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Meno schermi, più mani: il ritorno degli hobby analogici

Dalla “fatica digitale” all’esigenza di esperienze tangibili: cresce l’interesse per attività creative e sociali. Si ridefinisce così il rapporto con tecnologia e tempo libero. Solo esercizio estetico o reale rinuncia alla tecnologia?

lunedì 23 marzo 2026
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C’è chi spegne le notifiche. Chi compra un quaderno. Chi torna a scrivere lettere o a lavorare a maglia. Non è nostalgia. È una risposta concreta a una sensazione sempre più diffusa: la stanchezza da digitale. Secondo uno studio condotto da Harvard Business Review negli Stati Uniti, il 14% dei lavoratori che utilizza l’intelligenza artificiale dichiara di aver sperimentato forme di AI brain fry, una fatica mentale legata al sovraccarico di strumenti e informazioni. A questo si affianca una più ampia screen fatigue, un affaticamento cognitivo ed emotivo che porta sempre più persone a cercare alternative fuori dagli schermi.

C’è poi un altro elemento: la qualità percepita del lavoro. In un’indagine su lavoratori statunitensi, la maggioranza ammette di inviare almeno una quota di contenuti generati con l’AI considerati poco utili o superficiali.

Qualità percepita dei contenuti generati con l’AI: la maggioranza ammette una quota di output poco utile. Fonte: BetterUp e Stanford Social Media Lab (2025).

Anche la produttività non cresce all’infinito: aumenta con l’uso dell’AI, ma solo fino a una soglia. Quando gli strumenti si moltiplicano, l’efficacia inizia a diminuire.

Produttività percepita e numero di strumenti AI utilizzati: il picco si raggiunge con tre strumenti, poi l’efficacia diminuisce. Fonte: Boston Consulting Group (2026).

Alla ricerca di esperienze reali

I numeri mostrano chiaramente un cambiamento in corso. Negli Stati Uniti, le ricerche online legate agli hobby analogici sono aumentate del 136% negli ultimi mesi, mentre le vendite di kit creativi sono cresciute dell’86%. Anche dispositivi low-tech come i cosiddetti dumbphone registrano un aumento delle vendite (+25% nel 2025).

Questo ritorno al tangibile riguarda diverse generazioni, ma è particolarmente evidente tra i più giovani. La Gen Z, cresciuta nel digitale, mostra un interesse crescente per oggetti e pratiche fisiche: vinili, macchine fotografiche analogiche, Dvd. A guidare è il valore esperienziale, non la necessità. “C’è qualcosa di autentico nell’avere un oggetto fisico”, racconta un giovane intervistato dalla Bbc. Dietro questa scelta c’è anche un bisogno di controllo e proprietà. In un ecosistema dominato da abbonamenti e contenuti immateriali, possedere un oggetto diventa un modo per ancorarsi a qualcosa di stabile.

Tra corsi e gruppi di lettura

Il ritorno agli hobby analogici va oltre l’estetica e incide sul benessere cognitivo e psicologico. Attività come cucire, dipingere o fare giardinaggio coinvolgono più sistemi cognitivi contemporaneamente, migliorando concentrazione, memoria e coordinazione.

Secondo gli esperti, queste pratiche favoriscono uno stato simile al flow: un’attenzione continua e immersiva che contrasta la frammentazione tipica dell’uso digitale. Ne derivano benefici misurabili, come la riduzione dello stress e del cortisolo e l’aumento di dopamina ed endorfine.

Anche sul piano sociale emergono nuove dinamiche. Corsi di ceramica, gruppi di lettura, serate di giochi da tavolo tornano a diffondersi. Al centro ci sono le attività, e ancora di più le relazioni: “Quando scrivi una lettera o giochi insieme, crei un legame più intenzionale”, raccontano alcune persone interpellate da Fortune.

Il fenomeno non è privo di ambiguità. In alcuni casi, il ritorno all’analogico diventa esso stesso un prodotto di consumo. Vinili, fotocamere a pellicola e retreat “off-grid” possono trasformarsi in simboli di status, più che in scelte di reale disconnessione.

Eppure, anche dentro questa contraddizione, il segnale resta chiaro: cresce il bisogno di rallentare, di fare, di toccare. Si ridefinisce il ruolo della tecnologia, senza rinunciarvi.

Lo dimostrano anche nuove abitudini ibride. Le “analogue bags”, ad esempio, sono borse pensate per sostituire lo smartphone nei momenti di pausa, riempite con libri, riviste o strumenti creativi. Non eliminano il digitale, ma creano alternative concrete.

Allo stesso modo, molti non rinunciano del tutto alla tecnologia, ma la ridimensionano: meno notifiche, più tempo offline, uso più consapevole. Come osserva Quartz, non si tratta di disconnettersi completamente, ma di “riorganizzare il rapporto con la tecnologia”. Un tentativo, ancora in evoluzione, di riportare equilibrio tra velocità e attenzione, tra connessione e presenza, tra consumo e creazione.

Copertina: Valeriia Miller/unsplash