Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Sindacalizzare i robot per cogestire la fabbrica ibrida del futuro

Il sindacato del Ventunesimo secolo dovrà contrattare anche la produttività di macchine e algoritmi. Ma c’è bisogno di diffondere tra i lavoratori, e più in generale tra i cittadini, una vera e propria “cultura del dato”.

mercoledì 16 settembre 2026
Tempo di lettura: min

Nei giorni scorsi la segretaria generale della Uil funzione pubblica, Rita Longobardi, in un articolo su Italia Oggi [1] ha posto una questione che fino a qualche mese fa sarebbe potuta sembrare fantascientifica, ma che oggi coglie pienamente nel segno il passaggio di epoca che sta coinvolgendo sia il sindacato che i lavoratori. Nell’articolo Longobardi, a fronte degli evidenti segnali di rischi per i lavoratori di essere sostituiti da robot, propone sostanzialmente di sindacalizzare le macchine: “Se il robot non chiede  aumenti e diritti qualcuno dovrà contrattare il valore che produce – e aggiunge- è qui che il sindacato deve evolvere: non solo difendere il lavoro umano , ma contrattare gli effetti delle macchine su occupazione, salari, organizzazione e distribuzione della ricchezza”.

Il tema in realtà non é nuovo. Già negli anni ottanta il premio Nobel per l’economia James E. Meade sollevava il problema, affrontando il programma di un nuovo keynesismo.[2] La tesi di Meade era che la “nuova rivoluzione tecnologica nelle comunicazioni, nei servizi informativi, nell’elaborazione dati, nei sistemi di controllo, per brevità Chips e Robot”,  che già allora era visibile, avrebbe portato ad un ulteriore disequilibrio a favore del capitale rispetto al lavoro. Se Chips e Robot, argomentava Meade, finiscono semplicemente per aumentare la produttività , senza modificare il rapporto tra prodotti marginali del lavoro e del capitale, il problema potrà essere gestibile all’interno delle logiche classiche di confronto capitale-lavoro. Ma la situazione sarebbe del tutto diversa, proseguiva nel suo ragionamento Meade, se Chips e Robot  finissero per aumentare di molto il peso del capitale rispetto al lavoro.

Già allora la crescente potenza dell’informatica faceva intravedere un futuro in cui il capitale avrebbe trovato più remunerativo e più gestibile sostituire in maniera crescente i lavoratori con le macchine. In questo caso i salari dei lavoratori si sarebbero progressivamente trasformati in profitti guadagnati dal capitale sull’opera dei Robot. Ma, constatava Meade, la proprietà è meno egualmente distribuita della capacità di lavoro, e quindi i profitti si sarebbero concentrati sui pochi capitalisti escludendo i moltissimi lavoratori. Naturalmente il problema che si poneva per Meade, che era stato uno stretto collaboratore di Keynes, era come fare per riequilibrare la disuguaglianza economica che si sarebbe inevitabilmente creata e come fare a mantenere un livello di welfare accettabile.

La proposta formulata allora da Meade era raffinata quanto attuale.

Secondo Meade bisognava “redistribuire la proprietà” e non soltanto il reddito, cosicchè “ la società divenga una democrazia di proprietari, in cui il cittadino rappresentativo sia tanto un proprietario rappresentativo quanto un potenziale lavoratore rappresentativo”. Per raggiungere questo obiettivo Meade proponeva un secondo passaggio e cioè quello che lo Stato acquistasse attraverso delle "nazionalizzazioni alla rovescia" le società tecnologiche. Però, consapevole dei fallimenti delle aziende governate dallo Stato nei regimi socialisti ma anche in Inghilterra, aveva immaginato che nella "nazionalizzazione alla rovescia" la proprietà fosse dello Stato mentre la gestione delle imprese rimanesse in mano ai privati, molto più capaci nella gestione manageriale. Così facendo, scriveva Meade, tutti o parte dei profitti di tali imprese finirebbero indirettamente allo Stato, che potrebbe usare le somme ottenute per finanziare un dividendo sociale, o altre forme di benefici sociali, a favore di tutti i cittadini.

In questo modo si sarebbero create una sorta di “imprese ibride” metà capitalistiche e metà cooperative, con diritti proprietari ripartiti tra capitale e lavoro. Qualcosa di simile é stato recentemente proposto dal senatore democratico Bernie Sanders[3] per compensare i cittadini americani dello spossessamento dei dati da parte delle Big Tech, quando ha proposto di “espropriare” almeno il 50% del capitale delle Big Tech, mettendolo in un Fondo Nazionale i cui profitti sarebbero stati redistribuiti tra tutti i cittadini americani, ma lasciando la gestione delle imprese in mano ai tecnocapitalisti.

Anche Bill Gates [4] ha recentemente proposto un rimedio al predominio delle macchine sui lavoratori suggerendo invece un'altra strada: di riservare una quota di posti di lavoro agli esseri umani. Non é chiaro però nella proposta di Gates come dovrebbero essere selezionati i lavoratori da salvare, ne quali misure compensative saranno messe in atto per chi perde il lavoro, se non un accenno ad una generica tassazione dell’IA.

Ma tutte queste proposte per essere efficaci hanno però bisogno di un vasto consenso popolare, per sconfiggere lo strapotere mediatico e lobbistico detenuto oggi dai tecnocapitalisti.

Quindi c’è bisogno del coinvolgimento più largo di tutti i soggetti organizzati della società: i corpi intermedi. In questo confronto uno spazio importantissimo, come fu già nel corso dell’800 e del '900, lo giocano proprio i sindacati dei lavoratori. Per questo ritengo che la innovativa proposta della segretaria della Uil vada discussa nel modo più largo possibile nell’attuale dibattito sull’IA.   

Il ragionamento che guida la sua proposta di “sindacalizzazione delle macchine”, è semplice ed efficace: “Robot e IA apprendono da dati, procedure e competenze maturate dagli esseri umani. Quel sapere diventa patrimonio tecnologico dell’organizzazione, ma la conoscenza professionale è lavoro sedimentato. Se un algoritmo viene addestrato grazie all’esperienza dei lavoratori e poi produce valore, quel valore non è estraneo a chi ha contribuito a generarlo”.

Ecco dunque che in una rinnovata prospettiva di lotta sindacale, i lavoratori si debbono porre il problema della rappresentazione degli interessi “ibridi” che si vengono a creare da un accentuata interazione tra macchine e lavoratori. È un cambiamento ontologico molto significativo. Fino ad oggi le macchine nel processo progressivo della industrializzazione sono sostanzialmente servite ad organizzare i tempi del lavoro, a migliorare le performance del lavoro, ad aumentare la produttività, mentre ora potenzialmente vanno a sostituire il lavoro. Ma per sostituire il lavoro le macchine debbono imparare da qualcuno. Questo qualcuno non può essere altro che il lavoratore che oggi utilizza le macchine. Questo accade anche a livello delle professioni, basti pensare ai medici che con il loro uso di macchine per la diagnostica ad immagini o con l’uso dei “robot chirurgici”, aumentano progressivamente il grado di conoscenza dei sistemi di IA delle macchine, le cui performance vengono così migliorate e i prezzi di acquisto aumentati.

È dunque ora di fare qualcosa affinché si possa ancora gestire il processo all'interno di una dialettica tra capitale e lavoratori, come ha proposta la segreteraria UilFp, altrimenti quello che si produrrà sarà un vero e proprio furto della conoscenza che si genera nell'incontro tra macchine e lavoratori, da parte del capitale.

Ma come fare a “rappresentare” le macchine, come fare affinchè i sindacati dei lavoratori compiano questa mutazione ontologica? Lo indica con chiarezza Rita Longobardi: “Il sindacato del ventunesimo secolo dovrà contrattare anche la produttività delle macchine, algoritmi e dati”. Quindi bisognerà partire dall’unico elemento, tra macchine, algoritmi e dati, che è (letteralmente) nelle mani dei lavoratori: e cioè i dati.

I dati sono infatti il punto d'incontro, il punto di trasferimento tra la conoscenza implicita ed esplicita dei lavoratori nella produzione attraverso le macchine. Tutto passa attraverso la datificazione del  lavoro. Questo è un processo iniziato molto tempo fa, sostanzialmente esploso con le nuove potenzialità dell'intelligenza artificiale, ma che a questo punto è sfidato dal fatto che in prospettiva le macchine una volta che si sono appropriate del lavoro degli operai possono anche evolvere da sole. Ecco dunque la necessità di aprire urgentemente un confronto sindacale nelle fabbriche, sul tema della proprietà dei dati.

La proprietà dei dati sta diventando il tema centrale della competizione dell'intelligenza artificiale accanto ai data center e ai sistemi algoritmici aperti o chiusi. È di poche settimane fa la decisione assolutamente innovativa della Cina di introdurre in via sperimentale un certificato di proprietà dei dati.[5] Questo bisogno nasce dall'esigenza per l'appunto sentita, in primo luogo, proprio dal sistema imprenditoriale di poter utilizzare l'intelligenza artificiale senza perdere in prospettiva il valore dei dati a favore delle società che forniscono l’IA.

Ma quei dati sono parte di un valore che è stato prodotto anche dai lavoratori. Come Papa Leone XIV ha ricordato nella sua enciclica Magnifica Humanitas,[6] “pochi sono quelli che godono dei benefici dei dati molti moltissimi sono quelli che li producono”. E quindi bisogna ribaltare la logica per cui i benefici debbono essere solo di una parte.

Ecco perciò l'importanza, la necessità di un'azione di tutti i corpi intermedi e in primo istanza del sindacato nei luoghi della produzione, per consentire nell'ambito della dialettica tra le parti sociali di poter contare su quei dati.

Come dice ancora Papa Leone, sui dati si deve “poter avere la possibilità di trarne non solo beneficio, ma anche  decidere come vanno usati”[7]. I dati prodotti dal lavoratore nell’interazione con le macchine generano un "valore aggiunto", un "plusvalore" in termini marxisti, che va condiviso in una sorta di "comproprietà digitale" del dato, che va riconosciuta anche legalmente.

Si tratta di riconoscere che il lavoro “ibrido” uomo-macchina produce per l’appunto “un plusvalore digitale”, che deve essere ripartito in forme più possibile eque tra capitale (macchine) e lavoro ( esseri umani).

Questa ripartizione più equa si potrebbe realizzare, ad esempio, attraverso la messa a disposizione gratuita per i lavoratori ,da parte delle imprese, di una categoria di "azioni speciali digitali" per ogni robot (unità di misura digitale aggiunta) che viene introdotto in fabbrica. Queste “azioni speciali digitali” produrrebbero, per i lavoratori che le possiederanno, dei diritti speciali di voto in alcuni settori della governance  aziendale , per esempio per contribuire alla gestione  delle macchine in fabbrica, alla definizione della comproprietà dei dati e al loro utilizzo, e alla infine redistribuzione di una quota parte dei maggiori profitti derivanti dall’uso delle macchine e dell’IA.

Si tratterebbe, in definitiva, di un modo diverso di realizzare quelle “imprese ibride” immaginate dal premio Nobel James Meade con le “nazionalizzazioni alla rovescia”.

Ma  per affrontare un tema così innovativo c’è bisogno , a monte, di un azione di crescita culturale, anche tra i lavoratori. C’è bisogno di diffondere tra i lavoratori, e più in generale tra i cittadini, una vera e propria “cultura del dato” che ponga al centro la diffusione della conoscenza del valore che viene prodotto con  i dati, e di come  già oggi con la legislazione attuale si possa esprimere una partecipazione più democratica alla governance dei dati , e infine come si può tutti insieme svolgere un azione politica per migliorare la legislazione e consentire a tutti coloro che li producono una partecipazione ai diritti proprietari sui dati e ai benefici che ne derivano.

di Vanni Rinaldi, direttore Alleanza per la condivisione dei dati (ACODA)

[1] Italia Oggi; 29 agosto 2026

[2] James E. Meade; Un approccio neokeynesiano al pieno impiego; in Politica economica e mercato; Il Mulino 1993; pgg 344-348

[3] https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/il-piano-di-bernie-sanders-per-lai-piu-stato-meno-potere-alle-big-tech/

[4] https://www.gatesnotes.com/a-turbulent-ai-era-and-critical-choices-to-make

[5] https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/chi-possiede-i-dati-governa-lai-la-battaglia-tra-cina-usa-ed-europa/

[6] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html

[7] ibidem