Ocse: il futuro non richiede milioni di programmatori AI
Meno dell'1% dei lavoratori avrà bisogno di competenze avanzate, prevede l’organizzazione di Parigi. Serviranno alfabetizzazione digitale, analisi dei dati e pensiero critico.
Sono passati poco più di dieci anni da quando il dibattito sul lavoro era dominato da una domanda: quali professioni sarebbero sopravvissute all'automazione? Oggi quella domanda appare superata. L'intelligenza artificiale non sta semplicemente sostituendo alcune attività, sta ridefinendo ciò che rende una persona, un'impresa o un intero Paese più competitivo. E il fattore decisivo sarà la capacità di apprendere, sostiene il nuovo policy brief dell'Ocse “AI and skills. What we know so far”.
Dalla corsa agli algoritmi a quella per le competenze
L'AI inaugura una fase in cui la tecnologia, almeno nelle sue applicazioni più diffuse, è sempre più accessibile. I modelli generativi sono disponibili ad una platea ampia di utenti, mentre nuove piattaforme riducono continuamente le barriere d'ingresso. La vera scarsità, oggi, è rappresentata dalle persone in grado di integrarli nel lavoro quotidiano. Il rapporto dell'Ocse fotografa con chiarezza questo cambio di paradigma. Circa il 40% delle imprese dei settori manifatturiero e finanziario che non hanno ancora adottato l'intelligenza artificiale indica nella mancanza di competenze il principale ostacolo all’adozione. Tra le Pmi che non utilizzano ancora l'Ai generativa la quota supera il 50%. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la competizione tra imprese potrebbe spostarsi progressivamente dagli investimenti in software agli investimenti nelle persone.
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Le competenze richieste
Secondo l'Ocse, meno dell'1% dei lavoratori avrà bisogno di competenze avanzate di sviluppo dell'intelligenza artificiale. La trasformazione interesserà soprattutto un altro livello di competenze: alfabetizzazione digitale, capacità di utilizzare e interpretare dati, pensiero critico, problem solving, creatività, coordinamento e gestione. Per anni il dibattito ha lasciato intendere che il futuro avrebbe premiato soprattutto chi sapesse programmare, mentre le evidenze raccolte dall'Ocse raccontano uno scenario in cui l'intelligenza artificiale tende a valorizzare chi sa formulare domande migliori, interpretare risultati, prendere decisioni in contesti complessi e integrare strumenti automatici con capacità di giudizio umano. In altre parole, il valore non si sposta esclusivamente verso competenze tecniche specialistiche, si sposta verso la capacità di collaborare con sistemi intelligenti senza delegare loro il pensiero.
Il nuovo divario potrebbe essere educativo
Ogni innovazione produce nuove opportunità, ma raramente le distribuisce in modo uniforme. Anche l'intelligenza artificiale sembra seguire questa logica. Mentre le grandi organizzazioni dispongono delle risorse necessarie per formare i propri dipendenti, le piccole imprese, incontrano più difficoltà. Lo stesso vale per i lavoratori: chi possiede già solide competenze digitali tende ad apprendere più rapidamente, mentre chi parte da condizioni di maggiore fragilità rischia di accumulare ulteriore ritardo. L'accesso alla formazione diventa così una questione che supera il mercato del lavoro. Riguarda la possibilità di partecipare alla crescita della produttività, di cogliere nuove opportunità professionali e, più in generale, di non essere esclusi dalla trasformazione economica. Non è un caso che l'Ocse indichi come priorità politiche il monitoraggio continuo delle competenze richieste dal mercato, l'ampliamento dell'accesso alla formazione sull'AI, soprattutto per Pmi e lavoratori più esposti, e la costruzione di sistemi di apprendimento permanente condivisi tra governi, imprese e cittadini.
La prossima infrastruttura sarà la capacità di imparare
Nel prossimo decennio potremmo essere costretti ad adottare un altro indicatore per misurare il divario digitale: non chi possiede l'intelligenza artificiale, ma chi possiede il tempo, le opportunità e il diritto di imparare a lavorare insieme ad essa. È qui che il rapporto Ocse offre il messaggio più importante. Le imprese che investono nella formazione dei lavoratori ottengono risultati migliori: oltre la metà degli utilizzatori di AI dichiara di aver ricevuto percorsi formativi finanziati dal datore di lavoro, e chi ha avuto accesso a questa formazione riporta con maggiore frequenza miglioramenti nella produttività, nella qualità del lavoro e nelle condizioni lavorative. Questo suggerisce che l'intelligenza artificiale, da sola, non produce automaticamente crescita. La sua efficacia dipende dall'infrastruttura invisibile che la accompagna: la capacità collettiva di apprendere.
Copertina: Compagnons/unsplash