Dubai Future Forum 2025: “Tre cambiamenti stanno ridefinendo la nostra epoca”
Il racconto della due giorni di dibattiti su AI, giustizia intergenerazionale e foresight collaborativo. Con i Foresight Awards premiati i pionieri che stanno progettando il domani.
di Giulia Ranuzzi de' Bianchi
"Il futuro non verrà dalla certezza, ma dalla curiosità". Con questo manifesto si è aperto il Dubai Future Forum 2025, il più grande raduno mondiale di futuristi, che il 18 e il 19 novembre ha trasformato ancora una volta Dubai in un laboratorio globale di pensiero strategico sul futuro. Quest'anno oltre 50 Paesi, 2.500 partecipanti, e rappresentanti di 100 organizzazioni internazionali hanno partecipato a un'edizione che, nella cornice del Museum of the future, ha esplorato temi cruciali: dall'intelligenza artificiale come spartiacque per l'umanità, alla collaborazione nella previsione strategica, fino alla giustizia tra generazioni. Ma è stata soprattutto un'occasione per porsi domande coraggiose su chi vogliamo essere come specie in un'epoca di cambiamenti radicali.
I punti di svolta
La Dubai Future Foundation, organizzatrice dell'evento, ha individuato tre "tipping points" già in atto che caratterizzeranno i prossimi dieci anni, e che parlano direttamente alla nostra esperienza quotidiana. Il primo riguarda qualcosa di sorprendentemente personale: la nostra capacità di concentrazione, che la Foundation definisce come "la nuova valuta" del nostro tempo. I numeri sono impressionanti e inquietanti: siamo passati da 2,5 minuti di attenzione sostenuta nel 2004 a soli 47 secondi nel 2023. Ma non si tratta solo di produttività perduta. Come hanno sottolineato gli organizzatori, è in gioco "la capacità di pensare in profondità e creare ciò che conta davvero". La provocazione lanciata dal palco ha fatto riflettere molti: e se il curriculum del futuro fosse definito non dalle competenze acquisite, ma da ciò che è riuscito davvero a catturare la nostra attenzione?
Il secondo punto critico identifica un paradosso dell'era digitale che tutti conosciamo troppo bene: l'overload informativo. Viviamo sommersi da report, previsioni, briefing e opinioni che competono costantemente per la nostra attenzione. Ma ecco l'intuizione chiave emersa dal forum: l'esperto del futuro non sarà chi può accedere al maggior numero di informazioni, ma chi sa estrarre il maggior significato da esse. Non è una questione di quantità ma di capacità di lettura, di interpretazione dei segnali deboli, di connessione tra punti apparentemente distanti.
Il terzo tipping point tocca la sfera più intima e meno discussa delle nostre vite: le relazioni umane nell'era dell'intelligenza artificiale. Con il mercato dei companion AI destinato a raddoppiare entro il 2030, ci troviamo di fronte a una domanda che suona quasi fantascientifica ma è già qui: come ridefiniremo le connessioni umane quando il sentirsi compresi diventerà accessibile on-demand da un assistente artificiale che non giudica, non ha ego e non abbandona mai la conversazione? È una questione che va ben oltre la tecnologia e arriva al cuore di cosa significhi essere umani. Questi tre elementi convergono in un concetto innovativo proposto dalla fondazione: il "potenziale cognitivo nazionale", una misura del progresso di un Paese basata non sul Pil ma sulla capacità collettiva di concentrazione, sulla profondità delle reti sociali e sulla qualità delle relazioni tra le persone. È un cambio di paradigma radicale nel modo in cui pensiamo allo sviluppo di una nazione.
L'importanza di collaborare
Ed è proprio su questa idea di sviluppo condiviso che si è innestato uno dei dibattiti più intensi e onesti del forum, quello sul foresight collaborativo. Esperti provenienti dal settore privato, governativo e accademico hanno messo sul tavolo non solo le best practice ma anche le contraddizioni e i fallimenti. Dal panel è emerso che la collaborazione nel pensare al futuro non è un optional diplomatico ma una necessità che richiede coraggio e umiltà. Non basta mettere persone diverse nella stessa stanza: serve costruire insieme, riconoscendo che nessuno ha tutte le risposte e che le soluzioni migliori emergono quando diamo spazio a chi vive i problemi in prima persona. È un processo scomodo che ci chiede di sovvertire il modo in cui siamo abituati a lavorare, finanziare progetti e gestire i rapporti di potere. Come ricordato dal palco, anche i tentativi meglio progettati possono fallire quando ci scontriamo con strutture che non sono pronte a lavorare davvero insieme. Ma è proprio questa fragilità, questa disponibilità ad ammettere che fare foresight collaborativo significa ridefinire completamente le regole del gioco, che ci indica la strada: il futuro si co-crea, non si consulta.
Questa consapevolezza diventa ancora più urgente quando si affronta il tema della speranza in un'epoca di crescente pessimismo giovanile. In un momento storico in cui la maggior parte dei giovani europei non crede più in un futuro migliore di quello dei propri genitori, parlare di speranza rischia di suonare vuoto o addirittura offensivo. Ma la speranza discussa al forum non è consolazione né ottimismo ingenuo: è azione incarnata, la capacità di rimanere aperti alle sorprese positive anche mentre affrontiamo i rischi. È imparare da culture che concepiscono il tempo diversamente da noi – come il quechua, dove il futuro sta "dietro" perché non si può vedere, e si ridefinisce solo agendo sul presente. È cambiare la narrativa con cui parliamo del domani, perché le storie che raccontiamo plasmano ciò che riusciamo a immaginare e quindi a costruire. Di fronte all'eco-ansia che paralizza sempre più giovani, la vera speranza non sta nel negare le crisi ma nel visualizzare che possiamo fare qualcosa, insieme, adesso. Perché l'opposto della speranza non è il realismo ma la disperazione: quel momento in cui smettiamo di credere che le nostre azioni contino ancora.
Per le future generazioni
E le nostre azioni contano soprattutto quando pensiamo a chi verrà dopo di noi. La giustizia tra generazioni non è un principio astratto ma una filosofia concreta che culture lontanissime condividono convergendo su un'unica verità: non siamo proprietari del futuro, ne siamo custodi. Nelle isole del Pacifico lo chiamano essere "kaitiaki" e lo praticano facendo sedere allo stesso tavolo giovani e anziani, perché la memoria culturale e l'energia innovativa hanno bisogno l'una dell'altra per immaginare un domani che regga. L'Europa sta traducendo questa saggezza in policy, rendendo la giustizia intergenerazionale un criterio trasversale per valutare ogni decisione politica – non più solo una questione ambientale ma un modo di pensare il progresso. Il cambiamento più radicale sta nel come coinvolgiamo le nuove generazioni: non come beneficiari delle nostre scelte illuminate, ma come co-autori delle decisioni che plasmeranno la loro vita. È passare dal "decidere per" al "decidere con", un salto che richiede tempo, pazienza e la disponibilità ad essere messi in discussione. Perché i giovani e i bambini non sono il futuro: sono il presente che abbiamo smesso di ascoltare.
Ma chi siamo noi, questo presente che fatica ad ascoltarsi, in un'epoca in cui le macchine pensano sempre più velocemente? La vera crisi che stiamo affrontando, come è emerso da uno dei panel più provocatori, non riguarda cosa farà l'intelligenza artificiale, ma chi vogliamo essere noi come esseri umani in questo nuovo scenario. È la stessa domanda che ci siamo posti durante la rivoluzione industriale, quando abbiamo trasformato le persone in ingranaggi produttivi e costruito scuole per renderle più efficienti. Oggi rischiamo di ripetere l'errore, solo a velocità esponenziale. Quando un assistente digitale può completare istantaneamente ogni nostra richiesta – prenotare, pagare, scegliere – guadagniamo comodità ma perdiamo qualcosa di più sottile: la capacità di decidere, anche nelle piccole cose. La provocazione più interessante del forum non è venuta dai tecno-entusiasti ma da chi ha invitato i giovani a non inseguire le competenze che l'AI replicherà meglio di noi, ma a coltivare ciò che ci rende insostituibili: la sfumatura delle conversazioni umane, l'empatia che legge il non detto, la capacità di navigare ambiguità che nessun algoritmo potrà mai codificare. Forse il futuro del lavoro non si gioca nell'apprendere a programmare, ma nell'imparare a rimanere profondamente, autenticamente umani.
Il Premio
E sono proprio gli umani, nella loro autenticità e radicamento locale, i veri protagonisti della trasformazione. Durante il forum si è celebrato chi sta già costruendo il futuro oggi, non domani, attraverso i Dubai Foresight Awards alla loro prima edizione. Hanno concorso progetti da 50 Paesi diversi, tutti accomunati da una lezione potente: il futuro più efficace è quello che nasce dal basso, con le comunità e non per le comunità. Congo Basin Futures ha vinto per il lavoro visionario sul secondo polmone verde del pianeta, il National Innovation Centre for Ageing e il Newcastle City Council per aver trasformato l'invecchiamento da problema a opportunità nella progettazione urbana, e l'Undp Pacific Futures Report ha ricevuto l'ovazione più lunga per un processo autenticamente "Pacific-led" che ha coinvolto navigatori tradizionali, policy maker e giovani insieme. Nessuno di questi vincitori ha importato modelli precotti dall'esterno, li hanno reinventati partendo dai valori, dai saperi e dalle necessità locali. Gli Awards hanno sottolineato una verità scomoda: il foresight più sofisticato tecnicamente può fallire se non riconosce che ogni comunità ha già dentro di sé gli strumenti per immaginare il proprio futuro. Il nostro compito non è illuminare chi sta al buio, ma creare le condizioni perché quella luce emerga.
"Il futuro non verrà dalla certezza, ma dalla curiosità", hanno ribadito gli organizzatori in chiusura. È un messaggio che risuona particolarmente in un momento di rapida trasformazione, dove le certezze sembrano crollare una dopo l'altra. Come ha osservato Anders Sandberg, futurista svedese, "dobbiamo coltivare l'apertura per le sorprese positive" senza dimenticare di affrontare i rischi. Ma forse la lezione più importante che emerge da questi due giorni a Dubai è un'altra: pensare al futuro non può essere un esercizio solitario o puramente tecnico. Richiede collaborazione attraverso culture e generazioni, richiede di dare voce a chi è più vicino ai problemi e a chi ne subirà le conseguenze, richiede di bilanciare ottimismo e realismo senza cadere né nell'ingenuità né nella paralisi. Come recita il manifesto del forum: "Cambiamo le menti. Mettiamo in discussione le risposte. Sfidiamo ciò che è possibile. Perché è questo che ci connette, è questo che ci muove". Fino al prossimo anno, la domanda che ci accompagna è personale e collettiva allo stesso tempo: cosa cambierete prima di rivederci?