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Per il governo britannico la fusione nucleare è vicina. Dibattito tra gli scienziati

Pronto un piano da 410 milioni di sterline per riconvertire una vecchia centrale a carbone in una a fusione. Scetticismo da parte di alcuni ricercatori. Per altri esiste una strada percorribile: la fusione fredda.

giovedì 6 febbraio 2025
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Il governo di Keir Starmer vuole diventare leader mondiale del settore avveniristico della fusione nucleare. Come? Investendo 410 milioni di sterline e riconvertendo una centrale a carbone nel Nottinghamshire.

Secondo i piani, il progetto dovrebbe realizzarsi entro il 2040, grazie anche al riutilizzo della pioneristica macchina a fusione del Regno Unito creata dal Culham centre for fusion energy nell'Oxfordshire. Ed Miliband, segretario dell'Energia britannico, ha dichiarato che, grazie a questo investimento, il Paese è “a un passo dal fornire alle famiglie energia sicura, pulita e illimitata”.

Per chi non lo sapesse, la fusione nucleare è un po’ l’Eldorado dell’energia pulita. Ispirata al processo di produzione energetica delle stelle, promette disponibilità pressoché inesauribili, emissioni irrisorie e nessun prodotto di scarto radioattivo. Questo sistema si basa sulla “fusione di elementi leggeri come l'idrogeno per formare elementi più pesanti, rilasciando un'enorme scarica di energia”, spiega il quotidiano britannico. “Un singolo chilogrammo di combustibile da fusione potrebbe fornire la stessa energia di dieci milioni di chili di combustibile fossile”. Per costruire l’impianto del Nottinghamshire, il governo del Regno Unito ha selezionato cinque aziende edili e ingegneristiche, con l'obiettivo di rivitalizzare “il cuore industriale” del Paese e creare nuovi posti di lavoro nelle ex comunità carbonifere della zona, oltre ad assicurarsi un modo per rispondere alle enormi richieste energetiche delle aziende di big data e intelligenza artificiale.

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di Flavio Natale

Ma le istituzioni britanniche potrebbero essere state troppo ottimiste. Secondo lo scienziato Luca Garzotti esistono infatti cinque barriere tecniche molto difficili da superare, tra cui la difficile gestione del plasma in combustione e la produzione di trizio (che serve per bruciare il plasma), indispensabili per rendere una centrale commercialmente sostenibile. “Si tratta di enormi sfide scientifiche e tecnologiche, la cui soluzione (nonostante i progressi compiuti) non è imminente”, ha detto Garzotti al Guardian. “La ricompensa per aver trovato una risposta sarà immensa e quindi la ricerca deve continuare con umiltà e tenacia, ma non c'è spazio per affermazioni troppo ottimistiche o trionfalistiche”.

Di altra opinione cinque scienziati (Brian Josephson, David J. Nagel, Alan Smith, Jean-Paul Biberian e Yasuhiro Iwamura) che hanno risposto a Garzotti sul quotidiano inglese: secondo il team firmatario esiste “un’alternativa di fondamentale importanza”, ovvero la reazioni nucleari a bassa energia (Lenr), comunemente note come fusione fredda. Questo processo, che si verifica a temperature minori di quelle necessarie per ottenere la fusione nucleare, ha il vantaggio di essere attuabile in strutture di piccole dimensioni, più facili da costruire e dislocabili un po’ ovunque.

Sempre secondo gli scienziati, alcune aziende stanno già lavorando per rendere questi dispositivi commercialmente validi. Inoltre, l’agenzia governativa Apra-E negli Stati Uniti e il programma europeo Horizon 2020 stanno sostenendo le ricerche con forti investimenti economici. “Tuttavia, c'è ancora molto da fare per accelerare il lancio di questi dispositivi”, hanno precisato gli studiosi.

In tutto ciò, bisogna ammettere che il progetto internazionale per la centrale a fusione nucleare (Iter), sostenuto da ben 35 governi e (nelle previsioni) pronto quest’anno, dopo 18 anni di lavoro procede ancora a singhiozzo. A luglio del 2024 gli stessi organizzatori hanno ammesso di essere in ritardo “di quasi un decennio”. Dall’altra parte dell’oceano, un progetto simile ma più contenuto, sviluppato da una società privata satellite del Massachusetts institute of technology, potrebbe invece entrare in attività tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo, per raggiungere in futuro una capacità di 140 megawatt.

Intanto noi restiamo in attesa.

Copertina: Zoltan Tasi/unsplash