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Come l’Australia prova a salvare la Grande barriera corallina

Dalla fecondazione assistita dei coralli ai sistemi di monitoraggio oceanico, la Great Barrier Reef sta diventando un laboratorio mondiale di adattamento climatico e gestione attiva degli ecosistemi.

giovedì 28 maggio 2026
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La Grande barriera corallina australiana è uno degli ecosistemi più iconici del pianeta e, sempre di più, anche un laboratorio globale di adattamento climatico. Attorno al reef si stanno sviluppando strategie di gestione attiva che combinano monitoraggio tecnologico, restauro ecologico e sperimentazione scientifica per rallentare gli effetti del riscaldamento globale sui coralli.

Secondo il Noaa Coral Reef Watch, piattaforma che offre informazioni aggiornate sulle barriere coralline, dal gennaio 2023 al settembre 2025 circa l’84,4% delle aree coralline mondiali è stato colpito da stress termico compatibile con il bleaching, lo sbiancamento dei coralli. Si tratta del quarto evento globale di bleaching mai registrato, il più esteso dall’inizio dei monitoraggi. In almeno 83 Paesi e territori sono stati documentati episodi di sbiancamento di massa. La mappa qui sotto mostra le aree coralline mondiali colpite da stress termico tra il 2023 e il 2025 durante il quarto evento globale di bleaching.

Secondo l’Ipcc, i reef tropicali sono tra gli ecosistemi più vulnerabili al cambiamento climatico. Le marine heatwaves, le ondate di calore marine sempre più frequenti e persistenti, spingono i coralli a espellere le microalghe da cui dipendono per nutrimento e colore, rendendoli più fragili e vulnerabili alla morte.

La Great Barrier Reef è uno dei simboli di questa trasformazione. Lunga oltre 2.300 chilometri e composta da circa 2.900 reef e 900 isole tropicali, rappresenta anche un’infrastruttura economica fondamentale per l’Australia. Secondo Deloitte contribuisce all’economia nazionale con circa 6,4 miliardi di dollari australiani l’anno e sostiene oltre 60mila posti di lavoro.

Negli ultimi decenni il reef ha subito sette grandi eventi di bleaching: 1998, 2002, 2016, 2017, 2020, 2022 e 2024. L’Australian Institute of Marine Science (Aims) ha registrato nel 2025 uno dei più forti cali annuali di copertura corallina dall’inizio dei monitoraggi scientifici nel 1986.

Il bleaching non rappresenta solo una crisi ecologica. I reef sostengono biodiversità, pesca, protezione delle coste e turismo, e il loro deterioramento rischia di produrre effetti a catena sugli ecosistemi marini e sulle comunità costiere.

Secondo l’Ipcc, il riscaldamento degli oceani modifica ecosistemi marini, biodiversità e servizi essenziali per le comunità costiere.

Curare il mare partendo dalla terra

Di fronte a questa pressione crescente, l’Australia sta sperimentando una strategia sempre più articolata che unisce adattamento climatico, tecnologia, ricerca e governance territoriale. Uno dei pilastri di questa strategia è il Reef 2050 Water Quality Improvement Plan, programma sviluppato dal governo australiano insieme allo Stato del Queensland. L’obiettivo è migliorare la qualità dell’acqua che raggiunge la barriera corallina intervenendo direttamente sulle attività terrestri.

Durante le piogge tropicali, infatti, enormi quantità di sedimenti, fertilizzanti, azoto e pesticidi provenienti dalle coltivazioni e dagli allevamenti finiscono nei bacini costieri e poi nel mare. Questo altera gli equilibri biologici del reef, riduce la luce disponibile per i coralli e favorisce la proliferazione di specie invasive come la crown-of-thorns starfish, la stella corona di spine che si nutre di coralli vivi.

Dal 2014 al 2030 i governi australiani hanno impegnato quasi 1,8 miliardi di dollari australiani per migliorare la qualità dell’acqua della Great Barrier Reef. Il programma utilizza monitoraggio satellitare, sensori fluviali, modelli climatici e rilievi subacquei attraverso il sistema “Paddock to Reef”.

La natura assistita dall’uomo

La parte più avanzata della strategia australiana riguarda però il restauro attivo dei coralli. Ne ha parlato recentemente la giornalista Cristina Sivieri Tagliabue nella sua newsletter. Attraverso il Reef Restoration and Adaptation Program (Rrap), ricercatori, università, operatori turistici e comunità indigene stanno sperimentando nuove tecniche per aumentare la resilienza del reef.

Tra queste c’è la cosiddetta coral Ivf, una sorta di fecondazione assistita per i coralli. Durante lo spawning, il fenomeno riproduttivo sincronizzato che avviene alcune notti all’anno, gli scienziati raccolgono uova e spermatozoi rilasciati dai coralli e li fanno sviluppare in ambienti controllati come il SeaSim, il National Sea Simulator australiano.

Nel solo ultimo anno il programma ha prodotto oltre 35 milioni di embrioni di corallo, con l’obiettivo di arrivare a 100 milioni di giovani coralli resistenti al calore ogni anno. Gli stessi ricercatori, però, sottolineano un punto decisivo: nessuna tecnologia potrà sostituire la riduzione delle emissioni globali. Il restauro serve soprattutto a guadagnare tempo.

Reef globali, politiche ancora insufficienti

Secondo una nuova analisi coordinata dall’International Coral Reef Initiative (Icri), nonostante il bleaching abbia già colpito oltre l’85% delle aree coralline mondiali, i reef restano ancora poco presenti nelle strategie climatiche nazionali. Meno della metà dei Paesi con grandi ecosistemi corallini cita i reef nei propri Nationally Determined Contributions (NDC) previsti dall’Accordo di Parigi. Solo tre includono azioni misurabili dedicate ai coralli.

L’Icri insiste però su un concetto sempre più centrale: i reef non sono soltanto biodiversità da proteggere, ma vere infrastrutture climatiche naturali, fondamentali per economia, sicurezza costiera, pesca e turismo.

Anche il turismo sta entrando in questa trasformazione. Se da un lato cresce il cosiddetto “last chance tourism”, il turismo dell’ultima occasione verso ecosistemi minacciati, dall’altro emergono programmi come Green Fins, coordinato dalla Reef-World Foundation con il supporto dell’Unep. Secondo il report 2024-2025, gli operatori aderenti hanno ridotto del 26% le minacce ambientali legate alle attività subacquee e di snorkelling.

Copertina: Getty Images/unsplash