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Tre scenari per il post Agenda 2030 secondo Forus

La rete internazionale ha incaricato un gruppo di esperti di identificare i possibili esiti dei negoziati sullo sviluppo sostenibile. Dall’evoluzione degli SDGs in un quadro più ambizioso fino all’assenza di qualsiasi accordo, ecco che cosa prevedono.

venerdì 10 luglio 2026
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Che ci sarà dopo l’Agenda 2030? Chi scriverà le nuove regole dello sviluppo sostenibile? E, soprattutto, il mondo riuscirà ancora a trovare un accordo globale oppure prevarranno divisioni e interessi nazionali?

Sono le domande che iniziano già oggi ad accompagnare il dibattito sul dopo 2030, mentre mancano meno di cinque anni alla scadenza degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). A delineare le possibili risposte è un recente rapporto di Forus, rete globale che riunisce oltre 70 piattaforme nazionali di organizzazioni della società civile e otto coalizioni regionali, rappresentando più di 24mila realtà nel mondo.

Il documento parte da una constatazione: i negoziati ufficiali per la nuova agenda inizieranno al Summit Onu sugli SDGs del 2027, ma la partita è già aperta. Sono infatti in corso i colloqui informali che serviranno a definire priorità, alleanze e posizionamenti politici. Su questa base, Forus ha raccolto le valutazioni di 13 esperti internazionali, provenienti dalle Nazioni unite, dal mondo accademico, dalla società civile e dai think tank, incrociandole con documenti ufficiali e analisi internazionali. Da questo lavoro emergono tre possibili scenari per il post-2030: continuità, reset e frammentazione.

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Lo scenario ritenuto più probabile è quello della continuità. Il nuovo quadro manterrebbe l'impianto degli attuali Obiettivi di sviluppo sostenibile, correggendone però le principali debolezze. L'Agenda 2030 resterebbe quindi il riferimento della cooperazione internazionale, ma con interventi mirati per renderla più efficace. L'attenzione si concentrerebbe soprattutto sul rafforzamento dei meccanismi di finanziamento, della rendicontazione, della partecipazione della società civile, della localizzazione delle politiche e sull'integrazione di temi oggi molto più centrali rispetto al 2015, come la crisi climatica e le tecnologie emergenti.

Più ambizioso è invece lo scenario del reset. Qui la scadenza del 2030 rappresenterebbe l’occasione per ripensare dalle fondamenta la cooperazione internazionale. L'attuale struttura dei 17 Obiettivi verrebbe superata per costruire un nuovo quadro capace di rispondere alle crisi che oggi si intrecciano: cambiamento climatico, disuguaglianze crescenti, governance del digitale, nuove vulnerabilità economiche e sociali. L'idea è che il mondo sia cambiato troppo rispetto al 2015 perché bastino semplici correzioni. Servirebbe invece una riforma più profonda, fondata su maggiore giustizia sociale, responsabilità, rafforzamento degli attori locali e nuovi principi di finanziamento dello sviluppo.

Lo scenario più critico è quello della frammentazione. In questo caso le tensioni geopolitiche impedirebbero di raggiungere un nuovo consenso globale. La crescente competizione tra grandi potenze, il peso crescente dei governi emergenti, i Brics per esempio, e la crisi del multilateralismo potrebbero impedire sia il rinnovo degli SDGs sia l’approvazione di un nuovo quadro condiviso. L'esito potrebbe essere l'assenza di qualsiasi accordo oppure una dichiarazione finale molto debole, al ribasso e priva di impegni realmente vincolanti. Per Forus è il rischio da evitare, perché significherebbe “sacrificare ambizione, responsabilità e inclusione” proprio nel momento in cui le crisi globali richiedono maggiore cooperazione.

Tutti e tre gli scenari nascono da una consapevolezza, ossia che gli SDGs hanno creato un linguaggio comune sullo sviluppo sostenibile, ma non sono riusciti a colmare nodi cruciali come il finanziamento, la responsabilità degli Stati e la reale partecipazione della società civile. Il Rapporto ribadisce anche che il contesto nel quale nascerà la futura Agenda è profondamente diverso da quello che nel 2015 rese possibile l'approvazione degli SDGs. Le tensioni geopolitiche sono aumentate, i conflitti armati si moltiplicano, lo spazio civico si restringe in molti Paesi e cresce la diffidenza verso il multilateralismo. Anche le Nazioni unite attraversano una fase delicata, segnata da difficoltà finanziarie, dal dibattito sulle riforme dell'organizzazione, che si sostanzia nell’iniziativa interna Un80, e dall’avvicinarsi della scelta del nuovo segretario generale. Un insieme di fattori che rende molto più incerto il percorso negoziale.

Riguardo alle tempistiche, secondo Forus la finestra decisiva sarà quella che precederà l'avvio dei negoziati del 2027, quando si definiranno non solo i contenuti della futura Agenda, ma anche le regole del processo e gli spazi di partecipazione. Seguiranno la fase negoziale vera e propria, fino al 2030, e infine quella dell'attuazione e del monitoraggio.

Sul merito, la rete della società civile individua alcune priorità chiare: riformare il sistema di finanziamento dello sviluppo, intervenendo su debito e condizioni di accesso alle risorse; rafforzare i meccanismi di rendicontazione attraverso verifiche obbligatorie e indipendenti; garantire un ruolo stabile alla società civile e agli attori locali; evitare che il futuro quadro perda i principi di universalità, diritti umani e partecipazione che hanno caratterizzato l’Agenda 2030.

Nils Huenerfuerst/unsplash