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Dalla povertà educativa all'apprendimento attivo: un'intervista a Serena Seibel (Claim)

Per un'educazione che cambia ci vogliono metodi innovativi: la Ceo di Claim racconta il dietro le quinte della sua impresa sociale che porta l’istruzione in contesti difficili (ma non solo). Per contrastare l’uso intensivo dell’AI promuoviamo lo human advantage. 

giovedì 8 ottobre 2026
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Claim è un’impresa sociale impegnata ad affrontare la crisi globale della povertà educativa. Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, sta provando a trasformare il modo in cui le persone apprendono, lavorano e si relazionano tra loro, mettendo chi studia al centro del sistema educativo, rendendo il soggetto parte attiva del sistema educativo. La convinzione è che il diritto a ricevere un’istruzione di qualità, oltre a essere uno dei Goal dell’Agenda 2030, sia uno strumento fondamentale per affrontare la vita.

Potrebbero sembrare solo parole, queste, ma non appena si incontra Serena Seibel, co-fondatrice (insieme ad Aleksndra Pavlovic) e Ceo di Claim, si capisce che c’è qualcosa di più. Lo si intuisce dall’entusiasmo con cui parla di certi aspetti del proprio lavoro, dalla cura con cui descrive i metodi educativi e come vengono applicati alle diverse aree di interesse di Claim (contesti fragili, istituzionali e aziendali), da quel modo di fare che hanno le persone che non stanno vendendo un’idea ma che ci credono sul serio.

Come è nata Claim? Cosa ti ha spinto a iniziare a lavorare sull'istruzione e sull'apprendimento?

Claim è nata in Kenya. Ero lì per lavoro e io e Aleksandra Pavlovic abbiamo conosciuto una ragazza di 19 anni: dopo sei anni di scuola, non era ancora in grado di risolvere un'equazione matematica e riusciva a malapena a leggere e scrivere. Aveva iniziato tardi perché era stata salvata da un matrimonio forzato all'età di 13 anni.

È stato allora che abbiamo iniziato a chiederci: quali possibilità e opportunità avrebbe avuto? Cosa avrebbe potuto fare con un'istruzione di qualità? Quante altre persone ci sono nella sua stessa situazione?

Le risposte a queste domande ci hanno colpito profondamente. Secondo l'Unicef, il 70% degli studenti nel mondo è colpito dalla povertà educativa. Abbiamo osservato i metodi di insegnamento utilizzati in questi contesti, spesso caratterizzati da poche risorse e scarso supporto, e ci siamo chieste: cosa possiamo fare?

È questo che ci ha spinte a creare il nostro primo strumento per formare gli insegnanti all'apprendimento attivo, alle pratiche inclusive e alle lezioni coinvolgenti.

I modelli che avevamo osservato erano fortemente centrati sull’insegnante: lui o lei parlano, gli studenti ripetono, recitano, scrivono, ma c'è pochissimo coinvolgimento. E il livello di apprendimento è estremamente basso. Per questo abbiamo progettato nuovi strumenti, adattati ai contesti con risorse limitate.

Come si traduce concretamente questo approccio?

Volevamo che gli insegnanti potessero giocare e svolgere attività con gli studenti utilizzando nient’altro che bastoncini, pietre e tappi di bottiglia.

I metodi comprendono l'apprendimento attivo e inclusivo, l'apprendimento socio-emotivo, una pedagogia sensibile alle differenze di genere e approcci capaci di rispondere alle diverse esigenze e abilità degli studenti. Lavoriamo inoltre su pratiche attente ai traumi, necessarie in tutte le classi, e con insegnanti che operano in contesti di emergenza.

Questa progettazione didattica è altamente personalizzabile in base alle necessità e al luogo. Può essere tradotta in diverse lingue e adattata alle esigenze locali, ai programmi scolastici e ai diversi contesti.

Il nostro approccio si ispira alla pedagogia finlandese e mette al centro il gioco, l'apprendimento pratico, il pensiero critico, la capacità di risolvere i problemi e l'inclusione.

Avete sperimentato questo approccio in Kenya? Cosa è successo?

Sì. Abbiamo testato il prototipo lì per due anni, nella stessa scuola frequentata dalla prima ragazza che abbiamo incontrato. Poi lo abbiamo esteso ad altre quattro scuole e abbiamo ottenuto risultati straordinari.

Abbiamo visto le classi trasformarsi completamente: dal metodo di insegnamento tradizionale si è passati a studenti che si muovevano, partecipavano attivamente, parlavano, collaboravano e facevano tutto ciò che speravamo di vedere.

Anche la risposta degli insegnanti è stata incredibile. Erano molto entusiasti e hanno trovato gli strumenti pratici, facili da usare e semplici da applicare.

Dicevi che il vostro approccio si ispira in parte al modello educativo finlandese. Di cosa si tratta e perché lo avete scelto?

Lo abbiamo scelto perché ne abbiamo avuto un’esperienza diretta. Io ho avuto il privilegio di lavorare come insegnante in Finlandia e la nostra cofondatrice Aleksandra Pavlovic, instructional designer con una formazione nel campo dell'educazione e titoli di studio conseguiti in Finlandia, è a sua volta molto appassionata di apprendimento basato sul gioco, una colonna portante del metodo educativo finlandese, così come l’apprendimento esperienziale.

Negli ultimi decenni c’è stato un profondo cambiamento educativo, eppure è evidente come molti sistemi scolastici continuino a fare affidamento su modelli che esistono da centinaia di anni: pratiche centrate sull’insegnante, apprendimento passivo e un coinvolgimento molto limitato.

Oggi, dopo decenni di ricerca e di progressi nelle neuroscienze, sappiamo molto di più su cosa sia realmente l'apprendimento, su come funzioni il cervello, su come si costruisca la memoria e su cosa sia necessario per un apprendimento efficace e profondo.

È sempre più evidente, per esempio, che la memorizzazione e la ripetizione – metodi che molti di noi conoscono per esperienza diretta della scuola – semplicemente non sono sufficienti. Possono preparare gli studenti a superare un test, ma spesso non permettono loro di utilizzare quelle conoscenze e applicarle nella vita quotidiana.

È per questo che siamo molto interessati al modello finlandese. Oggi i sistemi educativi più solidi sono sempre più costruiti intorno all'apprendimento attivo, basato sui progetti, sull'indagine e sullo sviluppo del pensiero sistemico. E, naturalmente, sull’inclusività. Non si può avere una classe inclusiva o uno spazio che possa definirsi tale senza un coinvolgimento significativo degli studenti.

Quali competenze pensate che l'istruzione debba sviluppare per il futuro?

Quando gli studenti sono realmente al centro dell’apprendimento, sviluppano competenze per la vita che vanno ben oltre la classe: capacità di risolvere problemi, collaborazione e molto altro. Così come altre competenze interpersonali: la perseveranza, per esempio, e la capacità di porre le domande giuste. 

Oggi abbiamo sempre più bisogno di mettere in discussione i nostri risultati e di sfidare le risposte che riceviamo. È qui che entra in gioco il pensiero critico, che rappresenta anche una componente importante dell'apprendimento socio-emotivo.

Sono queste le competenze di cui gli studenti hanno bisogno per affrontare il mondo del lavoro di domani. Non possiamo sapere quali dei lavori che esistono oggi continueranno a esistere in futuro. Ma possiamo fornire i mezzi per arrivare preparati.

Claim lavora anche sull'apprendimento socio-emotivo. Cosa significa concretamente?

Il Social emotional learning (Sel) parte dalla creazione di un ambiente di apprendimento attivo e da insegnati formati per trasmettere questo approccio.

L’obiettivo è trasmettere competenze come la consapevolezza di sé e l'autoregolazione, ma anche la consapevolezza sociale e la capacità di creare spazi inclusivi.

Il problema è che il Sel non viene ancora sufficientemente riconosciuto nel mondo dell'educazione e, a mio avviso, neppure all'interno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Una lacuna da colmare.

Per questo motivo Claim sviluppa percorsi di apprendimento socio-emotivo (anche in Italia) per scuole, insegnanti, educatori e comunità scolastiche, oltre a percorsi di formazione sul Sel per professionisti e organizzazioni.

Cambiando per un attimo focus, qual è la vostra opinione sul crescente utilizzo dell'intelligenza artificiale nell'istruzione?

Sono ancora molto cauta. Penso che sia uno strumento molto potente per molte attività. Il carico di lavoro degli insegnanti, i sistemi di gestione dell'apprendimento e molti altri processi potrebbero potenzialmente essere portati a un livello superiore.

Tuttavia, sono molto preoccupata per il modo in cui viene introdotta tra gli studenti fin dalla più tenera età, senza che esistano ancora sufficienti ricerche su come il suo utilizzo possa influenzare il benessere psicologico nel lungo periodo.

Ritengo che la società non dovrebbe esporre gli studenti all'AI senza adeguate misure di tutela. In Claim promuoviamo l'idea dello human advantage, il vantaggio umano. Siamo molto concentrati sulle relazioni tra persone, sul rapporto tra insegnanti e studenti, sul benessere e sulla consapevolezza emotiva. Sono aspetti che non riteniamo debbano mai essere sostituiti, e non pensiamo che lo saranno.

Tornando al vostro lavoro con le comunità: come lavorate con gruppi diversi e in contesti molto differenti tra loro?

Ci sono certamente molte sfide e difficoltà. Ma ti direi che oggi la sfida più grande che affrontiamo è ottenere i finanziamenti per portare il nostro lavoro su larga scala.

Per questo continuiamo a cercare partner, collaboratori e sostenitori forti per la nostra missione, perché crediamo che il cambiamento inizi dalla connessione e non si possa raggiungere un vero impatto da soli (sul sito di Claim è possibile trovare maggiori informazioni, nda).

Come siete venute a conoscenza di Ecosistema Futuro?

Tramite un contatto di lavoro, una persona che lavorava presso la sede dell'Unesco a Parigi e ora si trova a Roma. Ci ha presentato al team, che a sua volta ci ha illustrato Ecosistema Futuro. È così che ci siamo interessati all'iniziativa, ai suoi temi e al lavoro che portate avanti.

Ci sono libri, film o serie Tv che hanno influenzato la tua visione dell'istruzione e, più in generale, del futuro?

Sì, molti. Sono una grande appassionata del lavoro di Ken Robinson (educatore e scrittore britannico, nda). Ha messo in discussione i sistemi educativi e aperto importanti discussioni, ad esempio su come la scuola possa uccidere la creatività o sulla necessità di cambiare i sistemi educativi. Si è concentrato molto sulle barriere che impediscono un cambiamento sistemico nell'istruzione.

Mi piace molto anche il lavoro di Daniel J. Siegel, in particolare The Whole-Brain Child, con la sua forte attenzione all'apprendimento socio-emotivo, che è anche uno dei pilastri della metodologia e dell'approccio di Claim.

Tra gli altri libri che hanno influenzato il mio modo di pensare all'istruzione c'è sicuramente The Power of Play di Stuart Brown. E ce n’è un altro che so essere particolarmente apprezzato dalla mia collega e cofondatrice Aleksandra e che l'ha spinta a studiare pedagogia: Summerhill School di A. S. Neill.

Tutti questi libri, articoli scientifici e molto altro hanno contribuito a orientare il nostro lavoro: provare a costruire un mondo in cui ogni individuo sia messo nelle condizioni di realizzarsi pienamente.