Iaea: cresce l’interesse dei privati nella fusione nucleare
La corsa all’energia delle stelle si sta facendo sempre più affollata. La ricerca, storicamente guidata dal settore pubblico, è ora sempre più affidata a grandi aziende e startup.
La fusione nucleare viene spesso raccontata come una tecnologia lontana. Migliaia di scienziati in tutto il mondo lavorano al processo che mira a riprodurre sulla terra il meccanismo che ‘accende’ le stelle. Eppure la complessità ingegneristica e tecnologica è alta, così come i costi di realizzazione degli impianti. Secondo il rapporto World Fusion Outlook 2025, pubblicato dall’Iaea l’agenza atomica dell’Onu, lo sviluppo della fusione sta però entrando in una nuova fase. Non solo perché quasi 40 Paesi hanno programmi attivi sulla fusione, e oltre 160 impianti sono operativi, in costruzione o pianificati. Ma soprattutto perché si sta registrano un’impennata degli investimenti privati, che hanno superato i dieci miliardi di dollari a livello globale. Questi capitali provengono da diverse fonti, tra cui fondi sovrani, grandi aziende e consumatori di energia, e supportano una nuova generazione di sviluppatori innovativi nel campo della fusione.
La corsa del privato cambia gli equilibri
La fusione nucleare è un processo che rilascia energia grazie all'unione di due nuclei leggeri a temperature elevatissime. Se ne sente parlare da vari decenni, ma finora ci sono solo progetti sperimentali. Negli ultimi anni, però, le imprese stanno investendo in tecnologie più snelle, con modelli decisionali più rapidi e obiettivi commerciali chiari. Tra queste, la statunitense Commonwealth Fusion Systems prevede di ottenere il primo plasma entro il 2027, diversi anni prima rispetto ai tempi del progetto internazionale. Utility e grandi aziende stanno entrando in partnership con gli sviluppatori, e si iniziano a costruire vere e proprie filiere industriali dedicate.
Numero di dispositivi a fusione operativi, in costruzione o pianificati per area geografica, 2025. Fonte: IAEA.
Il World Fusion Outlook dell'IEA prevede che la quota di produzione di energia elettrica derivante dalla fusione nucleare potrebbe raggiungere il 10% entro il 2100, anche negli scenari più ottimistici, e fino al 50% in quelli più ottimistici, aggiungendo migliaia di miliardi di dollari al Pil globale.
Europa tra ricerca, industria e tempi della fusione
L’Europa resta uno dei principali attori nella ricerca sulla fusione, anche grazie al programma Eurofusion, che coordina laboratori e università in tutta l’Unione. L’approccio resta però fortemente legato ai grandi progetti pubblici, creando un possibile squilibrio: se le tecnologie sviluppate dal settore privato arriveranno prima alla fase commerciale, il rischio è che il modello europeo perda centralità.
In questo scenario, la fusione si conferma una tecnologia chiave per il lungo periodo. Promette energia pulita, sicura e praticamente inesauribile: non produce emissioni dirette di CO₂, genera quantità limitate di rifiuti radioattivi e utilizza combustibili abbondanti.
Allo stesso tempo, restano sfide significative, dalla necessità di raggiungere condizioni di plasma stabile allo sviluppo di materiali in grado di resistere a temperature estreme, fino alla costruzione di una filiera industriale sostenibile. Come sottolineato dall’Iaea, la commercializzazione richiederà ancora tempo, investimenti e cooperazione internazionale.