Il futuro appartiene ai giovani

In un mondo in cui il benessere e il progresso sono legati alla capacità di inventare e innovare, l’istruzione e la formazione universitaria rappresentano le leve per risollevare il futuro. Le scelte che affrontiamo devono tenere conto di queste potenzialità.

di Barbara Majello e Paolo Strolin

Viviamo una drammatica situazione, che del tutto comprensibilmente monopolizza la nostra attenzione e invade i media. Il virus Sars-CoV2 ci ha colto incoscientemente impreparati. Eppure, esso rappresenta una sorta di ricorrenza delle terribili pestilenze della storia, che sin dai banchi di scuola ben conosciamo attraverso il Decameron e i Promessi Sposi. E più vicino a noi ha imperversato la “spagnola”. Purtroppo, li Covid-19 è ancora più complesso e invasivo: ne è risultata una “pandemia” nel senso letterale della parola. Si impone urgentemente una profonda riflessione.

Le emergenze di oggi soffrono di inadeguatezze nel passato e il Paese non può continuare a vivere costantemente in emergenza. Il futuro dipenderà dalle scelte che noi faremo oggi, e dobbiamo avere coscienza che esso appartiene soprattutto ai “giovani”. La rinascita, che ci auguriamo arrivi presto, è obbligata a mitigare le emergenze di tutti, ma deve dedicare la massima attenzione al “loro” futuro. In un mondo in cui il benessere e il progresso sono legati alla capacità di inventare e innovare, l’istruzione e la formazione universitaria rappresentano le leve per risollevare il futuro. Le scelte che oggi affrontiamo devono tenere ben conto di queste potenzialità.

Dire giovani vuol dire in primo luogo scuola, sia di stampo classico che tecnico. Gli studenti hanno molto sofferto per la pandemia, con danni che si propagheranno nel futuro. La scuola è stata forzatamente incapace di assolvere i suoi compiti nonostante la grande dedizione nel sopperire creativamente alle difficoltà e il grande impegno di tanti insegnanti. Ne hanno sofferto soprattutto le classi sociali più sfavorite, vuoi per la difficoltà nel disporre di mezzi informatici efficienti, vuoi per una situazione periferica che rende comunque difficili i contatti. I giovani hanno sofferto soprattutto di una mancanza di vita reale sociale, che la scuola rappresenta quale ambiente in cui si impara ad interagire con i coetanei e in generale con il mondo esterno alla famiglia. Ha sofferto anche l’istruzione superiore, nonostante la messa in opera repentina di mezzi di comunicazione digitale a distanza.

Certamente si è creata una generazione di giovani e meno giovani, che hanno imparato insieme forme diverse di contatto fisico, di interazione. Questo certamente in alcuni casi ha avvicinato generazioni diverse rendendole complici di un approccio nuovo e inatteso nella formazione che ha creato ambienti di apprendimento “diversi” spesso criticati ma certamente al passo con i tempi della digitalizzazione e globalizzazione. D’altro canto, con la chiusura e le restrizioni all'accesso nelle aule classiche di istruzione, sia nella scuola che nella Università, si sta purtroppo troppo a lungo facendo a meno del luogo ideale di confronto. Ancora più sentita è la mancanza di interconnessione tra le attività di didattica e formazione e le attività di ricerca, come dire, il “campus” dei paesi di tradizione anglosassone. Anche la ricerca che non si è certamente fermata, ma sicuramente sta subendo rallentamenti e limitazioni dovute alla restrizione agli accessi nei laboratori, la mancanza di confronti interpersonali senza la limitazione psicologica di interagire a viso coperto da una mascherina o attraverso uno schermo a distanza. L’ interazione e la discussione sono da sempre state la linfa per il nascere di nuove idee e progetti. La mancanza di accesso dei nostri giovani durante il periodo di formazione nei luoghi in cui si svolge la ricerca sarà una ferita molto profonda che si dovrà cercare in tutti i modi di risanare in futuro.

Nella didattica, come nella ricerca intesa come formazione, l’ambiente in cui socializzare è più importante della lezione. Nella ricerca scientifica e tecnologica le idee non sono programmabili e necessitano di momenti a volte anche conviviali per nascere. Molte volte le migliori idee e progettualità nascono da un processo semi-casuale; da incontri e contaminazioni del sapere interdisciplinare possono emergere visioni innovative e nuove prospettive. Se da un lato l’esperienza vissuta ha incentivato interazioni più frequenti, forse anche eccessivamente frequenti, tra individui fisicamente lontani sul territorio nazionale e internazionale, dall’altro ha messo a nudo il bisogno inequivocabile di interazioni personali e di “ambienti” per sviluppare creatività e innovazione. Tuttavia, l’esperienza che abbiamo e stiamo vivendo in un tragico momento di emergenza sanitaria rappresenta un capitale importante che abbiamo l’obbligo di utilizzare per innovare i metodi di trasmissione del sapere.

Infine, la ricerca, essenziale per essere competitivi in uno scenario mondiale con un impressionante sviluppo tecnologico per di più anche in paesi la cui mano d’opera ha un costo notevolmente più basso, si pensi in particolare ai paesi asiatici.

Per essere fermata, la deriva verso un’involuzione richiede uno sviluppo imponente della ricerca scientifica di base e applicata condotta con finanziamenti pubblici, che tuttavia continua a non avere una priorità adeguata alla sfida che il paese deve affrontare. Il periodo che stiamo vivendo deve farci riflettere su come la politica del governo italiano non abbia mostrato una strategia per incentivare la Curiosity driven science come motore di sviluppo a medio-lungo termine, che inverta la tendenza e metta il nostro paese al passo con i paesi più sviluppati. Occorre avere il coraggio di una svolta ambiziosa. La ripartizione dei finanziamenti del Recovery fund è un’opportunità unica per il rafforzamento della ricerca italiana. Essere competitivi nella ricerca ed essere competitivi sul piano socioeconomico sono circostanze che vanno insieme. Oggi sembra che la pandemia abbia infuso nei cittadini e nei politici una più nitida consapevolezza del valore della ricerca, degli sforzi necessari e dell’incertezza e imprevedibilità della ricerca scientifica. L’Italia in questo periodo di emergenza sanitaria ha dimostrato di avere grandi potenzialità, ma è risultato evidente che essa non è sostenuta con la necessaria lungimiranza.

Il capitale umano in Italia è presente, anzi attualmente va abbondantemente a beneficio di paesi in cui le risorse finanziarie dedicate alla ricerca sono più elevate, rapportate al prodotto interno lordo (Pil) o al numero di cittadini. Basti pensare alla Germania, che investe nella ricerca circa l’1,0 % del Pil e alla Francia, che investe lo 0,75 %, mentre l’Italia è al livello di uno assai modesto 0,5 %. Corrispondentemente, per ogni cittadino, la Germania investe 400 euro all’anno, la Francia 250 e l’Italia soltanto 150.

In un saggio a più firme pubblicato nella primavera dalla Consulta scientifica del Cortile dei Gentili fondata dal cardinale Gianfranco Ravasi e presieduta da Giuliano Amato, il fisico di grande fama Ugo Amaldi ha presentato un piano che prevede di raggiungere in sei anni un investimento uguale a quello della Germania. Questa ambiziosa proposta ambiziosa è stata rimodulata da Luciano Maiani, cosicché oggi è discussa pubblicamente la proposta Amaldi-Maiani, che propone di raggiungere -in cinque anni - in modo strutturale e permanente - lo 0,75% della Francia, con un totale di 15 miliardi di euro di investimenti tra il 2012 e il 2025. Il “Recovery plan” rappresenta una occasione straordinaria, per non dire unica, per guardare al futuro anche lontano incentivando la crescita del nostro potenziale di giovani menti attraverso il loro impiego e contributo nella ricerca pubblica.

La proposta Amaldi-Maiani è stata sostenuta in una lettera aperta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pubblicata sul Corriere della Sera il primo ottobre 2020, e reiterata il 22 febbraio 2021 in un’analoga lettera al presidente del Consiglio Mario Draghi sulla Repubblica. Queste lettere sono firmate da 14 tra i maggiori scienziati italiani attivi nella ricerca o nella sua organizzazione, tra i quali. Oltre ad Amaldi e Maiani, il presidente dell’Accademia dei Lincei Giorgio Parisi, la biologa Daniela Corda, e le fisiche Angela Bracco, Luisa Cifarelli e Lucia Votano, l’immunologo Alberto Mantovani e il presidente emerito dell’Accademia Alberto Quadrio Curzio. Il loro contenuto è stato condiviso in un appello petizione lanciato da Federico Ronchetti (fisico) con Serena di Cosimo (medico oncologo) e Barbara Majello (Genetista e oncologa molecolare). La petizione è stata firmata ad oggi da oltre 33mila ricercatori e scienziati, tra cui Roberto Burioni, Piergiorgio Odifreddi, Giuseppe Remuzzi Antonella Viola e Edoardo Boncinelli.

Implicando un sostanziale aumento del numero di dottorandi e nuove immissioni di ricercatori, incentivando il rientro di coloro che lavorano all’estero, la proposta si riallaccia, anche direttamente, alla questione dei giovani sulla quale abbiamo impostato il discorso di questo articolo.

La scienza vive di tasselli come un quadro mai finito. Sono i giovani di oggi che continueranno ad aggiungere conoscenza e che ci auguriamo salvaguarderanno il nostro pianeta. Con i giovani il nostro tempo è speso nella maniera migliore, passare il testimone per contribuire a intravedere un futuro nella scienza che noi non potremo vivere.

E, parlando di giovani, sarà necessario dedicare, finalmente, la dovuta attenzione alle giovani donne. La presenza femminile nel percorso Universitario, non soltanto in Italia, diventa sempre più esigua con il progredire della posizione accademica. Analisi fatte dimostrano che, dopo la conclusione del periodo di formazione universitaria, le donne sono in maggioranza rispetto agli uomini nei loro primi ruoli, di impiego più precario, ma che la loro presenza si assottiglia sin dai primi passi della carriera accademica e in misura sempre maggiore, nel suo progredire. Al contrario di ciò che accade oggi, le donne vanno viste come risorse nuove delle quali va apprezzata la diversità. L'Università probabilmente non ha impiegato e valorizzato appieno il loro potenziale: le donne hanno capacità che vanno valorizzate per il loro valore intrinseco, indipendentemente da artifici legislativi che lo impongano. Uomini e donne hanno doti che si arricchiscono mutualmente, nella didattica come nella ricerca.

In conclusione, riteniamo che questo sia il momento, che difficilmente si ripresenterà, di fare rientrare l’Italia nel posto che intellettualmente merita tra i paesi più avanzati e prosperi economicamente, al fine di garantire un adeguato benessere ai suoi cittadini e consegnare alle nuove generazioni un paese degno delle sue tradizioni storiche. Riteniamo che la ricerca di base e traslazionale italiana abbiano dimostrato di potere avere un ruolo primario in questa sfida, ma che le risorse economiche siano attualmente impoverite in misura molto grave. Riteniamo altresì che vada premiato il potenziale rappresentato dai giovani e che le donne debbano essere messe in grado di contribuire a tutti i livelli con il loro valore.

Barbara Majello, professoressa ordinaria di genetica, dipartimento di Biologia dell’università di Napoli Federico II

Paolo Strolin, fisico, professore emerito, università di Napoli Federico II

Giovedì 15 Aprile 2021