Protocollo di Montreal: un caso di successo della diplomazia climatica

Coniugare scienza, interventi governativi e interessi privati è possibile. A tre decenni di distanza, il Protocollo sul buco dell’ozono ci ricorda l'importanza di politiche comuni per fronteggiare minacce globali.

di Flavio Natale 

“Quando gli scienziati hanno scoperto un enorme buco nell'ozono sopra l'Antartide nel 1985, il mondo ha temuto il peggio. Gli esperti hanno avvertito che l’intensità delle radiazioni Uv penetrate nell'atmosfera fino a quel momento avrebbe potuto incrementare l'incidenza del cancro della pelle e della cataratta, danneggiando in modo significativo le colture globali e la catena alimentare marina”.

A riportare alla memoria questo avvenimento è l’International institute for sustainable development (Issd) che, nell’articolo “Healing the ozone layer through diplomacy”, richiama l’importanza – e il successo – registrati dalla diplomazia internazionale in questo particolare frangente, prendendola a esempio per le questioni climatiche presenti e future.

L'ozono è un tipo di gas che forma uno strato protettivo sulla Terra, assorbendo le radiazioni Uv che possono danneggiare ognuno di noi. “Quando la notizia del buco nell'ozono è stata trasmessa attraverso i media, si è propagato il terrore. […] Si sono diffuse voci di pecore cieche a causa dell'aumento delle radiazioni, e il potenziale incremento del cancro della pelle ha alimentato i timori del pubblico”.

La scoperta del buco nell’ozono era stata anticipata da una ricerca, pubblicata nel 1974 su Nature da Mario Molina e Frank Sherwood Rowland (per la quale vinsero poi il Nobel), secondo la quale i clorofluorocarburi (Cfc) erano tra le cause principali della riduzione dell'ozono. La loro ricerca mostrava che i Cfc rilasciavano atomi di cloro nella stratosfera, fungendo da catalizzatori nella distruzione delle molecole di ozono – una molecola di cloro può infatti distruggere oltre 100mila molecole di ozono prima di essere rimossa dalla stratosfera. Ma dove si trovavano, questi Cfc?

“A metà degli anni '70, i clorofluorocarburi erano diventati la sostanza chimica preferita per i refrigeranti e il condizionamento dell'aria, per i propellenti negli spray aerosol, per i solventi nella pulizia dei componenti elettronici, oltre a essere usati come agente espandente per la produzione di schiume flessibili e rigide”.

È stata dunque necessaria un'azione internazionale coordinata, per evitare uno scenario in cui il mondo avrebbe subìto gli effetti più nefasti. A questo proposito, è stata adottata prima la Convenzione di Vienna per la protezione dello strato di ozono (1985) e poi il Protocollo di Montreal relativo alle sostanze che riducono lo strato di ozono (1987), contribuendo a evitare “due milioni di casi di cancro della pelle all'anno o, entro il 2100, altri 443 milioni di casi di cancro della pelle e 2,3 milioni di decessi per cancro nei soli Stati Uniti, inclusi 8-10 milioni di casi di melanoma maligno”. A questi trattati viene anche attribuita la capacità di aver scongiurato 63 milioni di casi di cataratta aggiuntivi, oltre a una riduzione globale del 6% della produzione vegetale per ogni perdita del 10% di ozono. Secondo l’Issd, il Protocollo di Montreal ha anche ritardato di 7-12 anni il cambiamento delle variazioni mediate di temperatura a livello globale.

Fin dall'inizio, infatti, il regime imposto all’ozono ha svolto un ruolo significativo anche per la lotta ai cambiamenti climatici. Sebbene i Cfc siano conosciuti per il loro potenziale di riduzione dell'ozono, rappresentano un significativo pericolo anche per il riscaldamento globale. “Il Protocollo ha avuto significativi co-benefici climatici; eliminando gradualmente queste sostanze, sono diminuite anche le emissioni di gas serra”. Nel 2010, le riduzioni delle emissioni dovute al Protocollo di Montreal variavano da 9,7 a 12,5 gigatonnellate di CO2, equivalenti a una cifra da cinque a sei volte superiore a quella fissata dagli obiettivi del Protocollo di Kyoto.

“Nonostante il successo ottenuto finora dal Protocollo di Montreal, c'è ancora molto lavoro da fare”, sostiene l’Issd. Sebbene la maggior parte delle sostanze inquinanti che causano il problema del buco nell'ozono (Ozone depleting substances, o Ods) sia in fase di eliminazione, il Protocollo di Montreal consente ancora la produzione e l'utilizzo di specifiche quantità di Ods per determinate applicazioni. “È necessario sviluppare alternative convenienti”. Inoltre, grandi quantità di Ods possono ancora essere trovate dentro vecchie apparecchiature, come i sistemi di refrigerazione e condizionamento. Queste sostanze chimiche verranno rilasciate nell'atmosfera se non adeguatamente recuperate e distrutte.

“Il Protocollo di Montreal fornisce un valido esempio di accordo ambientale internazionale che funziona”, si legge sul sito dell’Issd.

Come ha affermato Mario Molina, nella sua conferenza per la consegna del premio Nobel: “[l'esaurimento dell'ozono] ci ha mostrato che diversi settori della società possono lavorare insieme – la comunità scientifica, l'industria, le organizzazioni ambientali, i rappresentanti del governo e i responsabili politici – per raggiungere accordi internazionali: il Protocollo di Montreal sulle sostanze che riducono lo strato di ozono ha stabilito un precedente molto importante per la soluzione dei problemi ambientali globali”.

di Flavio Natale

Mercoledì 15 Settembre 2021