La prospettiva demografica

Ogni giovane è una start-up e Next Generation Eu è il fondo d'investimento

15 gennaio 2021

Next Generation Eu non è una eredità che improvvisamente, in un periodo di vacche magre, ci è arrivata da uno zio lontano, da utilizzare per soddisfare una lista di desideri più o meno condivisibili. Va invece considerata come una dote che l'Italia deve gestire a favore delle nuove generazioni, perché possano ottenere una adeguata formazione e contare su strumenti avanzati ed efficienti per collocarsi nel mondo del lavoro e dare il proprio qualificato contributo nei processi di sviluppo economico, sociale e culturale del paese. Una dote che poi essi potranno ripagare migliorando la sostenibilità del paese sul piano del debito pubblico, del sistema di welfare in un paese che invecchia, del rapporto con l'ambiente.

I dati di una indagine promossa da Osservatorio giovani dell'Istituto Toniolo e condotta da Ipsos, mostrano come tra i giovani qualche perplessità ci sia. Il 56% degli intervistati tra i 18 e i 34 anni esprime un giudizio positivo su Next Generation Ue, ritenendo che i finanziamenti verranno comunque utilizzati in modo utile al Paese. Il 44 percento non è pienamente convinto e si divide a metà tra chi è del tutto scettico su come verranno utilizzati e chi invece è in attesa di vederli associati a progetti credibili.

Purtroppo l'approccio adottato in questi mesi è stato poco convincente. Le nuove generazioni non sono state messe al centro di un dibattito pubblico che abbia come fine la costruzione di un nuovo progetto per il paese. I giovani al centro del maggior interesse dei mass media sono quelli delle risse per strada, degli episodi di violenza e autolesionismo. Il mondo adulto, ancor più in Italia, continua ad essere molto più portato a giudicare che a capire. Molto selettivo nel dedicare privatamente una iperprotezione verso i singoli figli e poco propenso ad investire pubblicamente sulle nuove generazioni. Ed è per questo che oggi facciamo così tanta fatica ad interpretare nel modo più autentico lo spirito di Next Generation Eu. Non abbiamo capito che la risorsa più preziosa per crescere è la "Next Generation" stessa, ovvero i singoli membri della generazione che si prepara a farsi parte attiva all'interno dei processi di produzione di benessere dei prossimi anni e decenni. I finanziamenti europei servono per attivare al meglio tali risorse, metterle nelle condizioni di dare i propri migliori frutti.

L'approccio giusto è allora quello di considerare ciascun giovane una start-up, su cui il paese scommette aiutandolo a sviluppare il proprio life-plan all'interno del quale inserire in modo coerente il proprio percorso formativo e professionale. Va quindi rimodellata l'infrastruttura tecnologica, sociale e amministrativa in modo da riallineare l'Italia al meglio delle potenzialità che le nuove generazioni possono esprimere. Se invece prevarranno le usuali logiche, ai giovani non resterà - come si sono trovati a fare sinora - che aggiustare le proprie aspettative al ribasso in un paese pieno di inefficienze e di squilibri. Senza una transizione alla vita adulta di successo, senza la possibilità di immettere le proprie sensibilità nel cuore della società e le proprie competenze nel motore dell'economia, anche le transizioni verde e digitale sono destinata a rimanere deboli.

di Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, Università Cattolica di Milano

Le disuguaglianze generazionali impoveriscono il futuro di tutti

28 settembre 2020

Le indagini condotte dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo hanno documentato, dopo la recessione del 2008-13 non solo il consolidarsi di squilibri generazionali maggiori in Italia rispetto agli altri paesi europei, ma anche una evoluzione del sistema di opportunità e rischi che interagisce con la condizione sociale di partenza. Questo non riguarda solo la partecipazione al mercato del lavoro, ma anche altre sfere dell’impegno attivo dei giovani. In un approfondimento sul tema del Bene comune e delle priorità per il Paese, condotto attraverso una indagine realizzata a fine 2019 e una svolta in pieno lockdown (fine marzo), emerge come la domanda di partecipazione (sociale e politica) sia più elevata di quanto i giovani riescano a esprimere. Tra i temi più sentiti, con maggior capacità mobilitante, non c’è solo l’ambiente, ma anche la giustizia sociale e più in generale la promozione di un modello di benessere equo e sostenibile.

Chi però ha meno risorse socio-culturali risulta più preoccupato dalle condizioni presenti proprie e del paese che sentirsi coinvolto in scelte collettive che impegnano verso il futuro. Chi considera “molto importante” la promozione del Bene comune è il 65% dei laureati contro il 46% di chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. A ritenere che la partecipazione alle elezioni politiche possa contribuire a cambiare le cose nel Paese è il 58% di chi ha titolo di studio elevato rispetto al 45% di chi ha basso livello di istruzione.

Questo significa che la carenza di investimento sulla formazione dei giovani e l’inasprimento delle difficoltà di accesso al mondo del lavoro, tendono a depotenziare non solo il contributo economico delle nuove generazioni al sistema produttivo e alla crescita economica, ma vanno anche a ridurre più in generale la partecipazione attiva al miglioramento sociale e culturale del territorio in cui vivono.

Questa vulnerabilità rischia di peggiorare ulteriormente con l’impatto della pandemia, sia per il rischio di indebolimento dei percorsi formativi, sia perché chi ha meno risorse socio-culturali si sente ancor più schiacciato in posizione difensiva.

A ritenere che l’emergenza sanitaria influirà negativamente sul Bene comune è il 56% di chi ha titolo basso contro il 43% dei laureati. Diventa quindi indispensabile, attraverso i fondi di Next generation Eu, rimettere al centro la formazione solida delle nuove generazioni, con pari opportunità per tutti. Non solo per ridurre i costi sociali della pandemia, ma per rendere le nuove generazioni protagoniste attive di una nuova fase di sviluppo, più inclusivo e sostenibile, del Paese.

Il futuro in lockdown dei giovani italiani

6 luglio 2020

Ben prima che arrivasse il Covid-19, gli under 35 erano già da tempo in Italia, metaforicamente, una generazione in lockdown. Bloccati in una lunga permanenza nella famiglia di origine, frenati nella realizzazione delle tappe di transizione della vita adulta, con una mobilità sociale inceppata.

Le analisi contenute nell’annuale “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo hanno documentato, a partire dall’apice della precedente Grande recessione (la prima indagine è stata condotta nel 2012), le difficoltà oggettive incontrate dalle nuove generazioni, compresi stati d’animo e percezione soggettiva della propria condizione. Il quadro restituito lungo questi anni dall’Osservatorio giovani è stato quello di una realtà complessa, variegata e in continuo mutamento. Nell’introduzione del “Rapporto giovani” del 2013 si trova scritto: “Se le nuove generazioni non riescono a trovare un lavoro e a formare una propria famiglia con figli, il problema non riguarda solo loro, è il paese stesso che mina strutturalmente le basi del proprio futuro. Nel dibattito pubblico è sempre presente il tema generazionale, ma poco si fa poi in concreto per dare vere risposte”. Nell’edizione del 2019 la realtà ritratta continuava ad essere poco soddisfacente, come riportato nel seguente passo introduttivo: “Nel complesso, i dati e le analisi proposti evidenziano la persistenza di elementi di difficoltà oggettiva in un clima di bassa fiducia nelle istituzioni e alta insicurezza verso il futuro. La conseguenza è un tempo presente in cui i desideri faticano a diventare progetti di vita e in cui le nuove sensibilità stentano a trasformarsi in impegno collettivo a cambiare la realtà circostante. Gli esempi positivi non mancano e si ottengono riscontri incoraggianti quando si creano le condizioni adatte. A testimonianza di una energia vitale presente ma troppo spesso dissipata, anziché valorizzata”.

Se i giovani presentavano una forte difficoltà a immaginare un futuro positivo, il nuovo scenario ha aggiunto un ulteriore strato di incertezza, che può scendere in profondità e diventare insicurezza se non gestita nel modo adeguato. Se il virus ha colpito in misura maggiore la salute fisica degli anziani, l’impatto indiretto del lockdown sul disagio economico e la salute mentale vede particolarmente vulnerabili tardo adolescenti e giovani, esponendoli ad un deterioramento del benessere personale.

Siamo di fronte ad uno scenario nuovo, che ha bisogno di essere osservato, analizzato e interpretato in modo solido e adeguato per accompagnare il Paese verso una piena e rapida ripartenza, riconoscendo rischi e fragilità, ma cogliendo anche opportunità che possono aprirsi come discontinuità nel riorientare scelte individuali e collettive. In questo nuovo scenario post Covid saranno soprattutto le nuove generazione a dover riprogettare le proprie vite, a dare spinta e direzione ad un nuovo percorso di crescita comune.

L’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo ha condotto proprio durante l’apice del lockdown (tra fine marzo e inizio aprile) la prima indagine internazionale sulla condizione delle nuove generazioni ai tempi del Covid-19 e sulle aspettative rispetto allo scenario post pandemia, promossa dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo e condotta da Ipsos tra fine marzo e inizio aprile 2020. L’indagine ha interessato un campione rappresentativo di giovani di età compresa fra i 18 e i 34 anni: circa 2000 in Italia e 1000 in ciascuno degli altri grandi paesi europei, in particolare Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. 

Alcuni primi risultati (inclusi nell’edizione del Rapporto giovani 2020 in uscita), mostrano, nel complesso, come la pandemia di Covid-19 abbia prodotto un forte impatto dal punto di vista economico e sociale, determinando una discontinuità sulla vita quotidiana, sulle modalità di formazione e lavoro, ma anche su come vengono intese e vissute le relazioni sociali e sullo stato emotivo. Con conseguenze sul benessere personale di adolescenti e giovani maggiori in Italia rispetto agli altri paesi.

Oltre agli effetti del lockdown, in termini di attività bloccate o vincolate ad essere praticate in modo diverso, c’è anche da progettare una nuova normalità che coniughi sicurezza con meccanismi efficienti e inclusivi di produzione collettiva di valore. Un’occasione unica per mettere le basi di una nuova fase di crescita del Paese che riposizioni le generazioni come parte attiva, incoraggiando l’espressione della loro energia positiva e valorizzando in pieno il loro capitale umano.

Il rinnovo generazionale al centro del rilancio del Paese

19 maggio 2020

La demografia ha una sua forte inerzia che da un lato la rende particolarmente informativa nel delineare scenari futuri, d’altro lato, però, è implacabile per chi la ignora e non mette per tempo in atto scelte solide e lungimiranti. Se a cinquant’anni una donna non ha avuto un figlio difficilmente potrà ripensarci e recuperare l’esperienza di diventare madre. E’ molto più facile che essa possa prendere un nuovo diploma, tornare a lavorare o cambiare lavoro. Le stesse condizioni di salute in età anziana dipendono fortemente da stile di vita e comportamenti in età giovanile. Ad esempio l’aspettativa di vita in buona salute a 65 anni è sensibilmente più elevata tra i laureati rispetto a chi ha titolo basso. E’ vero che anche la pensione dipende dalle scelte formative e di carriera passate, ma è più facile pensare ad una integrazione economica su un assegno troppo basso che riparare condizioni di disabilità cronica. 
Questo vale anche a livello collettivo. Una popolazione con persistente bassa natalità si troverà con un futuro di accentuato invecchiamento. Ma dato che la natalità passata va a ridurre progressivamente la popolazione in età riproduttiva, diventerà anche sempre più difficile invertire la tendenza per ridurre da oggi in poi gli squilibri prodotti. Questo meccanismo demografico fa ben capire come le scelte poco lungimiranti del passato possano diventare una trappola che depotenzia l’impegno del presente nel costruire un futuro più solido. Come tristemente ben noto, l’Italia è uno dei Paesi che maggiormente hanno lasciato crescere gli squilibri demografici (strettamente interdipendenti con quelli generazionali, di genere e geografici). 
Va inoltre precisato che quando la fecondità dei Paesi maturi avanzati rimane posizionata attorno ai due figli per donna, la popolazione smette di crescere, ma mantiene un adeguato equilibrio tra generazioni. Quando, invece, scende molto più sotto, come nel caso italiano, la popolazione anziana continua ad aumentare mentre quella più giovane precipita verso il basso, andando a minare le basi della sostenibilità sociale e della crescita economica. Tutto questo rende ancor più debole un Paese che ha lasciato crescere in passato un enorme debito pubblico, ulteriormente lievitato con l’impatto di Covid-19. Ci sarà, da un lato, sempre più bisogno di risorse per rispondere alle esigenze della popolazione anziana, mentre, d’altro lato, si inaridisce sempre di più la fonte che produce ricchezza nel paese. 
Questa carenza di risorse - se non contrastata da una azione politica consapevole e coraggiosa - rende meno generosi gli investimenti su sistema formativo, su welfare attivo, su ricerca, sviluppo e innovazione, alimentando così una spirale di deterioramento quantitativo e qualitativo della presenza e del ruolo delle nuove generazioni. In un mondo sempre più complesso e in rapido cambiamento, il basso impegno di investimento su sistemi avanzati di orientamento scolastico e lavorativo porta a far crescere il numero di giovani che si perdono nella transizione scuola-lavoro. Non è un caso che il nostro Paese si trovi a detenere il poco invidiabile record di NEET (under 35 che non studiano e non lavorano) in Europa. Con gli squilibri demografici creati, con il debito pubblico accumulato, ma anche con la necessità di nuove energie e competenze richieste dall’innovazione tecnologica e dalla green economy, dovremmo formare e impiegare ancor più e meglio le nuove generazioni e non invece renderle più deboli e marginali come finora accaduto.
Per rilanciare il Paese dopo lo shock subìto con la pandemia di Covid-19 è allora necessario ripartire da ciò che la demografia mette al centro del cambiamento, ovvero il rinnovo generazionale, sia quantitativo che qualitativo. Le grandi risorse messe in campo per rispondere all’emergenza devono, in questa prospettiva, diventare anche parte di un progetto di reindirizzamento degli investimenti sulle scelte che accompagnano e rafforzano l’entrata qualificata e la presenza solida dei giovani nei processi di sviluppo sociale ed economico del paese. O sarà anche questa una delle tante scelte mancate che ci troveremo nei prossimi decenni a rimpiangere?