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Luna: “Tra 10 anni i social esisteranno ancora, ma questa lunga stagione tossica è al tramonto”

Un’intervista all’autore di Qualcosa è andato storto, il libro che ricostruisce la storia del web, dei social e dell'uso che ne facciamo. "Le piattaforme hanno trasformato gli arrabbiati in influencer. Ma il virus lo avevamo noi, Facebook è stato il vento. C’è un altro modo per usare gli algoritmi".

martedì 31 marzo 2026
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Quand’è successo che internet e il web, da strumenti che sembravano garantire il progresso dell’umanità, sono diventati quello che sono oggi: dipendenza digitale, fake news, eco chamber? Quand’è che le piattaforme hanno iniziato a dividere le persone piuttosto che unirle? E quando abbiamo iniziato a considerare questa deriva, se non normale, inevitabile?

Rispondere a queste domande non è semplice, perché significa ricostruire una storia. E una storia ha bisogno di fatti, date, nomi, come di qualcuno che sappia ricondurli all’interno di una narrazione organica. Il nuovo libro del giornalista Riccardo Luna, Qualcosa è andato storto (Solferino Libri) fa proprio questo – analizza, ripercorre, si interroga – attraverso lo sguardo partecipato di chi ha visto l’evoluzione del web e dei social da dentro. Ed è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di intervistarlo.

Il tuo libro ricostruisce una storia, che coincide anche un po’ con quella della tua vita lavorativa. Parti dalla sbornia tecnottimista del primo internet, passi per la nascita di Facebook, poi Instagram, TikTok, engagement, contenuti spazzatura con l'AI, e i social che perdono la capacità di fare comunità per diventare piattaforme di intrattenimento personalizzato. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro proprio adesso?

Intanto non la definirei una sbornia. Eravamo ottimisti e lo eravamo a ragion veduta. Per la prima volta l’umanità aveva accesso a tutta la conoscenza del mondo e potevamo contattare chiunque nel mondo per realizzare un progetto. Quando arriva il web Internet era davvero la prima arma di costruzione di massa. Un dono di Dio, la definì papa Francesco che era assolutamente sobrio. Il libro l’ho scritto perché una domenica di gennaio ho ricevuto un messaggio da Paolo Giordano: Trump era appena diventato presidente per la seconda volta e lui lì scrisse più o meno “un giorno dovrai spiegare cosa è andato storto”. Io non lo sapevo, vedevo che il sogno di un mondo migliore non si era realizzato e non avevo capito perché. Così ho iniziato un viaggio nel tempo per capire se ci eravamo illusi o se ad un certo punto chi dava le carte aveva truccato il mazzo. Era vera la seconda ipotesi, ma l’ho scoperto strada facendo. E ripeto: non è una ipotesi, è una certezza, ci sono tonnellate di documenti a dimostrarlo.

Parli anche di come le piattaforme abbiano contribuito a sgretolare le democrazie. Le fake news si diffondono più in fretta e i partiti estremisti soffiano sul fuoco. Anche qui si è passati da un sogno – la tech-democracy e l’open government – a una sorta di incubo – la democrazia al servizio di Big Tech. Nell’introduzione al libro, Luca Sofri si chiede se tutto questo sarebbe avvenuto comunque, anche senza i social. Che ne pensi?

La penso come un ministro dello Sri Lanka citato nel libro: il virus lo avevamo noi, Facebook è stato il vento. Ha trasformato una influenza di stagione in una pandemia. Senza gli algoritmi della rabbia il populismo non avrebbe mai avuto la forza che ha; e invece i social hanno trasformato gli arrabbiati in influencer, hanno costruito comunità e alla fine hanno messo alla guida della più antica democrazia del mondo il re dei populisti.

Recentemente Meta è andata a processo per aver causato forme di dipendenza attraverso le sue piattaforme (e non solo). Dedichi al tema “dipendenza” vari capitoli, e ti concentri in particolare sugli effetti deleteri che i social hanno avuto sulle nuove generazioni. Lo fai con lucidità e accompagnando il lettore passo dopo passo, una qualità che ho ritrovato in tutto il libro. Pensi che stia cambiando il vento o è solo fumo negli occhi? 

Le due sentenze di fine marzo che hanno visto la condanna di Meta e Google (Tik Tok in un caso aveva patteggiato) sono l’inizio della fine dei social come li conosciamo. Fra dieci anni ci saranno ancora i social network perché siamo animali social e ne abbiamo bisogno, ma questa lunga stagione tossica è al tramonto.

Qualche tempo fa stavo leggendo una newsletter in cui l’autrice faceva un’osservazione interessante: spesso consideriamo internet e i social la stessa cosa, mentre non lo sono. Per spiegarlo usava una metafora urbanistica. Se passiamo la giornata su TikTok, Instagram, YouTube, Reddit o Twitter, stiamo passeggiando per un centro commerciale: prevedibile, climatizzato, sicuro. Mentre internet è una città, piena di vicoli, scantinati e porte nascoste. Un ambiente dispersivo, disturbante ma anche elettrizzante. Secondo te questo aspetto ce lo siamo veramente persi?

Internet è una cosa, il web un’altra e i social un’altra ancora. Queste differenze non la percepiamo noi e soprattutto non la percepiscono i ragazzi che sono nati col digitale. Epperò è necessario capire come funzionano le cose, altrimenti quando qualcosa va storto non capisci perché e non trovi i rimedi.

Qualcosa è andato storto è però anche un atto di speranza. Nelle battute finali parli di Gaza, e di come gli utenti siano riusciti a superare lo shadow banning per organizzare una protesta su larga scala. A dimostrazione che c’è un modo per usare i social e non essere usati.

La mobilitazione per Gaza è stata impressionante e ha dimostrato che è possibile usare gli algoritmi dell’engagement contro le piattaforme stesse, che infatti hanno provato in tutti i modi a censurare i contenuti. Ma guardando la situazione a Gaza oggi, a cosa ha portato? A Gaza e in Cisgiordania si continua a morire e continuano i soprusi. Ma guardando alle vicende di casa nostra, credo che anche nel voto dei giovani al referendum ci sia stato un ruolo positivo dei social.

A Venezia, nell’evento di lancio dell’iniziativa Ecosistema Futuro, hai portato sul palco giovani under-30 che stanno lavorando sul futuro: ricercatori, attivisti, imprenditori e artisti. Nel tuo libro ho ritrovato un po’ l’aria che si respirava quel giorno: una visione lucida, non cinica, a tratti speranzosa. Verrebbe da dire che se Qualcosa è andato sorto, qualcos’altro potrebbe andar meglio nei prossimi anni, no?

Io ero e resto un ottimista. Non uno di quelli che dicono che tutto andrà bene, magicamente; ma che potrebbe andare bene se ci impegniamo. Mi piace una citazione di Edgar Morin, dobbiamo sperare nell’improbabile. L’improbabile non è impossibile, e se c’è una speranza abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Copertina: Solferino Libri