Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Togliere CO2 dall’atmosfera sarà necessario. Ma chi pagherà il conto?

Rimuovere l’anidride carbonica costa, ma non genera ricavi sufficienti a sostenere il settore. La sfida è costruire un modello economico capace di trasformare una necessità climatica in investimenti.

martedì 29 settembre 2026
Tempo di lettura: min

Per anni la strategia contro il cambiamento climatico ha seguito soprattutto una direzione: emettere meno. Chiudere le centrali a carbone, sostituire i combustibili fossili con le rinnovabili, elettrificare trasporti e industria, rendere più efficienti edifici e processi produttivi. Ora, però, una seconda strada sta diventando sempre più difficile da evitare: togliere una parte di quella che abbiamo già emesso. A settembre l’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ha riconosciuto che oltrepassare temporaneamente 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali è ormai inevitabile. Bisognerebbe contenere il più possibile il picco del riscaldamento e provare successivamente a riportare le temperature verso 1,5 °C. Per riuscirci non solo dovremo ridurre le emissioni, ma anche ottenere emissioni nette negative, rimuovendo CO2 dall’atmosfera.

Una tecnologia necessaria che non vende quasi nulla

A porre la questione è Bloomberg, che parte da una domanda semplice: chi pagherà per rimuovere la CO2? Il carbon removal comprende tecnologie e pratiche differenti, dalla cattura diretta dell’anidride carbonica presente nell’aria fino a soluzioni basate su suoli e foreste. Ma tutte devono affrontare lo stesso problema: rimuovere carbonio produce un beneficio per la collettività senza generare un prodotto che qualcuno ha interesse ad acquistare. Mentre nel caso di pannello fotovoltaico che produce elettricità o di una batteria che permette di immagazzinarla non c'è soltanto la necessità di decarbonizzare l'economia, ma anche un mercato capace di attribuire un valore economico al servizio che offrono.

Con la rimozione della CO2 il meccanismo è molto meno immediato. Intervistato da Bloomberg, Adair Turner, co-presidente della Energy Transitions Commission (Etc), osserva che in questo caso difficilmente si crea una situazione “win-win”: l'obiettivo dell'operazione è togliere emissioni dall'atmosfera e qualcuno deve sostenerne il costo.

La transizione che corre e quella che rimane indietro

L’Energy Transition Monitor 2026 della Etc descrive una transizione a due velocità. Solare, batterie e veicoli elettrici stanno crescendo più rapidamente di quanto previsto pochi anni fa e nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 99% dell'aumento della produzione elettrica mondiale. Ci sono quattro fronti sui quali, secondo Etc, il mondo continua a procedere troppo lentamente: uscita dal carbone, riduzione delle emissioni di metano, arresto della deforestazione e diffusione su larga scala del carbon removal. Le tecnologie più economicamente convenienti avanzano, mentre alcune delle azioni climatiche di cui avremo bisogno non dispongono ancora di un modello economico altrettanto forte.

Il mercato da solo potrebbe non bastare

Finora una parte della risposta è arrivata dal mercato volontario dei crediti di carbonio. Aziende disposte a compensare una quota delle proprie emissioni finanziano progetti che promettono di rimuovere CO2 dall'atmosfera. Ma Bloomberg segnala che nel 2026 la domanda di crediti di carbon removal ha rallentato: fino al 17 agosto ne erano stati acquistati 23 milioni, con una frenata dovuta soprattutto alla riduzione degli acquisti di Microsoft, il maggiore compratore del mercato. Se la crescita di un settore che potrebbe diventare strategico per il clima, dipende dalle decisioni volontarie di un numero relativamente ristretto di grandi aziende, difficilmente esiste la certezza della domanda necessaria per finanziare impianti destinati a operare per decenni.

Come trasformare dunque una necessità climatica in una domanda economica stabile? Qualche esperimento sta già cominciando. Nell'Unione europea, per esempio, nel 2026 sono entrate nella fase operativa le prime metodologie comuni per certificare le rimozioni permanenti di carbonio. Bruxelles sta inoltre lavorando a un Buyers' Club che dovrebbe mettere insieme imprese, investitori e autorità pubbliche per creare contratti di acquisto di lungo periodo e offrire ai progetti la certezza dei ricavi necessaria a raggiungere la decisione finale d'investimento.

Un ruolo per il settore pubblico

Potrebbero intervenire direttamente gli Stati, finanziando le rimozioni come parte delle proprie politiche climatiche. Il costo potrebbe essere trasferito progressivamente sui settori che continueranno a produrre emissioni difficili da eliminare. Turner, parlando con Bloomberg, ritiene che governi, aziende e filantropia dovranno tutti contribuire, ma attribuisce al settore pubblico il ruolo principale. Dietro questa discussione si intravede un cambio di prospettiva: oggi tendiamo a considerare il carbon removal come una tecnologia climatica e i crediti di carbonio come il prodotto attraverso cui finanziarla. In futuro potremmo considerarlo come un servizio collettivo necessario per gestire l'atmosfera che abbiamo alterato.

Dovremmo decidere chi ha la responsabilità di acquistare quel servizio, con quali risorse e secondo quali criteri distribuire il costo tra Stati, imprese e cittadini. Potremmo arrivare a possedere le tecnologie necessarie per togliere dall'atmosfera parte della CO2 accumulata negli ultimi due secoli e scoprire che l'ostacolo più difficile non è catturarla. È trovare qualcuno disposto a pagare il conto.