Sviluppo sostenibile e università, quale futuro dopo il Covid?

Cosa tenere di questi mesi di didattica a distanza anche per il futuro e cosa, invece, è destinato a sparire. Ne abbiamo parlato con Patrizia Lombardi, presidente della Rus, la Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile.

di William Valentini

“In questo anno così tragico che ha colpito tutto il mondo, l’Italia è riuscita a fare un passo in avanti, incredibile, a livello di digitalizzazione. Questo anche grazie allo sforzo, alle competenze e al ruolo svolto dalle Università”. Patrizia Lombardi del Politecnico di Torino, presidente del Comitato di coordinamento della Rete delle università per lo sviluppo sostenibile (Rus), ragiona sul ruolo che hanno avuto gli atenei nelle fasi più difficili della pandemia. Un’azione che necessariamente ha richiesto una gestione su più livelli.

Un esempio in questo senso è stata la didattica a distanza (Dad), con la quale le università non si erano mai confrontate. Qual è il bilancio?

Da una parte la Dad ha consentito di continuare le attività formative, obbligando tuttavia i docenti a una trasformazione nell’approccio con la quale viene erogata la didattica. Da questo punto di vista si devono fare ancora molti passi in avanti. Con il senno del poi, non eravamo sufficientemente preparati: il problema più significativo con il quale le settantotto università che aderiscono alla rete si sono dovute confrontare è stato, inizialmente, il venir meno dei supporti tradizionali alla didattica, come l’essere in aula davanti ai propri studenti, il video-proiettore, la possibilità di realizzare revisioni anche collettive (come facciamo spesso noi al Politecnico), il lavorare insieme, in gruppo, in maniera interattiva per risolvere problemi di casi reali, ecc., insomma quegli strumenti e abitudini che richiedono di essere all’interno  degli spazi dell’ateneo.

Tuttavia, esistono degli indiscutibili vantaggi nello svolgere lezioni da remoto…

Ci sono dei punti a favore. Il fatto di poter raggiungere molte persone distanti e che non hanno possibilità di spostamento, inoltre da un punto di vista ecologico, consente di evitare di usare mezzi di spostamento che producono emissioni, sono novità positive. Tuttavia, se consideriamo il rapporto costi-benefici dell’essere in presenza, sicuramente la didattica in presenza rappresenta per gli studenti una esperienza più formativa, perché consente un apprendimento pieno.

Quali sono questi vantaggi?

L’università rappresenta un’esperienza formativa per i ragazzi che va oltre l’apprendimento in classe e la fruizione della lezione, magari scaricata da internet: per i ragazzi il fatto di poter essere tutti insieme in una classe, vivere il contesto sociale dell'ateneo è sicuramente un arricchimento. Ci sono, poi, alcune discipline che richiedono proprio questo tipo di interazione, per cui qualsiasi strumento digitale risulta inefficiente. Ma lo stare insieme porta vantaggi anche ai docenti che, vivendo l’università quotidianamente, sono in grado di fornire un’esperienza formativa complessiva agli studenti.
Detto questo, esistono ambiti in cui la Dad dovrebbe essere implementata anche in futuro, come ad esempio, per gli studenti che hanno difficoltà di deambulazione o che arrivano da altri Paesi e che non possono spostarsi. Finché  non sarà stabilizzata a livello internazionale la situazione di rischio e incertezza legata alla crisi pandemica, gli studenti fuori sede hanno tutto il diritto di usufruire della didattica e degli esami a distanza.

Le grandi università estere offrono video dei corsi gratuitamente. Anche questa è una Dad?

Io sono sempre favorevole alle aperture; trovo che sia un’opportunità sfruttare queste video-lezioni. Anche alcune università che aderiscono alla Rus offrono gratuitamente lezioni sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile tenute da colleghi che sono grandi esperti a livello internazionale. Il sapere deve essere un sapere aperto che connette le persone e aiuta a progredire in maniera armonica con il pianeta.

Oltre allo sforzo di fare fronte alla gestione della vita quotidiana, la pandemia ha indiscutibilmente posto al mondo delle università la richiesta di conoscenze nuove e di nuove professioni. Cosa stanno facendo gli atenei e i professori per intercettare queste domande?

Le università si sono attrezzate per rispondere ed essere in linea con questa situazione molto dinamica e molto complessa. Il mondo del lavoro è in continua evoluzione e non abbiamo una fotografia perfetta di quali saranno le professioni, come era in passato. In questo senso, il mondo accademico cerca di supportare questo paradigma nuovo, attrezzandosi internamente tramite un rinnovamento degli approcci formativi e dall’altro lato, cercando di dare agli studenti maggiori opportunità di costruzione di competenze (trasversali critiche, strategiche, di problem-solving, ecc.) che tengano conto di questi diversi elementi. A livello nazionale, da anni scontiamo un gap di formazione, tra la domanda che arrivava dal mondo del lavoro e i neolaureati che non risultano preparati per rispondere a quella domanda.  Oggi questo gap si sta pian piano riempiendo: gli atenei da una parte cercano di mettere a sistema e inserire all’interno dei curricula formativi, le competenze del mondo professionale, anche rivolgendosi a docenti che arrivano dal mondo delle professioni; dall’altra cercano di abbattere le barriere all’ingresso nel mondo lavorativo, rendendo più fluido l’ingresso da parte dei neo-laureati, avvicinando i due mondi.

Nonostante l’impegno degli atenei abbiamo ancora un numero troppo basso di laureati. Un problema che si innesta su un altro ritardo molto grave del sistema nazionale: le alte percentuali, già prima dell’arrivo della pandemia, di abbandono scolastico. Esiste un legame tra questi due fenomeni?

Credo che esista una correlazione. Siamo anche il Paese che a livello europeo spende meno nella formazione. Bisognerebbe riuscire a credere di più nel sistema educativo. Sono attraverso l’istruzione è possibile costruire un futuro per questo Paese: credo che una grande riforma del sistema educativo nazionale sia doverosa e necessaria per traghettare la società tutta in un contesto di maggior solidità e sostenibilità. C’è da realizzare un investimento vero e una riforma totale che tolga questa idea della scuola come “fabbrica” del sapere e di formazione di professionisti e soggetti che poi non hanno possibilità di trovare lavoro, sostituendola con una visione degli atenei come “piattaforme” di collegamento tra diversi soggetti provenienti da diverse realtà e il mondo del lavoro. Occorre uno sforzo di tutto il sistema di insegnamento, che deve puntare sulle nuove competenze richieste mantenendo la rotta sullo sviluppo sostenibile, che deve essere il binario sul quale lavorare anche in sinergia, per poter offrire i nuovi modelli, le nuove discipline del futuro. In questo senso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) rappresenta un’occasione da sfruttare assolutamente.

Le università italiane hanno già avviato questo processo?

Gli atenei stanno arricchendo il catalogo dell’offerta formativa, con dei titoli che sono molti accattivanti. Però bisogna andare oltre il titolo: abbiamo ancora una difficoltà interna a livello nazionale, che è legata al fatto che c’è una struttura dei corsi che è piuttosto rigida e dettata dai vincoli disciplinari richiesti dal comitato universitario nazionale, che non consente di realizzare quella grande trasversalità che è necessaria per far fronte alle sfide globali. Per esempio, sarebbe utile inserire delle discipline che siano relative sia al campo umanistico, sia a quello tecnico, soprattutto per quei corsi che affrontano i temi legati allo sviluppo sostenibile, al cambiamento climatico e all’economia circolare.
Come Rus, abbiamo sviluppato un tavolo di lavoro che agisce proprio come supporto alle università per offrire dei criteri per lo sviluppo di nuovi corsi o di nuovi insegnamenti. Inoltre, lavoriamo anche in termini di osservatorio e di riferimento etico per i docenti che si apprestano a svolgere il proprio ruolo. La sostenibilità, in generale, richiede un approccio transdisciplinare ma anche un approccio sistemico. Quindi, bisogna cercare di superare i semplici approfondimenti verticali e puntare, al contrario, sull’adozione di una visione sistemica nell’affrontare i problemi globali. Infatti, come insegna l’Agenda 2030, i goal dello sviluppo sostenibile sono legati l’uno all’altro; è questo l’approccio che va implementato.

di William Valentini

Mercoledì 26 Maggio 2021