La lezione “dimenticata”: ritorno al futuro con la rivista Oikos

La sostenibilità richiede una riflessione antropologica ed etica che attraversi le scienze sociali ed economiche, senza essere solo un adattamento alla crisi climatica. 

di Giuditta Alessandrini

Complessità e sostenibilità

Negli anni Novanta, alcuni giovani ricercatrici e ricercatori, formatori, economisti e giovani studiosi di filosofia (tra i quali chi scrive) furono letteralmente “rapiti” da un manifesto che la rivista quadrimestrale Oikos, fondata da Mauro Ceruti e Enzo Tiezzi nel ’90 proponeva, lanciando finalmente nell’atmosfera sonnolenta di quegli anni un approccio interdisciplinare sull’ecologia delle idee[1][2]. Al centro di questa “visione” l’idea dello sviluppo sostenibile coniugato - all’interno di un “ancoraggio” filosofico – alla teoria della complessità.

Nel numero 3 della rivista del febbraio 1991, con una serie di saggi di straordinario interesse a cura di autori come Giorgio Ruffolo, H.C. Binswanger, Martin O’Connor, Richard Norgaard, Merceds Bresso, Edgar Morin, Ilia Prigogine, Heinz Von Foerst  ,si ponevano le basi per un dibattito interdisciplinare  sui limiti della crescita. Altro focus, la riflessione sui rischi che la mancata considerazione di una visione sostanzialmente mercatistica dello sviluppo stesso - ignara delle componenti di salvaguardia dell’ambiente - avrebbe potuto innescare nella mentalità corrente.

Queste “lezioni” crearono le premesse per una sorta di cenacolo ideale ma non trapassarono - tranne che per alcune “feritoie” - il muro della diaspora politica o, ancora di più, quello dell’attenzione pubblica. I tempi non erano maturi forse perché la preoccupazione per le sorti future dell’ambiente potesse essere tema di discussione pubblica in modo allargato alla platea mediatica. Ma bisogna considerare anche, come sostengono alcuni, che soprattutto nel “giro” degli economisti ci sia stata una “latitanza” intenzionale di interesse per il tema della sostenibilità, non ancora interpretata nelle sue connotazioni e colta nelle sue possibili derive.

Sono convinta che la sostenibilità richieda una profonda riflessione antropologica ed etica che possa attraversare le scienze sociali, oltre che economiche, e non solamente un mero adattamento culturale alle evidenze dei dati sul cambiamento climatico (e su tutte le altre distonie), oggi spesso sbattute in prima pagina anche non sempre opportunamente (si veda ad esempio il fenomeno del greenwashing).

È per questa ragione che la lettura di alcuni brani pubblicati su Oikos può essere una sorpresa. In parte ci stupisce il fatto che queste “lezioni” siano rimaste inascoltate per trent’anni non solo dalla massa, ma anche dagli intellettuali, ed in parte che gli orizzonti problematici di quel periodo siano rimasti più o meno gli stessi anche se la consapevolezza complessiva dei temi ambientali grazie anche a realtà come ASviS ed i suoi associati sia senza dubbio aumentata.

Il futuro con le sue ombre, visto dalle lenti degli anni Novanta non aveva “spaventato” abbastanza l’opinione pubblica ed aiutato quindi le persone - più o meno impegnate – a prendere decisioni, e soprattutto a riorientare le mappe.

La lezione dell’Agenda 2030 ci ha fatto capire-ormai da qualche anno - che occorre riconvertire gli obiettivi di sviluppo e ridisegnare quel futuro che è diventato presente e che non ha perso il carattere di “probabile” minaccia pur di fronte alla nostra cecità.

Sogni inascoltati?

“Lo sviluppo sostenibile non può essere discusso senza affrontare il tema della giustizia anche in prospettiva diacronica tra presenti e future generazioni. Il concetto di sviluppo sostenibile sta diffondendosi e comincia ad essere utilizzato in molti ambienti politici, specialmente a livello internazionale. Tuttavia, rimangono molti dubbi su come renderlo operativo, cioé su come passare da un concetto astratto alla individuazione di appropriati indicatori empirici… lo sviluppo sostenibile può diventare un ideale così vago e ambiguo da giustificare qualsiasi decisione di politica sociale presa in suo nome. Il compito più urgente consiste perciò nel chiarire il suo significato per evitare il rischio che lo sviluppo sostenibile possa significare qualsiasi cosa per chiunque.[3]

Questi pensieri sono nell’editoriale del terzo numero di Oikos del febbraio 1991 a cura di Ceruti e Tiezzi, e stupiscono indubbiamente il lettore di oggi per alcuni elementi: ad esempio l’esigenza di un approccio quantitativo per gli indicatori empirici come poi é avvenuto nella formulazione del quadro dei 17 SDGs dell’Agenda 2030 e promosso con numerosi studi e ricerche dall’ASviS. Anche l’attenzione ad evitare un approccio generico o del tipo greenwashing era già un elemento di consapevolezza. Sembra veramente incredibile che trent’anni fa fosse così chiara questa certezza.

In un’altra pagina scritta da Martin O’ Connor leggiamo:” La motivazione per una nuova etica ambientale viene dal riconoscimento che ogni regime di attività, la vita di ciascuno di noi insomma partecipa alla vita di altri individui, gruppi ed ecosistemi. Ma l’etica va oltre questa osservazione di fatto, per vedere la vita come un’attività di co-creazione” (ivi pp 63).

In un altro contributo di Richard Noorgard leggiamo: “Il modello dello sviluppo come coevoluzione dei sistemi ecologici e sociali aiuta ad identificare le interrelazioni esistenti tra sostenibilità ambientale e sostenibilità culturale della modernità” (ivi pp 161).

Ancora più chiara Mercedes Besso quando chiarendo il diverso significato di crescita e di sviluppo in economia afferma che “vi è bisogno di ricercare un nuovo paradigma per l’economia perché quella che conosciamo, nato dallo sviluppo del capitalismo industriale è strutturalmente fondato sull’accumulazione e quindi sulla necessità della crescita” (ivi pag. 201).

Tra i contributi più significativi quello dell’allora ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo, autore peraltro dell’introduzione italiana al Rapporto Burtland, che afferma: “per raggiungere lo sviluppo sostenibile dobbiamo stabilire, come afferma Prigogine, una nuova alleanza tra scienza e democrazia, tra uomo e natura. Il problema è in definitiva, di reintrodurre l’etica dove il calcolo economico ha sinora imperato sovrano. Chiudere il cerchio spezzato dall’esaurimento delle risorse e dall’abuso di fonti energetiche inquinanti e non rinnovabili mediante un impiego più razionale delle une e delle altre e con il ricorso delle energie rinnovabili” (ivi 233 e segg.).

Rileggere questi contributi aiuta il lettore a richiamare uno dei fil rouge dello sviluppo sostenibile: la pietra angolare della complessità quale soglia di accesso ad un pensiero che vede il legame indissolubile tra mente e natura.

La chiave di lettura sistemica

Lo sviluppo della cosiddetta epistemologia costruttivista nelle scienze sociali ha segnato intorno agli anni Novanta del secolo scorso un passo importante: mi riferisco al lavoro di Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi. Il punto fondamentale in quest’approccio era l’idea di “coevoluzione” dei sistemi sociali e dei sistemi ecologici. Da questo insieme di idee che trae spunto dal lavoro del grande epistemologo e psicologo Jean Piaget (alla cui scuola ginevrina Ceruti ha lavorato nei suoi anni giovanili, oltre alla collaborazione con Edgar Morin) trae linfa anche la visione di due biologi, sociologi e filosofi cileni, Humberto Maturana e Francisco Varela che elaborarono un approccio teorico denominato “autopoiesi”[4][5].

Il primo docente all’ Università di Santiago del Cile e ad Harvard, ed il secondo, ricercatore, prima in Francia, poi negli Stati Uniti ed infine in Cile, fondatore dell’Istituto Mind and Life. Varela é scomparso nel 2001- ancora relativamente giovane – ed é stato anche epistemologo, lavorando anche all’idea di “enazione” che ha avuto seguito anche negli studi sulla formazione adulta.

Secondo le idee dell’autopoiesi - maturate in una dimensione interdisciplinare tra studi biologici e studio dei processi di apprendimento - nell’essere vivente é fondamentale il processo di autoorganizzazione che emerge e si definisce in funzione del fatto che cognizione e vita si identifichino. La dimensione relativa all’ambiente è parte integrante del processo vitale in quanto la cellula vivente assume gli elementi che sono utili alla sua autorganizzazione e quindi al mutamento costante dall’ambiente.

Si comprendeva allora anche come la chiave di lettura sistemica applicata al lavoro ed alle scienze organizzative sarebbe riuscita a cogliere le trasformazioni degli scenari di lavoro in via di sviluppo. Ricordiamo che il paradigma sistemico era transitato dalla fisica alle scienze sociali con gli studi di N. Luhmann[6]. Il punto focale era l’interdipendenza delle parti che costituiscono un sistema e l’attenzione alle qualità di sistema delle relazioni.

L’attenzione alla visione olistica dell’ambiente come habitat dell’uomo è altresì – passando ai giorni nostri – uno dei punti di rilievo dell’Enciclica “Fratelli Tutti” di papa Francesco. Leggiamo infatti in questo testo la bella espressione “tutto è connesso: l’amore crea legami[7]. Lo stesso concetto espresso da Umberto Eco quando parlava di “arte della sintesi” o di Massimo Cacciari quando si riferisce alla “scienza dell’intero”. “Chi non mette in relazione con il tutto le singole parti ed i frammenti dei vari saperi può dire solo mezze verità” (I.Dionigi,)[8]

La visione della cura dell’ambiente come azione complessa affidata alla responsabilità di tutti si è potuta rafforzare nella consapevolezza comune anche grazie all’impatto dell’enciclica Laudato Si’ del 2015. L’espressione ecologia integrale utilizzata nell’enciclica sta a significare l’interconnessione tra ambiente naturale, ambiti tecnologici e possibilità di azioni umane ed esprime il richiamo alla responsabilità di tutti per la salvaguardia del creato.

Oltre la cecità, raccontiamo ancora queste storie ai giovani

“Nel corso degli ultimi decenni, la parabola della grande accelerazione ha coinciso con la traiettoria della modernità: ha portato alla disgregazione della comunità ad un individualismo ed un’anomia sempre più’ accentuati, all’industrializzazione dell’agricoltura ed alla centralizzazione dei sistemi distributivi. Allo stesso tempo ha rafforzato il dualismo mente-corpo al punto di produrre l’illusione, propagandata in modo potente nel cyberspazio che gli esseri umani si siano liberati dai vincoli materiali al punto di essere diventate personalità fluttuanti scisse da un corpo”

In questi termini Amitav Gosh descrive la dimensione della grande cecità che ha caratterizzato l’occidente negli ultimi anni, ma intravede l’avvio di una lotta per evitare le grandi perturbazioni del clima globale[9].

Anche il fenomeno della crescente disuguaglianza, con tute le conseguenze che ciò determina, fa parte dello scenario sul quale si dipana la grande cecità.

 È ben noto anche il lavoro di alcuni economisti – pur da diverse prospettive – intorno alla tesi che sia la stessa crescita economica a generare le condizioni per la crescita della disuguaglianza. Basti citare il lavoro di A. Deaton, di E. Moretti e di J. Stiglitz analizzato da chi scrive in altri scritti[10]. La disuguaglianza, combinata con una diffusa corruzione, ha implicazioni su diversi livelli. Oltre al suo impatto sulla coesione sociale e sui diritti umani fondamentali, la disuguaglianza può minare le condizioni di sopravvivenza della democrazia. A sua volta, ciò ostacola le prospettive di crescita economica e sociale. La disuguaglianza aumenta anche il rischio di disordini sociali, alla stessa stregua in cui l’insostenibilità ambientale può sconfinare in insostenibilità sociale.

Il tema fondamentale, a mio modo di vedere, è comprendere come attraverso la leva formativa sia possibile arginare gli effetti della “forbice” delle disuguaglianze.

Nell’Europa del dopoguerra e soprattutto durante il boom economico che ha caratterizzato il nostro paese, si era innestato una sorta di “ascensore sociale” che aveva attivato dinamiche di partecipazione delle classi subalterne ai ruoli professionali liberali e manageriali della pubblica amministrazione.

La geografia del lavoro contemporanea ci restituisce oggi un panorama di frammentazione tra forme di lavoro protette dalle tutele e con contratti a tempo indeterminato – correlate a profili di competenze di medio-alto livello – e forme di lavoro di tipo precario correlate a corrispettivi economici bassi ed a situazioni contrattuali fragili.

 “Spero che da questa lotta nasca una generazione in grado di guardare al mondo con maggiore lungimiranza delle generazioni che l’hanno preceduta” – sostiene Amithav Ghosh nel saggio La grande cecità – “capace di uscire dall’isolamento in cui gli esseri umani si sono rinchiusi nell’epoca della loro cecità, disposta a riscoprire la loro parentela con gli altri esseri viventi”. Questa cecità va superata anche con l’arte ed una letteratura rinnovata in grado di immaginare altre possibilità.

In un piccolo ma denso volume sull’emergenza pandemica, Edgar Morin, disegna con una chiarezza straordinaria i principi che possono aprire uno squarcio di luce. Questi i principi-speranza: l’emergere improvviso dell’improbabile, il principio di rigenerazione, la possibilità estrema inseparabile dal rischio, l’aspirazione utopica dell’umanità ad un’altra vita e ad un altro mondo. “La speranza – aggiunge – non è una certezza, e comporta la coscienza dei pericoli e delle minacce ma ci fa prendere posizione e lanciare la scommessa”.[11]

di Giuditta Alessandrini, professoressa ordinaria senior di Pedagogia sociale e del lavoro all’Università degli Studi di Roma Tre. È autrice di numerosi volumi tra cui Sostenibilità e Capability approach, Franco Angeli, Milano, 2019. È membro del Segretariato dell’ASviS.

[1] L’idea di scrivere questo articolo mi è venuta dopo aver ritrovato negli scaffali della mia libreria alcuni fascicoli della rivista Oikos, ed averli riletti e meditati. Mi sembrava utile, soprattutto per i più giovani, riportare all’attenzione l’opera meritoria dei fondatori della rivista, molto nota negli anni Novanta del secolo scorso.

[2] Mauro Ceruti è autore di molte opere. Segnaliamo qui Il tempo della complessità, Editore Cortina, 2018

[3] Oikos, n.3, febbraio 1991, Editoriale, pag.11

[4] Il 6 maggio 2021 Humberto Maturana è venuto a mancare più che novantenne.

[5] Si veda il volume scritto dai due studiosi e pubblicato in italiano dalla Marsilio nel 1980 Autopoiesi e cognizione e Macchine ed esseri viventi. L’autopoiesi e l’organizzazione biologica, Astrolabio,Ubaldini

[6] I veda il fondamentale Introduzione alla teoria dei sistemi, scritta nel 1992 ma pubblicata in italiano con Pensa Multimedia, 2018

[7] L’ espressione in corsivo è utilizzata nell’Enciclica F.T., III, 88.

[8] Si veda il volume di Ivano Dionigi, Segui il tuo demone, Laterza, 2020

[9] A.Gosh, La grande cecità, Neri Pozza, 2017

[10] Si veda Alessandrini G. (a cura di), Atlante della pedagogia del lavoro, Franco Angeli, Milano, 2018 e Alessandrini G., Manuale per l’esperto dei processi formativi, Carocci Editore, Roma, 2016.

[11] Si veda il volume Cambiamo strada, le 15 lezioni sul Corona virus di Edgar Morin, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020, p.117.

Lunedì 17 Maggio 2021