Lettere dal 2088. A Kōchi i futuri si imparano camminando
Un reportage dal cammino degli 88 templi di Shikoku, dove si trova il "Pellegrinaggio delle domande", progetto partecipativo creato da due artiste gemelle che credono nel potere trasformativo dell’arte. Tra le proposte, un’idea di museo dei futuri che esce dalle pareti, superando i confini.
Due pellegrinaggi
Dal 21 ottobre, dopo una prima tappa a Tokyo, cammino sull’isola di Shikoku, lungo il pellegrinaggio degli 88 templi che i giapponesi chiamano ohenro. È un percorso scandito da ripetizioni: arrivare, purificarsi mani e bocca, salutare attraverso gentili inchini, visualizzare e pregare, ripartire. Il corpo assume il ritmo dei passi prima che la mente ne carpisca il senso. Alla vigilia dell’arrivo a Kōchi scopro, quasi per “caso”, che in città sta per aprire un secondo pellegrinaggio, più breve e contemporaneo. Si chiama Toi no Junrei (問いの巡礼), il "Pellegrinaggio delle domande". Non porta principalmente ai templi buddhisti ma ai piccoli santuari del centro, e non chiede di giungere a una meta: suggerisce di camminare con una domanda in tasca. Il territorio diventa un ambiente di apprendimento diffuso. Templi e santuari si trasformano in tappe di un percorso riflessivo, in cui l'interazione con i luoghi, il movimento e il tempo interno che ci vuole per scandire i passi di un cammino possono favorire rinnovate interpretazioni. Un'esperienza di arte partecipativa che intreccia tre dimensioni: il pellegrinaggio come pratica di ricerca, la domanda come dispositivo culturale di trasformazione e i futuri come spazi da esplorare attraverso l'immaginazione. L'espressione giapponese 聖地巡礼 (seichi junrei) significa letteralmente "pellegrinaggio ai luoghi sacri". Le artiste utilizzano quindi un linguaggio che richiama esplicitamente la tradizione spirituale giapponese, ma introducono un’innovazione: il pellegrino non passa soltanto attraverso luoghi sacri, ma li attraversa portando con sé delle domande. Il pellegrinaggio tradizionale diventa dispositivo e riferimento culturale a partire dal quale Naho e Maho costruiscono una nuova esperienza artistica e riflessiva che porta a una maggiore percezione della presenza, nella quale il territorio non è soltanto uno scenario, ma parte integrante del percorso di interrogazione personale. Si parte da una domanda sul presente, si attraversa un luogo reale e si incontra una rappresentazione immaginaria del futuro. Il 2 novembre ho incontrato le due artiste che lo hanno ideato, nello spazio dove è allestito l’avvio del percorso partecipativo. Da allora mi accompagna una domanda: un museo dei futuri può essere un cammino?
Due gemelle, due futuri per Kōchi
Naho e Maho firmano il loro lavoro come TWINS ARTmā. Sono gemelle, originarie di Kōchi e il loro percorso artistico comincia dalle memorie del passato. Dopo il terremoto dell’11 marzo 2011, Maho parte per il Perù senza mappe e senza parlare né inglese né spagnolo. In un taccuino porta con sè una domanda che risuona nella sigla di uno dei cartoni animati più popolari e longevi del Giappone, Soreike! Anpanman: “perché siamo nati, e che cosa facciamo della nostra vita?” Al ritorno da quel viaggio comincia a dipingere. Non è un riferimento casuale. L’autore di Anpanman, Takashi Yanase (1919 - 2013), aveva radici familiari nella prefettura di Kōchi, dove trascorse parte della giovinezza e lavorò per il quotidiano Kōchi Shimbun. Segnato dalla guerra, dalla fame e dalla perdita del fratello minore, immaginò un eroe diverso: non chi sconfigge un nemico, ma chi soccorre chi soffre, offrendo una parte del proprio volto di pane a chi ha fame. Le gemelle considerano il museo a lui dedicato, a Kami, un luogo quasi sacro. Da una canzone per bambini a un viaggio, da un viaggio a un pellegrinaggio offerto agli altri: è lo stesso filo che, nei messaggi dal 2088, lega la domanda individuale alla cura degli altri.
Il ritorno a Kōchi nasce dalla tensione fra due futuri. Da un lato lo spopolamento della prefettura, che rende maggiormente complicato immaginare futuri positivi. Dall’altro il progetto di uno spazioporto, che il territorio spera di vedere operativo nel 2029. Le artiste non scelgono né il declino demografico né l’annuncio trionfale: restituiscono alle persone le domande e alimentano la capacità di generarne di nuove. Costruiscono una finzione artistica: immaginiamo di essere nel 2033, quattro anni dopo il lancio di un razzo da uno spazioporto di Kōchi. Non è una previsione verificata, ma la premessa narrativa dello scenario. In questo futuro, i rapporti tra la Terra, lo spazio, la tecnologia e l'identità umana potrebbero essere profondamente cambiati. Le opere visive e testuali invitano a riflettere su domande che emergono in un mondo diverso da quello attuale. Il viaggio diventa così anche un'occasione per confrontare il modo in cui si era iniziato a interrogarsi con ciò che si è sviluppato durante l'esperienza. Due domande documentate nelle opere che avvolgono le pareti dello spazio espositivo sono particolarmente emblematiche:
"Una persona nata su Marte da genitori terrestri è un terrestre?"
"Il passato raggiunto attraverso una macchina del tempo è ancora passato, oppure diventa presente?"
Rappresentano spunti interessanti perché non chiedono di prevedere che cosa accadrà. Costringono, invece, a ripensare categorie che oggi consideriamo relativamente stabili: appartenenza, identità, origine, continuità e tempo.
Perché un pellegrinaggio e non una mostra? Il cammino, mi spiegano, sollecita un’interrogazione profonda e aiuta a riscoprire il valore delle domande per esplorare nuovi orizzonti. Il desiderio di Maho e Naho - il loro futuro preferibile - è di contribuire a far diventare la Terra un luogo destinato a futuri migliori. E intendono cominciare dalla loro città natale, per ripensare l'identità e l'attrattività di Kōchi, trasformandola da ambiente di passaggio a luogo di incontro, riflessione e permanenza: una destinazione di pellegrinaggio attraverso l'arte.

Kōchi, 2 novembre 2026. L’intervista con Naho e Maho (TWINS ARTmā) all’Annaijo 2033. Foto di Maria Fabiani.
Un archivio dal futuro: l’Annaijo 2033
Il percorso parte e torna all’Annaijo 2033 (案内所2033), un "ufficio informazioni" ambientato sette anni avanti: lo spazio espositivo diviene contemporaneamente il punto di partenza, il punto di arrivo e un'installazione artistica dedicata ai futuri. Il pannello d’ingresso costituisce la soglia che ci “teletrasporta” dal mondo ordinario a quello straordinario, come nell’epico viaggio di eroi ed eroine, attraverso il gioco della finzione narrativa. Nel 2033 l’umanità vive una "grande era della navigazione spaziale". Grazie a tecnologie spaziali, IA e computer quantistici non si viaggia ancora nel tempo con il corpo, ma si condivide conoscenza con l’umanità futura. Il team del dottor Isaac, fisico e astronomo, entra in contatto con il "WE team", un gruppo di persone che vive nel 2088.
La storia coinvolge anche le autrici. Secondo il pannello, nel 2030 le gemelle avrebbero partecipato a una missione di comunicazione non verbale con il WE team, da una base sulla Luna. I dipinti esposti nascerebbero da quell’esperienza. È un gesto curatoriale raffinato: le artiste non illustrano il futuro, ne diventano testimoni. Sulle pareti si leggono i "registri di comunicazione" tra Isaac e il 2088, alternati a pagine del suo diario. Isaac chiede se il cuore umano si sia evoluto, se odio e conflitti siano finiti. Il WE team risponde che l’umanità ha dimostrato l’esistenza della forza che muove tutto, e la chiama amore. Un lettore italiano non può non sentire l’eco dell’ultimo verso della Divina Commedia: "l’amor che move il sole e l’altre stelle".
Due passaggi mi sembrano decisivi. Quando Isaac chiede come sia avvenuta la scoperta, il 2088 risponde che non può dirlo: dovremo trovarla da soli, dentro di noi. Il futuro rifiuta di consegnare la risposta. E il WE team presenta il proprio mondo come "uno dei vostri futuri possibili", non come il futuro. Racconta perfino che, da bambini, a scuola usavano simulazioni per capire quanto le proprie azioni influenzino gli altri e il futuro. Nel 2088, l’educazione anticipatoria fa parte di una progettualità pedagogica.
Il cammino delle domande attraversa la città
Prima di mettersi in cammino, all'ingresso dell'Annaijo 2033, ogni adulto sceglie una toisho (問い書) una carta che contiene una domanda, in giapponese o in inglese. Le domande sono trenta; quel giorno sul tavolo ne restavano ventidue, perché altri partecipanti erano già in cammino con la propria. Eccone qualche esempio: Qual è la mia gioia? Che cosa mi trattiene? Per che cosa sono nato? A chi vorrei offrire speranza, e quale speranza? Perché mi sento solo? Chi sono, davvero?
Confesso di non aver scelto la mia carta: ero lì per incontrare le artiste, e i templi dello Shikoku ohenro non lasciavano spazio a un secondo pellegrinaggio. Ma una cosa colpisce anche solo leggendo le carte: tutte le domande dirigono lo sguardo nella direzione del nostro villaggio interiore. Nessuna parla di Kōchi, della comunità o del futuro condiviso. Il cammino degli adulti è soprattutto un esercizio di conoscenza di sé. La domanda scelta accompagna il partecipante per tutto il percorso, senza richiedere una risposta immediata. Con la carta e una mappa si attraversano i santuari del centro, raccogliendo piccole schede chiamate engisho (縁起書). Le artiste hanno preparato oltre 120 testi-indizio, pensati per aiutare a interrogare la domanda iniziale da diverse prospettive, a illuminarla da angolazioni differenti. Qui la conoscenza non arriva da una spiegazione frontale, ma dall'interazione fra parole, luoghi, movimento e riflessione. Che cosa sperano le artiste che accada, lungo la strada, a quella domanda? Che ciascuno impari a dire sì ai propri futuri, ad accoglierli! L’esperienza del pellegrinaggio potrebbe aiutare a trovare un orientamento più chiaro per il proprio futuro. L'obiettivo non è necessariamente individuare una direzione corretta e definitiva, ma ampliare la capacità di utilizzare i futuri per comprendere diversamente il presente e riconoscere nuove possibilità. L'invito a interrogarsi sulla propria vita viene inserito in un progetto più ampio, che riguarda l’opportunità di immaginare e costruire un futuro diverso anche per la città. I futuri individuali e quelli collettivi non sono quindi considerati due dimensioni completamente separate tra loro, ma potenzialmente complementari.
Secondo episodio di Fotogrammi di Futuri, una rubrica su cinema ed educazione anticipatoria.
La scatola capovolta: cosa "Sheep in the Box" ci insegna sul modo sbagliato di usare il futuro
Una lettera dal 2088
Per i bambini Maho e Naho hanno ideato un quaderno, il Mirai Note, una piccola grande opera d’arte dal raffinato design. Si apre con una lettera: "Ciao, te del 2026. Siamo il WE team e viviamo nel 2088". Il WE team invita a partire per il pellegrinaggio delle domande, perché ci sono risposte che solo tu puoi trovare. Non esiste una risposta giusta: vanno bene parole, disegni, colori, anche una parola sola. E c’è una regola da seguire: ogni pagina si apre solo arrivati nel luogo indicato, senza sbirciare.
Sette tappe, sette domande:
- Annaijo 2033: che cosa ami così tanto da dimenticare il tempo?
- Kōchi Daijingū: racconta di quando hai agito con gentilezza verso qualcuno.
- Kunteki Jinja: racconta di quando qualcuno è stato gentile con te.
- Ozu Jinja: nel futuro ti arriva una lettera. C’è scritto: "Quella volta, meno male che c’eri tu. Grazie". Che cosa pensi di aver fatto per quella persona?
- Kōchi Hachimangū: a scuola, a casa, nella tua città, che cosa vorresti che fosse diverso?
- Yamauchi Jinja: come puoi usare ciò che ami o sai fare per qualcuno?
- Chikurin-ji oppure Annaijo 2033: nel 2088 il mondo è più gentile e bello. Che cosa farai tu, per quel mondo?
Alla fine il bambino colora sul retro il "colore del futuro" che sente, dialogando con le proprie emozioni: diventerà una foglia per arricchire progressivamente l’albero del futuro del 2088.
Non si chiede ai bambini semplicemente di immaginare il futuro. Si crea un futuro immaginario che interpella il loro presente e riconosce loro capacità di azione. È un esempio di design fiction con una significativa potenzialità educativa, soprattutto per il lavoro sull'immaginazione, sull'agentività e sul senso di possibilità per coltivare la capacità di aspirare sollecitata da Appadurai e imparare a desiderare in modo diverso, alimentando l’utopia come sesto senso dell’esperire umano per riprendere la geniale intuizione di Gianni Rodari.
La sequenza è un piccolo capolavoro pedagogico. Parte da ciò che il bambino ama, passa per la gentilezza data e ricevuta, arriva alla città e infine al mondo. Dove gli adulti restano nell’introspezione, i bambini vengono accompagnati dal sé alla comunità. Le artiste parlano di un’esigenza etica: permettere ai bambini di esprimere talenti e potenziale umano, coltivando l’osettai. A Shikoku la parola indica l’ospitalità gratuita che gli abitanti offrono ai pellegrini; qui diventa una pratica di gentilezza quotidiana, da offrire senza aspettare nulla in cambio.
Il bento è la classica scatola portapranzo giapponese. Nel contesto dell'Ohenro, ricevere un bento preparato in casa o acquistato al momento dai residenti è una delle forme più comuni e apprezzate di osettai.
Affrontare a piedi decine di chilometri al giorno in zone rurali e montuose è estenuante; trovare un abitante del luogo che ti ferma sul ciglio della strada per donarti un bento con riso, verdure locali o specialità del posto non è solo un sostentamento fisico, ma un fortissimo supporto emotivo ed energetico (spesso accompagnato dalla parola ganbatte!, ovvero "tieni duro!")
Per chi si occupa di Futures Literacy, il Mirai Note mostra un uso prezioso del futuro lontano. Il 2088 non serve a prevedere che cosa accadrà, ma ad aiutare i bambini a riconoscere, già oggi, i propri talenti e la propria capacità di contribuire a cambiare il mondo. Il futuro diventa uno specchio, più che una destinazione.
Un museo dei futuri senza pareti
Toi no Junrei non è un Futures Literacy Lab o un’esperienza riconducibile al future design giapponese, e le artiste non lo presentano come tale. Eppure contiene dispositivi che chi lavora con la Futures Literacy può riconoscere come preziosi. La domanda personale rende visibili valori e aspettative. Il cammino rallenta le risposte automatiche. Il 2033 e il 2088 offrono una distanza da cui guardare il presente.
C’è anche una lezione più sottile. Il filosofo Jean-Pierre Dupuy proponeva di immaginare la catastrofe come già avvenuta, per riuscire a evitarla. Il 2088 di Kōchi usa la stessa grammatica con il segno rovesciato: la lettera della quarta tappa ringrazia il bambino per qualcosa che avrà fatto. E il WE team racconta che nel suo mondo si pensa e si crea non per paura, ma per migliorare il mondo. Qui il futuro anteriore non genera allarme: sviluppa agentività.
Restano domande aperte. Il futuro proposto è uno solo, luminoso e già risolto: chi lavora con la Futures Literacy vorrebbe vederlo affiancato da futuri inattesi, anche scomodi. E le domande proposte agli adulti rimangono principalmente individuali. Le artiste stanno preparando questionari per raccogliere le riflessioni dei partecipanti, e contano sul dialogo con il responsabile di uno dei santuari per comprendere la funzione sociale dei luoghi sacri per la comunità. È lì che il pellegrinaggio potrebbe diventare immaginazione collettiva del futuro di Kōchi.
Per il Network italiano dei Musei dei Futuri, il progetto di Maho e Naho realizzato a Kōchi suggerisce un’ipotesi. La funzione museale orientata ai futuri non abita per forza un edificio: può farsi cammino. La domanda fa da curatrice, la città da collezione, il visitatore da autore. Non un luogo in cui guardare il futuro, ma un percorso in cui si impara a trasformare le proprie domande sul presente.
Nel primo caso, un itinerario storico e spirituale utilizza la ripetizione, il cammino, il paesaggio e il rito per sviluppare un'esperienza di apprendimento generativo.
Nel secondo, due artiste contemporanee provano a utilizzare lo stesso linguaggio per trasformare le domande attraverso le quali interpretiamo noi stessi, il territorio e il futuro.
Entrambe le esperienze attribuiscono valore non soltanto alla destinazione, ma a ciò che accade mentre la si raggiunge.
E se un Museo dei Futuri fosse, prima ancora che un luogo in cui incontrare rappresentazioni del futuro, un percorso nel quale impariamo a trasformare le nostre domande sul presente?
Non solo immaginare futuri differenti, dunque, ma imparare a camminare nel presente con domande differenti.
Inoltre, il progetto Toi no Junrei non intende soltanto portare le persone a interrogarsi sul proprio futuro, ma ambisce a trasformare il territorio stesso in un ambiente culturale capace di generare domande.
Questa sfumatura contribuisce a spostare la riflessione sui Musei dei Futuri verso una prospettiva particolarmente interessante: non soltanto musei senza pareti, ma territori che possono assumere una funzione educativa e anticipatoria attraverso l'arte, il cammino e la partecipazione. Naturalmente, l'ambizione dichiarata dalle artiste va distinta dagli effetti effettivamente prodotti dal progetto, che richiederebbero un'osservazione sistematica nel tempo. Ma come ipotesi di design culturale, mi sembra una delle dimensioni più originali da approfondire, con le opportune contestualizzazioni anche nelle realtà italiane.
Il futuro anteriore di Uruma
Poco prima di arrivare a Kōchi, dopo il tempio 25, mi fermo in un onsen affacciato sul Pacifico. Nella vasca esterna, alimentata con acqua di mare, una giovane coppia tiene in braccio un bambino di quattro mesi, sorridente e a completo agio nell’acqua calda. Si chiama Uruma. I genitori mi spiegano il suo nome: qualcosa come un cavallo del mare, prezioso come il lapislazzuli. Un piccolo ippocampo blu. Poi, con mia grande sorpresa, me lo mettono in braccio.
Solo qualche giorno dopo, davanti al quaderno dei bambini, ho capito chi avevo tenuto tra le braccia. Nel 2033 Uruma avrà sette anni. Nel 2088 ne avrà sessantadue: è, letteralmente, uno degli abitanti del 2088 che scrivono ai bambini di oggi. Forse un giorno sarà lui a scrivere a qualcuno: "Quella volta, meno male che c’eri tu".
Rileggendo questa storia affiora anche un gioco di numeri, come indizi che mettono in relazione gli elementi del racconto. Accostate allo specchio, le due cifre 3 di 2033 si chiudono in un 8. La somma delle cifre di 2033 fa 8. E il mio cammino è quello degli 88 templi. 2033 e 2088 diventano così quasi una traduzione grafica del futuro anteriore, il tempo che apre a un futuro legato al proprio passato.
C’è poi un evidente “sincronismo”: l’ultima tappa del quaderno dei bambini può essere Chikurin-ji, il tempio 31 degli 88. Il pellegrinaggio antico e quello delle domande finiscono per intrecciarsi nello stesso luogo.
Uruma ancora non lo sa, ma quell’acqua di mare, quelle mani straniere e quel pomeriggio sul Pacifico saranno stati il suo passato. Forse imparare il futuro è proprio questo: camminare nel presente sapendo che diventerà la memoria di qualcuno.
Copertina: Su San Lee/unsplash