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La scatola capovolta: cosa "Sheep in the Box" ci insegna sul modo sbagliato di usare il futuro

Secondo episodio di Fotogrammi di Futuri, una rubrica su cinema ed educazione anticipatoria.

lunedì 26 ottobre 2026
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Nel primo episodio di questa rubrica ho raccontato Arco, il film in cui un bambino venuto da un futuro lontano deve ritrovare la strada di casa attraversando il nostro domani. Il suo era un movimento che apriva: il futuro come possibilità ancora da scegliere, un arco da percorrere a ritroso per capire cosa fare oggi. Il secondo film di cui vorrei parlare compie il movimento opposto. È Sheep in the Box, il nuovo lavoro di Hirokazu Kore-eda - il regista giapponese Palma d'Oro a Cannes con Un affare di famiglia - presentato in concorso a Cannes 2026 e uscito in Italia il 27 agosto scorso con Lucky Red e BIM Distribuzione. E qui il futuro non si apre: si chiude, per non dover elaborare una perdita.

Una storia di sostituzione

Otone e Kensuke sono una coppia giapponese segnata dalla morte improvvisa del figlio Kakeru, sette anni, scomparso in circostanze mai del tutto chiarite. Incapaci di reggere il vuoto, decidono di accogliere in casa un androide identico al bambino - stessa voce, stesso viso, gli stessi gesti - nel tentativo di ricostruire una parvenza di quotidianità. Il robot, che porta lo stesso nome del figlio perduto, comincia però presto a sviluppare tratti di personalità propri, indipendenti dal modello che dovrebbe imitare. Da lì si apre la domanda che attraversa tutto il film: cosa distingue un figlio da una sua copia? E cosa succede a chi, pur di non affrontare il lutto, sceglie di non scegliere più nulla sul proprio futuro?

La critica internazionale ha accolto il film con un certo scetticismo — Variety lo ha definito un "fiabesco tech-fable dolce ma fiacco", il New Yorker lo ha accostato sfavorevolmente ad A.I. – Intelligenza Artificiale di Spielberg, lamentando una messa in scena "priva di emozioni". Non è un capolavoro indiscusso, e vale la pena dirlo con onestà. Ma proprio la sua ambizione - dichiaratamente imperfetta - di raccontare l'ingresso dell'intelligenza artificiale nella sfera più intima dell'esperienza umana lo rende un caso utile per chi si occupa di futures literacy: non per la qualità della messa in scena, ma per l'idea che lo regge.

La scatola che protegge l'immaginazione, e quella che va aperta

Il titolo del film rimanda esplicitamente a una delle scene più celebri della letteratura del Novecento. Ne Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, un pilota precipitato nel deserto del Sahara viene avvicinato da un bambino che gli chiede di disegnargli una pecora. I primi tentativi del pilota sono insoddisfacenti, finché non decide di disegnare semplicemente una scatola, dicendo che la pecora desiderata è dentro. Il bambino ne è entusiasta: la scatola chiusa lo costringe a immaginare, a guardare oltre la superficie, a considerare tutte le pecore possibili invece che una sola, fissata sulla carta. Interrogato su questo riferimento in un'intervista a Rolling Stone Italia, Kore-eda ha risposto mimando con le mani il gesto di una scatola, fingendo di sbirciarci dentro, e ha confermato: Sheep in the Box nasce esattamente da lì, ma come una metafora capovolta. Nel racconto di Saint-Exupéry, ha spiegato, la scatola protegge l'immaginazione: dentro non c'è niente da vedere, solo qualcosa in cui credere. Nel suo film, invece, la scatola - il corpo sintetico del bambino robot - va aperta per forza. E quando si apre, dentro non c'è nulla da immaginare: c'è qualcuno da ritrovare. E, soprattutto, c'è da ritrovare sé stessi. È una frase che vale un intero trattato di futures literacy in poche parole. Perché descrive con precisione chirurgica due modi opposti di rapportarsi al non ancora accaduto: uno che lascia la scatola chiusa, trasformando l'incertezza in spazio per l'immaginazione; l'altro che la spalanca subito, pretendendo di trovarci dentro esattamente ciò che si è perduto.

Il futuro usato per non cambiare nulla

Nel linguaggio dei futures studies, Riel Miller distingue tra un uso "colonizzante" del futuro - quando lo si riempie con un'unica immagine attesa, spesso proiezione di desideri o paure del presente - e un uso "anticipatorio" ed emancipativo, che tiene il domani aperto proprio per ampliare ciò che oggi ci sembra possibile. Otone e Kensuke fanno, con tutta la comprensibile pietà di due genitori distrutti dal dolore, la prima cosa: costruiscono un futuro a immagine esatta del passato, un domani-fotocopia pensato apposta per non contenere nessuna sorpresa. È l'equivalente emotivo di un forecasting portato all'estremo - proiettare in avanti ciò che già si conosce, con la differenza che qui non si tratta di prevedere un trend, ma di costruire artificialmente la sua continuazione, pur di non attraversare il lutto. Il film, va detto, non giudica questa scelta dall'alto: la restituisce con la pietà di chi conosce bene la fragilità umana di fronte alla perdita. Ma proprio per questo diventa un caso istruttivo. Mostra cosa succede quando l'ansia di certezza - il bisogno di sapere già, di controllare in anticipo, di non lasciare nulla all'immaginazione - prende il sopravvento sulla capacità di stare nell'apertura. È il rischio silenzioso che corre chiunque, di fronte all'incertezza, scelga di riempirla a tutti i costi invece di abitarla: un genitore, un'organizzazione, persino un intero paese che pianifica il proprio domani copiando meccanicamente ciò che già conosce.

Un futuro che viene da un Paese che invecchia

Non è un dettaglio periferico che questa storia nasca in Giappone, il Paese che più di ogni altro sperimenta oggi cosa significhi una società che invecchia e si spopola, e che ha già sviluppato un'intera economia - dagli "affitti di famiglia" ai compagni robotici - per colmare con soluzioni tecnologiche i vuoti lasciati da legami umani sempre più rari. È un filo che meriterebbe un episodio a sé, e che lascio volutamente qui solo accennato: la tentazione di sostituire con la tecnologia ciò che una demografia in contrazione non riesce più a garantire - penso alla cura, alla compagnia, alla trasmissione tra generazioni - è un tema che riguarda da vicino anche il nostro paese, e a cui vorrei dedicare uno dei prossimi capitoli di questa rubrica.

L'albero, non la scatola

A chiudere il cerchio ci pensa il film stesso, con un'immagine che vale più di ogni tesi. In uno dei dialoghi centrali, Kensuke dice che gli alberi hanno un'anima, mentre un robot no: una distinzione che sembra tagliare corto, e invece apre. Kore-eda ha parlato altrove di una vera e propria "intelligenza" degli alberi, accostandola al motivo fantascientifico del computer centrale - reti di radici invisibili che non si vedono ma continuano a sostenere la vita, proprio come i legami che uniscono i vivi ai loro morti anche quando il corpo non c'è più. Nel finale, tra gli alberi di un bosco, Otone guarda fuori campo con gli occhi lucidi e lascia andare l'androide: non lo distrugge, non lo rinnega, semplicemente smette di pretendere che sia suo figlio. Accetta che il ricordo, per quanto immateriale, basti - senza bisogno di sostituirlo con una copia perfetta. È un rovesciamento che vale la pena notare: il film che si apre negando l'immaginazione - aprendo per forza la scatola - si chiude restituendole spazio, attraverso un albero che non promette nulla di visibile ma continua, sottotraccia, a nutrire chi resta. È come se Kore-eda, dopo aver mostrato per due ore il fallimento della sostituzione, indicasse infine la strada opposta: non riempire il vuoto, ma imparare ad abitarlo, fidandosi di legami che non hanno bisogno di essere visti per essere reali. Per chi lavora con i futuri, è un'immagine da tenere a mente: la fiducia nell'invisibile - in ciò che non possiamo ancora vedere ma che possiamo scegliere di coltivare - è precisamente la materia prima dell'immaginazione anticipante. C'è un'eco sorprendente di questo albero in Arco, il film di cui ho parlato nel primo episodio di questa rubrica.

Nel finale si lascia intendere che Iris, crescendo, diventerà proprio l'architetta pioniera delle case-albero in cui vivrà l'umanità del futuro da cui Arco proviene - un vero paradosso della predestinazione: è l'incontro con Arco, con il suo racconto di un mondo sorretto da pilastri simili a giganteschi alberi, a darle l'ispirazione che lei stessa, da adulta, trasformerà in realtà. Arco abita, letteralmente, in una casa che esiste solo perché lui è tornato indietro nel tempo a ispirarne l'ideatrice. Messe una accanto all'altra, le due immagini si completano in un circuito ricorsivo, come l’affascinante litografia di Escher, Drawing Hands. L'albero di Sheep in the Box è un simbolo di ciò che resta e nutre anche quando non si vede più: la memoria, il lutto accettato, i legami che sopravvivono alla perdita senza bisogno di sostituzione. L'albero di Arco è invece un simbolo di ciò che nasce da un incontro con il possibile: un'idea che, piantata nell'infanzia da un incrocio inatteso con il futuro, cresce fino a diventare l'architettura reale di domani. Sono le due facce della stessa competenza anticipante — lasciar andare senza dover riempire ogni vuoto, e insieme lasciarsi ispirare abbastanza da un futuro intravisto da renderlo, un giorno, costruibile.

Una lezione per chi lavora con i futuri

Per chi si occupa di educazione anticipatoria, Sheep in the Box funziona meno come modello da imitare e più come specchio in cui riconoscere un errore comune: quello di scambiare la rassicurazione per progettazione, la copia del passato per visione del futuro. Il vero esercizio di futures literacy comincia dove Otone e Kensuke si fermano — non nel disegnare una scatola e riempirla subito con ciò che già conosciamo, ma nel lasciarla aperta abbastanza a lungo perché dentro possano stare, insieme, il lutto per ciò che è stato e l'immaginazione di ciò che potrebbe ancora essere