Cat Tully: “Gioco con il tempo e sogno l’ozio creativo. Per 30 anni il futuro è stato affare di pochi”
La direttrice della School of International Futures racconta perché immaginare scenari da solo non basta: “Occorre aprirsi a voci nuove. Le innovazioni più entusiasmanti stanno emergendo ben oltre i centri tradizionali del foresight”.
Cat Zuzarte Tully guida la School of International Futures (Soif), un'organizzazione internazionale non profit con sede nel Regno Unito che aiuta governi, istituzioni e comunità a immaginare e costruire futuri più equi e sostenibili. In passato ha ricoperto incarichi strategici al ministero degli Esteri britannico e ha collaborato con Banca mondiale e Commissione europea. In questa intervista ci racconta la sua visione del futuro, la responsabilità verso chi verrà dopo e un proposito per il 2027.
Che cosa significa oggi, concretamente, lavorare con il futuro?
Il lavoro sui futuri appare entusiasmante e molto più aperto. Per buona parte degli ultimi trent'anni, il dibattito dominante sul futuro è stato piuttosto chiuso e tecnocratico. Quello che oggi mi entusiasma è l'interesse per futuri radicalmente diversi e il riconoscimento che, per immaginarli e plasmarli, è necessario coinvolgere voci differenti.
E come si traduce questo cambiamento nel vostro approccio?
A Soif mettiamo insieme previsione strategica, pensiero sistemico, costruzione di reti e dinamiche dei sistemi umani in quello che chiamiamo Futures-Inspired Transformative Stewardship: utilizzare una riflessione strutturata sul futuro, insieme ad altri, per trasformare il mondo di oggi. Un ottimo scenario non basta: bisogna lavorare sulle relazioni, sul potere e sui sistemi, e rafforzare la capacità delle persone di produrre cambiamento. Una delle cose che mi frustrano nel campo del foresight è l'idea che, per ottenere risultati differenti, basti elaborare una teoria più convincente per spiegare un problema. Capire è importante, ma descrivere un problema non significa trasformare la realtà. A un certo punto dobbiamo essere noi il cambiamento: agire, sperimentare, creare connessioni, fallire, amare, piangere, provare cose nuove e imparare.
Il futuro, però, viene spesso plasmato da chi detiene già il potere. Come evitare che pochi decidano per tutti?
È una questione centrale nel nostro lavoro. Una delle ragioni per cui l'interesse per i futuri sta crescendo così rapidamente è la consapevolezza che, per usare un’espressione nota, ‘ciò che ci ha portati fin qui non ci porterà dove ora abbiamo bisogno di andare’. Le persone vogliono resilienza e preparazione, ma anche sistemi siano più adeguati allo scopo. Se il foresight viene praticato soltanto da chi detiene già il potere, rischiamo di riprodurre le convinzioni e le strutture del passato, oppure un futuro ristretto, che funziona per loro.
C’è un’alternativa?
Il coinvolgimento dell'intera società, in particolare delle voci abitualmente escluse, e di istituzioni che portino attivamente nelle decisioni di oggi gli interessi delle generazioni future. Non si tratta soltanto di partecipazione, ma di stabilire quali conoscenze contano, chi ha la capacità di agire e chi può influenzare le decisioni.
Dove vede oggi i segnali più incoraggianti? Ci sono Paesi o iniziative che la ispirano particolarmente?
Sono particolarmente ispirata dalle nuove generazioni. Attraverso la rete Next Generation Foresight Practitioners vediamo lavori straordinari: dalla costruzione di visioni per il Rivers State, in Nigeria, al ripensamento dell'istruzione in Bangladesh, fino all'introduzione del future thinking tra i rifugiati di Cox's Bazar. Certo, ci sono Paesi pionieri come Finlandia, Singapore e Galles che mostrano come questi approcci possano essere istituzionalizzati, ma innovazioni entusiasmanti stanno emergendo ben oltre i centri tradizionali del foresight.
E l’Italia?
L'Italia è un ottimo esempio di un approccio basato su un ecosistema. Il lavoro dell'ASviS, che coinvolge l'intera società, va dal dialogo con i giovani e tra le generazioni all’impegno sulla valutazione intergenerazionale, insieme a importanti cambiamenti costituzionali. Questa combinazione offre insegnamenti che vanno ben oltre l'Italia, ed è bello vedere come Ecosistema Futuro contribuisca al dibattito europeo e globale.
Quanto conta, per chi lavora sul futuro, sentirsi parte di una rete internazionale?
Chi adotta nuovi approcci può sentirsi solo, per questo Soif ha creato la SOIF’s Long-Term Governance network, che collega queste esperienze, affinché le persone possano confrontarsi e costruire solidarietà. Mi piace molto anche il programma Futures Methods from Around the World, che rende visibile l'incredibile diversità dei modi in cui le persone, nelle varie culture, già pensano e lavorano con i futuri.
A due anni dalla Dichiarazione Onu sulle Generazioni Future, un vostro Rapporto mostra che le promesse sono ancora lontane dai risultati. Gli esperti valutano i progressi globali appena 2,43 punti su 5, mentre il potenziale ancora inespresso arriva a 4,18. Come legge questi numeri?
La cosa che colpisce di più è la distanza tra i due punteggi. Sappiamo sempre meglio che cosa occorre fare e nel mondo si stanno sviluppando innovazioni straordinarie. Ma troppe iniziative restano frammentate, dipendono da singole persone o rimangono ai margini delle istituzioni. La sfida è collegare, istituzionalizzare e portare su scala più ampia ciò che già funziona: passare da singole iniziative promettenti a sistemi che tengano conto delle generazioni future. Entro il 2028 vorrei vedere questo passaggio diventare tangibile, con maggiori investimenti nelle capacità istituzionali, strumenti di misurazione dei risultati e responsabilità. Mi piacerebbe anche che il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite nominasse un inviato speciale per le generazioni future, per promuovere l'attuazione degli impegni a livello globale.
In Playing with Time scrive che possiamo vivere il presente come un tempo di ansia e chiusura, ma anche come un momento di straordinarie possibilità. Ci invita a “giocare con il tempo”: come possiamo farlo?
Si comincia riconoscendo che le nostre idee sul futuro plasmano ciò che crediamo possibile nel presente. Giocare con il tempo può aiutarci a sfuggire alla tirannia dell'immediato, ad ampliare la nostra immaginazione e la nostra capacità di agire, e a riportare tutto questo nelle decisioni pratiche. Invito le persone a usare il Manifesto di Playing with Time come una bussola, a osservare se giocano con il tempo come un Tessitore, un Marinaio, un Giardiniere o un Jolly, e a riflettere su dove possono agire: nel proprio modo di pensare, insieme agli altri nella propria comunità o organizzazione, oppure a livello sistemico. Pensare al futuro dovrebbe portarci a vivere più pienamente il presente, con maggiore immaginazione e capacità di agire.
Ma lei, nella vita quotidiana, come evita di sentirsi sopraffatta dal presente?
Sono fortunata perché sono ottimista per natura, ma anche perché trascorro gran parte del mio tempo con persone che mi ispirano, si rimboccano le maniche e fanno cose straordinarie. Questo mi dà speranza. Sul piano più personale, la sauna e l'immersione nell'acqua fredda, la natura, gli amici e le persone che amo mi aiutano a ritrovare la giusta prospettiva e un necessario senso dell'umorismo. Il mio proposito per il 2027 è coltivare più ‘ozio creativo’, uno spazio in cui non ci sia assolutamente nulla da realizzare. Sarebbe una meraviglia!
Se potesse parlare per qualche minuto con una persona che vivrà tra cinquant'anni, che cosa le chiederebbe? E che cosa vorrebbe raccontarle del mondo che stiamo costruendo oggi?
Le chiederei se siamo finalmente riusciti a ottenere energia pulita in abbondanza. Ma farei anche una domanda più fondamentale: che cosa significa essere umani nel tuo mondo? Chi sono la tua famiglia e i tuoi amici più cari? Quali tipi di esseri sono inclusi nella tua cerchia di cura? E vorrei dirle che abbiamo pensato a loro. Elise Boulding parlava di vivere in un “presente di 200 anni”, collegati attraverso le generazioni che ci hanno preceduto e quelle che verranno dopo di noi.
Vorrei che sapessero che, in questo turbolento decennio degli anni Venti, abbiamo cercato di essere buoni antenati. Che abbiamo fatto del nostro meglio per rispettare i loro diritti, per considerare i loro interessi insieme ai nostri e per essere solidali con loro.