Perché oggi i giovani fanno fatica a cambiare il mondo
Attraverso il confronto con gli anni Sessanta, il nuovo saggio del ForumDD spiega che il problema non è la mancanza di partecipazione delle nuove generazioni, ma gli ostacoli che ne limitano la capacità di incidere.
Negli anni Sessanta le inquietudini dei giovani trasformarono il Paese. Oggi i ragazzi e le ragazze convivono con crisi climatiche, precarietà e incertezza, costo dell’abitare, trasformazioni tecnologiche e instabilità geopolitica, ma quella stessa energia sembra trovare difficoltà a diventare cambiamento collettivo. Che cos’è cambiato nel passaggio tra queste due stagioni della storia? Il saggio di Fabrizio Barca e Caterina Manicardi “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica” per il Forum Disuguaglianze e Diversità legge la partecipazione delle nuove generazioni alla vita politica, sociale ed economica del Paese non come una questione giovanile, ma come una questione democratica generale.
C’è consapevolezza ma manca la possibilità di incidere
Le nuove generazioni non sono meno attente alle grandi questioni del nostro tempo. Eppure questa consapevolezza raramente si traduce in un movimento collettivo capace di produrre trasformazioni durature. Secondo gli autori non dipende da disinteresse, inconsapevolezza o individualismo, come spesso si sostiene nel dibattito pubblico. A impedire che le inquietudini si trasformino in cambiamento è piuttosto un accumulo di ostacoli economici, sociali e istituzionali che rende sempre più difficile investire tempo, energie e aspettative nell'azione collettiva. L'incertezza economica rende più rischioso ogni impegno politico; le organizzazioni tradizionali appaiono spesso impermeabili alla partecipazione; le politiche pubbliche faticano a intercettare bisogni e aspirazioni. Nel frattempo si è progressivamente indebolita la fiducia nella possibilità di cambiare le cose.
“Il futuro non è già scritto”: intervista a due giovani per la Costituente del primo luglio
Al via la prima seduta che definirà le basi per l’Assemblea nazionale sul futuro. Ragazzi e ragazze dialogheranno con personalità di alto profilo come Monti, Amato, Sciarra e Fini: “I mentor si lascino trascinare dalla nostra energia”.
Che cosa è cambiato dagli anni Sessanta
Anche in quegli anni esistevano conflitto generazionale, inquietudine e desiderio di rottura con il mondo adulto. Ma quelle perturbazioni, è la tesi, riuscirono a trasformarsi in una forza collettiva capace di incidere sulle istituzioni e sulla società italiana. La differenza non stava nella qualità dei giovani ma nel contesto che li circondava. Esisteva una diffusa fiducia nella possibilità di costruire alternative, l'economia cresceva e offriva maggiori margini di sicurezza, i partiti erano organizzazioni di massa radicate nei territori e i sindacati rappresentavano luoghi di partecipazione e mobilitazione collettiva. Quel ciclo di mobilitazione contribuì anche a rendere possibili riforme come lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, la riforma del diritto di famiglia, i consultori, nuovi diritti civili e sociali. La domanda che il saggio pone implicitamente è un'altra: quali infrastrutture democratiche svolgono oggi quella funzione?
Una generazione esposta all'incertezza
Il contesto demografico rappresenta uno degli elementi di maggiore discontinuità rispetto al passato. Negli anni Sessanta la fascia tra i 15 e i 25 anni rappresentava il 15,7% della popolazione italiana. Oggi pesa per il 10,8%. Le nuove generazioni sono numericamente meno rilevanti e dispongono di un minore potere contrattuale rispetto al passato. A questo si aggiunge una condizione di incertezza permanente che attraversa il lavoro, la casa, i percorsi di autonomia e le prospettive di reddito. Il saggio dedica ampio spazio al rapporto tra giovani e mobilità internazionale, mettendo in discussione alcune letture consolidate del fenomeno migratorio. Ogni anno circa 50 mila persone tra i 18 e i 34 anni lasciano il Paese e il fenomeno riguarda tutti i livelli di istruzione, non soltanto i laureati. Parallelamente, una parte significativa dei giovani che arrivano in Italia dall'estero contribuisce a compensare queste perdite demografiche. Il problema, evidenzia il saggio, non riguarda la nazionalità o il livello di istruzione, ma la capacità del Paese di offrire opportunità adeguate per costruire il proprio futuro. In questo scenario, emigrare rischia di diventare non una fuga, ma l'unica forma di potere individuale percepita come realmente disponibile.
Il banco di prova dela democrazia
Che cosa accade a una democrazia quando una generazione smette di credere che organizzarsi possa cambiarle? Le grandi dinamiche, dalla crisi climatica all'intelligenza artificiale, dall'invecchiamento della popolazione alla ridefinizione del welfare, richiederanno livelli di partecipazione e capacità collettiva superiori a quelli sperimentati negli ultimi anni. Se le società del Novecento si sono interrogate su come dare voce alle nuove generazioni, quelle del Ventunesimo secolo potrebbero trovarsi di fronte a una domanda diversa: come ricostruire istituzioni, organizzazioni e spazi collettivi capaci di trasformare quella voce in cambiamento?
In questo senso, la partecipazione giovanile diventa uno dei principali indicatori dello stato di salute della democrazia. Non soltanto perché dai giovani arrivano spesso le domande più radicali sul presente, ma perché una società capace di trasformare le loro domande in cambiamento dimostra di sapersi rigenerare. È questa, per Barca e Manicardi, la vera questione: non se le nuove generazioni vogliano partecipare, ma se le democrazie siano ancora in grado di rendere quella partecipazione efficace.
Copertina: Getty Images/unsplash