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Il Noi tutti digitale di Papa Leone e la proprietà dei dati

L'Enciclica "Magnifica Humanitas" richiama dati e tecnologie come beni comuni, chiedendo regole che ne garantiscano accesso e partecipazione. Da questa visione nasce in Italia ACODA, l'Alleanza per la condivisione dei dati delle organizzazioni dell'economia sociale.

giovedì 11 giugno 2026
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Papa Leone XIV con la sua enciclica "Magnifica Humanitas" (MH) ha voluto offrire il patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa per fronteggiare la nuova “questione sociale” che nasce dalla rivoluzione industriale dell’intelligenza artificiale. Nel farlo ha affrontato tutti gli aspetti non solo quelli religiosi, ma anche quelli tecnici, sociali, istituzionali e antropologici, del “cambiamento di epoca”. Si tratta quindi di un testo che parla a tutti, e non solo ai cattolici. A conferma di ciò il Papa mette subito in guardia dall’indifferenza verso il cambiamento che riguarda “noi tutti”, con parole nette: “mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio” (MH6).

Egli afferma con chiarezza che non si tratta di dire “un sì o un no alla tecnologia, ma di una scelta, tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme” (MH9) e precisa che con la “sindrome di Babele” si identifica l’idolatria del profitto e l’uniformità di un linguaggio digitale unico, che traduce l’essere umano in dati e prestazioni. Ma a fronte di questo rischio di disumanizzazione, Papa Leone contrappone la “via di Neemia”, e cioè la cooperazione e il lavoro condiviso.

In sintonia peraltro con quanto aveva sottolineato l’ultimo rapporto sullo sviluppo umano 2025 dell’Undp, che significativamente si intitola  “Una questione di scelta”, e ci ricorda che “sono le persone, non le macchine, a determinare quali tecnologie si sviluppano, come vengono utilizzate e a chi servono- e che-  l'impatto dell'IA sarà definito non da ciò che può fare, ma dalle decisioni che prendiamo”.

Rifacendosi  ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa, il Papa afferma che “oggi , tra i beni che sono universalmente destinati a tutti (i beni comuni) dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati- e aggiunge indicandone le conseguenze - quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio  che contraddice la destinazione universale dei beni”(MH67).

Inoltre il Papa prende, con coraggio e lungimiranza, una posizione netta anche su una delle questioni centrali che stanno alla base del potere dell’AI: l’importanza dei dati digitali e della loro proprietà.

Papa Leone infatti nel capitolo terzo riferendosi alla  enorme potenza dell’AI, afferma che “questa resta legata esclusivamente al trattamento dei dati”(MH99), e prosegue indicando come “la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi”(MH108).

Non solo quindi identifica un nesso oggettivo, tra tutti noi che contribuiamo a produrre i dati e la loro proprietà, ma soprattutto ne identifica il valore non solo economico ma anche politico. Prosegue infatti collegando lo sfruttamento, portato avanti dal potere coloniale nei secoli scorsi, della terra, delle risorse e delle persone rese schiave, all’attuale strapotere delle piattaforme digitali, ammonendo che : “il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le informazioni personali in informazioni sfruttabili… È qui – dice il Papa- che si gioca una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo: … restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi”. (MH178)

Viene qui prefigurato da Papa Leone, non solo un mero diritto alla restituzione a chi i dati li produce, ma anche un vero e proprio diritto di “proprietà” dei dati, che si esplica nel “decidere come verranno usati da chi e per chi”.

La materia della proprietà dei dati digitali è da tempo oggetto di analisi e proposte, anche se è rimasta fin qui, volutamente, in un limbo giuridico che ha consentito la loro espropriazione, accumulazione ed utilizzo quasi esclusivo da parte delle Big Tech, che per prime hanno sfruttato il vuoto normativo.

L’unione europea negli ultimi anni, attraverso una normativa ancora in divenire ma già da questo punto di vista corposa, ha scelto una via concreta per limitare il potere delle grandi piattaforme e per sviluppare un vero mercato plurale e competitivo dei dati, favorendo la “libera circolazione ” e la “portabilità dei dati”, e  siccome l’interesse dei cittadini derivante dall’utilizzo dei dati “prevale sugli interessi dei titolari dei dati”, ha consentito anche l’affermazione di una sorta di “diritto alla restituzione di una copia” ai  cittadini europei dei dati digitali da parte delle piattaforme che li posseggono, dando loro la possibilità di conferirli a terzi tramite gli “intermediari dei dati”, sia per una loro riutilizzazione a scopi economici che per un uso  a scopi non profit definito “altruismo dei dati”.

Ma il Papa non si è limitato ad un semplice richiamo per una gestione diversa dei processi tecnologici e dei dati digitali in linea con il principio del “bene comune”. Rifacendosi alla Dottrina Sociale della Chiesa ha richiamato più volte il principio della sussidiarietà , “che vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale “, e chiede che i processi tecnologici  “siano orientati al bene comune, mediante …forme reali di partecipazione… e accesso equo ai dati” (MH71).

Infine il Papa ha ammonito affinchè “le comunità e i corpi intermedi non siano ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma contribuiscano al discernimento e alla vigilanza”-  indicando con decisione la via-  “serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione” (MH108).

Un nuovo protagonismo digitale dei corpi intermedi

Per fare fronte con creatività ai “fenomeni avversi” che colpivano la società nel suo passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale , nacquero nell’ottocento i cosiddetti “corpi intermedi”, cioè tutte quelle entità (raggruppamenti) interpersonali che, come dice la dottrina della Chiesa, hanno lo scopo di “proteggere e integrare” la persona. [1]

Sono corpi intermedi i sindacati, le organizzazioni di volontariato, i gruppi di acquisto solidale,le misericordie, le cooperative e le mutue sanitarie, le organizzazioni del terzo settore tutte, e diverse forme di associazione di rappresentanza come le camere di commercio. Nel nostro paese questo fenomeno si sviluppò con forza grazie al mondo cattolico con il “noi tutti”[2], che è stato utilizzato dalla dottrina sociale della Chiesa in relazione al bene comune, allo Stato, alla sussidiarietà, alla partecipazione, all’economia, al mercato,etc.[3]. Ma anche grazie alla cultura della solidarietà e della partecipazione mutualistica di matrice socialista, realizzata dalle cooperative di lavoratori , quelle di consumatori, alle cooperative agricole, alle cooperative di abitanti,alle mutue sanitarie dei lavoratori.

Nella seconda metà del novecento si è andato poi sviluppando in tutta Europa, uno spazio economico  destinato ad un economia più attenta ai bisogni non solo materiali delle persone, che è stata definita “economia sociale”.

L’Economia sociale è un area vasta, un vero e proprio ecosistema, che ha iniziato a raggruppare forme differenti dell’agire economico alternativo, ma con alcuni tratti comuni: la libera e volontaria adesione, la limitazione del profitto individuale, la valorizzazione del fattore umano e l’autonomia e l’indipendenza organizzativa.

Negli ultimi decenni però questo vasto e variegato mondo, pur guadagnando un importante spazio nella società e nell’economia con le sue attività, è entrato in una crisi identitaria sotto i colpi della progressiva individualizzazione della società, e della disintermediazione favorita dalle tecnologie digitali.

Oggi però i corpi intermedi e le strutture dell’economia sociale, possono ricoprire un ruolo molto importante nella “trasformazione digitale” della società perché potrebbero dare voce a un “noi tutti digitale”, nella ridefinizione di senso di queste tecnologie, orientandole al soddisfacimento dei bisogni reali delle persone.

Se vogliamo orientare le tecnologie del futuro in direzione dei nostri bisogni e delle nostre aspirazioni, come indica anche Leone XIV, dobbiamo farlo partecipando al cambiamento in maniera critica e attiva, esattamente come hanno fatto allora le persone che hanno dato vita ai corpi intermedi nell’800.

I corpi intermedi, come le strutture di rappresentanza dell’economia sociale, per svolgere questo importante e necessario ruolo di cambiamento e indirizzo, devono però aggiornarsi uscendo dall’autoreferenzialità che li caratterizza. Questa apertura può partire proprio dall’ utilizzo e dalla  condivisione dell’enorme mole di dati che provengono dalla loro attività quotidiana in relazione con i loro associati e le loro comunità. Un enorme patrimonio, oggi per la maggior parte inutilizzato, fondamentale per lo sviluppo delle nuove tecnologie e in particolare dell’AI, e che si può ancora di più ampliare dotando questi soggetti di una politica digitale all’altezza delle sfide. C’è bisogno urgente di una vasta e articolata azione di digitalizzazione culturale, che possa permettere di recuperare il gap esistente, che ha prodotto le migliaia di “silos corporativi” di dati sociali  che ognuna di queste organizzazioni custodisce, spesso incapace di farli evolvere in strumenti operativi di cambiamento.

L’Alleanza per la condivisione dei dati

Questo è quanto si propone di fare l'Alleanza per la Condivisione dei dati (ACODA), un associazione tra diversi soggetti dell’economia sociale, del terzo settore e le istituzioni locali che sta nascendo in questi giorni a Bologna.

L’Alleanza vuole essere uno strumento democratico e paritario, aperto a tutti i soggetti che vogliano favorire la crescita di una vera “cultura della condivisione dei dati”, premessa indispensabile per un uso più equo della tecnologia digitale e per aprire la possibilità della nascita di “Intelligenze Artificiali Sociali”, cioè destinate alla produzione di beni comuni digitali, per il benessere di tutte le persone.

Al centro del lavoro di ACODA ci sarà un azione di “empowerment” di tutte le organizzazioni dell’economia sociale in collaborazione con le istituzioni, in un lavoro teso a  “costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità … e li rendano corresponsabili del bene comune” ( MH72).

Innanzitutto verrà realizzata un attività informativa e formativa per una consapevolezza educativa sulle nuove tecnologie, perché queste tecnologie sono in “divenire” e non solo non esistono “manuali”, ma gli stessi ingegneri informatici che le costruiscono non conoscono fino in fondo il loro funzionamento, tanto che alcuni di loro (Anthropic) stanno chiedendo una “moratoria” sui tempi di messa a disposizione di tali tecnologie. Quindi l’azione educativa non potrà che essere “partecipativa”, per potersi giovare del sapere e delle esperienze di tutti: scienziati, informatici, imprese, società civile, e politica.

Inoltre per condividere qualcosa, qualunque cosa, bisogna sapergli attribuire un valore.

Se una cosa non vale non ha senso scambiarla.

Per dare un valore ai dati digitali bisogna però conoscere le loro caratteristiche intrinseche, come l’essere beni non rivali e quindi scambiabili e rivendibili all’infinito a costi infinitesimali. Gli stessi dati possono avere diverse finalità. Questo mette in gioco la responsabilità e la partecipazione di noi tutti  nel decidere per quali finalità usare e riusare i nostri dati. Si tratta di un  « libero arbitrio digitale » sui nostri dati che si puo’ esplicare solo nel momento in cui riesco a dare « un valore » e riusare i miei dati.

Non aver saputo dare un valore ai dati è alla base dell’asimmetria cognitiva che ha consentito alle Big Tech di accumulare dati e quindi potere e profitti negli ultimi 25 anni.

A questa azione culturale ACODA affiancherà una azione di indirizzo e accompagnamento delle organizzazioni dell’economia sociale e del terzo settore per il governo dei dati. Un'azione di Data Stewardship connotata come funzione istituzionale complementare e progettata per attivare sistematicamente, in modo sostenibile e responsabile i dati per il valore pubblico.

La gestione strategica dei dati deve tradursi in pratiche attuabili per: costruire la fiducia in tutto l'ecosistema, garantire che i dati servano l'interesse pubblico, consentire lo sviluppo responsabile dell'AI attraverso una corretta governance degli stessi.

Un’”ecosistema digitale” per la condivisione dei dati che nascesse a partire dall’Economia Sociale sarebbe un asset importante  per uno sviluppo autentico e intergenerazionale, che tenga conto come ha ricordato Papa Leone “non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno” (MH76).

[1] Cfr. P. Grossi,Le comunità intermedie tra moderno e post moderno, a cura di M. Rosboch, Marietti; Genova,2015; p39

[2] Benedetto XVI, Caritas in veritate, 7,pg9

[3] Compendio dottrina sociale della Chiesa 2004, 168- 441