindset unisce gli sforzi di urbanisti, governi, imprese e innovatori per creare città sane e vite sane. La consapevolezza di vivere in una società del rischio globale ha rotto ogni isolamento a favore di una democraticità della conoscenza: gli Stati nazionali perdono rilevanza,

le città collegate a organismi sovranazionali dominano la scena in una logica di glocalizzazione cooperativa. La solidarietà e la cultura del “Noi” si affermano come valore universale. Il motto “chi divide perde, chi condivide vince” si afferma in economia e società. Big data, analisi predittiva e intelligenza artificiale vengono ora utilizzati in modo eticamente costruttivo per ridurre al minimo tutti i rischi per tutti i paesi. Imparare l’uno dall’altro, e un approccio sistemico e non specialistico della conoscenza, portano l’umanità verso l’età dell'oro empatico. Questo nuovo spirito plasma anche i media: il giornalismo costruttivo diffonde ora soluzioni anziché aberrazioni fatte di allarmismi e notizie false.

Idee sul futuro

È un dannato clusterfuck

È tutto fottutamente complesso. Non fai in tempo a metabolizzare il cambiamento climatico e quello del lavoro che arriva un minuscolo virus che fa saltare il banco. D’altra parte le catastrofi esistono per accadere. Da tempo viviamo nel mondo Vuca (volatility, uncertainty, complexity, ambiguity) e, infatti, se nel secolo scorso i mercati azionari crollavano ogni 30 anni, oggi i “flash crash” si verificano mese dopo mese. Per alcuni tutto questo si chiama clusterfuck, un termine coniato ai tempi della guerra in Vietnam dal poeta e attivista hippie Ed Sanders per definire situazioni caotiche fatte di incompetenze, errori e ambienti complessi. In pratica, è quando la legge di Murphy colpisce con tutta la sua forza in ogni direzione: non “se qualcosa” ma “se tutto” può andar male, lo farà. Clusterfuck, e se non amate questo volgare slang, c’è spazio nella narrativa cara alla futurologia per molti altri termini come i cigni neri, le wild cards o gli X events ben descritti da John Casti, teorico dei sistemi complessi, nel libro dal titolo omonimo del 2012
il cui sottotitolo the collapse of everything” non lascia presagire niente di buono. Negatività dunque, ben espressa anche dal recente saggio This is not a recession. Its an ice age” pubblicato dal mensile The Atlantic. D’altronde, come insegna il cinema, il pubblico adora la trama apocalittica. Tutto questo clima Mad Max mi dà sui nervi. E se tutto fosse completamente diverso? Nel senso di molto diverso da quello che ci aspettavamo negativamente? Più complessi diventano i sistemi, più i sistemi imparano ad affrontare le perturbazioni auto-stabilizzandosi. Non bisogna per forza disintegrarsi. Siamo forse tutti vittime di un deviato “Bias catastrofico-cognitivo”? Le catastrofi vengono evitate se le concepiamo come messaggi. È improbabile che si verifichi la catastrofe se non la creiamo noi con la nostra paranoia. Se vogliamo prevedere il futuro, allora dobbiamo progettarlo, in meglio, magari diffondendo una bella epidemia dell'empatia.

Futuro uguale all’infinito

Il Mit technology review spera che la profondità di questa crisi costringa finalmente tutti i paesi, e gli Stati Uniti in particolare, a porre rimedio alle palesi ingiustizie sociali che rendono così intensamente vulnerabili ampie fasce della loro popolazione. Non solo, sempre secondo il Mit i risvolti positivi non mancheranno: la diminuzione dei viaggi ridurrà l’impatto sull'ambiente, sarà favorito il ritorno a filiere produttive locali, a spostarsi a piedi o in bicicletta, riscoprendo il piacere (e il valore) di una passeggiata all’aria aperta, saranno potenziati i sistemi sanitari e le attività di ricerca scientifica e le nuove scoperte saranno utili per evitare nuove pandemie. Sarebbe bello, ma forse non sarà così. L’uomo torna quasi sempre sui suoi passi e si fa guidare dalle sue ombre che lo spingono fatalmente verso la stessa ciclica direzione voluta. Friedrich Nietzsche a proposito dell’eterno ritorno infatti scrive: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande co- sa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e tu con essa, granello della polvere». E se avesse ragione lui? E se il nostro futuro si ripetesse uguale all’infinito senza mai veramente cambiare? E se questa drammatica vicenda non ci insegnasse propria nulla? E se i ricchi restassero ricchi e i poveri restassero poveri? E se i furbi, i razzisti, i cinici, gli altruisti, gli innocenti, i buoni, restassero sempre uguali a sé stessi, così all’infinito? Dio non voglia, ma la storia ha spesso la pessima abitudine di ripetersi. Dopo la Prima guerra mondiale e l’influenza spagnola arrivarono i compensatori anni 20. A me non dispiacerebbe una nuova età del jazz e dei nuovi ruggenti anni 20 stile Berlino, creativi e trasgressivi, certo, magari senza nazismo a seguire, ovvio. Ma ovviamente anche il rischio dell’eterno comportamento resta. Come ammonisce, in una recente intervista su Zeit, l’antropologo David Graeber, «quando questa crisi sarà finita, la gente farà finta che sia stato solo un brutto sogno? Dopo la crisi finanziaria del 2008, si è osservato qualcosa di simile. Per qualche settimana tutti dicevano: Oh, tutto quello che pensavamo fosse vero non lo è affatto! Finalmente sono state poste domande fondamentali: che cos’è il denaro? cosa sono i debiti? Ma a un certo punto si è improvvisamente deciso: fermi tutti, lasciamo perdere. Facciamo finta che non sia mai successo. Facciamo di nuovo tutto come prima». Il rischio c’è e la satira lo sa da sempre.  “Saremo più poveri ma stronzi uguale” titolava in prima pagina nel 1992 il settimanale Cuore. Condivido. Nemmeno il coronavirus ci renderà migliori.

Troppo occupati per il futuro?

Fino a ieri si correva come al solito, sicuri di arrivare da qualche parte. Certo il cambiamento climatico stava diventando una brutta gatta da pelare, la natura era in fiamme (dall’Amazonia all’Australia) ma che diamine, potevamo ancora farcela, magari con delle buone pratiche di Corporate climate responsibility, magari con un climate transformation manager, magari con politiche europee di neutralità climatica veramente condivise, magari con scelte plastic free e auto elettriche per tutti. E poi c’erano tutte quelle belle promesse della tecnologia (singolare o artificiale poco importa). In fondo basta un’app, un algoritmo, un drone o al limite un po’ di mindfulness per avere il presente saldamente in mano. E il futuro? A dirla tutta, non fregava niente a nessuno. Era utile per le chiacchiere da TED Talks, puro svago. La vita, e il business, sono adesso. Insomma eravamo troppo occupati per il futuro, ora invece (a causa di uno stupido virus) siamo troppo preoccupati per il futuro. Non si parla d’altro. D’accordo, ma per fare cosa? Per ricreare lo stesso identico status quo? Per filosofi, sociologi, eruditi e intellettuali di varia natura questo è il solenne momento di “ora o mai più”. Un’occasione da non perdere per disegnare una nuova civiltà più giusta ed equilibrata. Ma chi ha voglia di ascoltarli. Forse ascolteremo solo il solito richiamo della foresta “liberi tutti”. La post emergenza potrebbe produrre un’accelerazione industriale esponenziale per tornare a regime, in un contesto dove tutto sarà permesso: ecocidio, indebitamento, deregolamentazione e colpi bassi, per esempio per rastrellare imprese e attività in difficoltà (con o senza contributo della criminalità organizzata). Passeremo dall’ambito zero waste all’infinity waste, e la plastica potrà gridare orgogliosa: “I’m back and forever” per la soluzione finale del pianeta. Se così dovesse essere allora aveva proprio ragione Jim Morrison quando disse “siamo buoni a nulla ma capaci di tutto”.

Lunedì 25 Maggio 2020