Un contratto per Mister Schmidt

Può essere coerente con l’obiettivo generale dello sviluppo sostenibile un'economia circolare delle competenze e dei saperi, in antitesi all’economia dello spreco e dello scarto? Una riflessione sulle proposte presenti e future dell’active ageing.

di Lorenzo Scheggi Merlini

Chi non lo ha visto allora, quando uscì nel 2003 (c’è stato un tempo nel quale i film si vedevano al buio, nelle poltroncine accanto ad altre persone, in luoghi chiamati sale cinematografiche) farebbe bene a cercarselo su YouTube e deliziarsi per i 124 minuti che dura. Ma se avete più di 65 anni o comunque siete in pensione – capita con gli scivoli anche svariati anni prima – bastano i primi dieci minuti.

Si intitola A proposito di Schmidt, regia di Alexander Payne, e si avvale dell’interpretazione eccezionale di un Jack Nicholson in grazia di Dio, nelle vesti di un certo signor Warren Schmidt, impiegato in una compagnia assicurativa del Nebraska che, giunta la sua età, va in pensione. Ormai fuori da pochi giorni, animato dalle migliori intenzioni, torna nel suo vecchio ufficio, dove ha lavorato una vita, ignorato dagli ex colleghi. La sua vecchia stanza è già occupata da altri. La sua offerta di trasmettere informazioni, suggerimenti a chi ha preso il suo posto, viene rifiutata con fastidio. Ormai è diventato un estraneo. Una folata di vento cancella una vita lavorativa che appare essere stata scritta sulla sabbia. Il reddito falcidiato e soprattutto – lui maschio – senza più un ruolo sociale. Il signor Schmidt è ancora vispo, in forze, si porta dietro un bagaglio professionale che potrebbe ancora tornare utile. Ma la società, intesa come la sua azienda e come società in senso lato, non sanno più cosa farsene di lui. E così si trova solo con i suoi ricordi e dovrà cercare altrove (nel film non si spreca l’ottimismo ma in questa sede ci interessa poco) il senso della propria vita.

(Inciso personale: dopo aver visto quel film presi la decisione che mai più avrei messo piede, una volta andato in pensione, nel mio vecchio posto di lavoro. E così è stato. Ma non ho mai dimenticato, nemmeno a distanza di anni, lo sgomento trasmesso dal volto di Jack Nicholson nel momento in cui ha visto il baratro del vuoto esistenziale nel quale era piombato.)

E quelle sensazioni, quelle di chi si affaccia all’improvviso sul vuoto di un’esistenza di lavoro, e si trova nelle condizioni di ex, mi sono tornate prepotentemente alla memoria via via che ha preso corpo il confronto, innescato dall’articolo di Ezio Chiodini lo scorso dicembre, sul possibile utilizzo, meglio riutilizzo all’interno dei processi produttivi, dei lavoratori pensionati, i “giovani vecchi”, ancora in salute, con cellule cerebrali e giunture ossee ancora funzionanti. I successivi articoli di Roberto Mazzotta prima e di Ernesto Auci dopo, hanno ampliato con dovizia di dati e riflessioni l’argomento. A me viene di tentare di sintetizzare quanto fin qui egregiamente esposto con un’immagine: stiamo parlando di milioni di persone, uomini e donne, che si ritrovano, al termine della loro vita professionale più tradizionale, con una cassaforte strapiena di competenza, saggezza, esperienza. Peccato sia stracolma di banconote che all’improvviso sono diventate fuori corso.

Ecco allora la sfida: è possibile individuare un mercato dove tutta quella ricchezza accumulata e che altrimenti sarebbe gettata via, letteralmente sprecata, possa essere ancora messa in circolazione?

Può essere coerente con l’obiettivo generale dello sviluppo sostenibile una sorta di “economia circolare” delle competenze e dei saperi, in antitesi all’economia dello spreco e dello scarto?

Il Covid-19 ci ha sbattuto brutalmente in faccia il richiamo alle armi dalla pensione di medici e infermieri tornati in trincea per sopperire ai buchi di organico della imprevidente sanità pubblica, e in trincea, purtroppo, in molti caduti.

Ezio Chiodini non si limita a citare le emergenze e le catastrofi naturali. Pensa ad una possibile normalità e avanza una prima ipotesi su cui riflettere. Parla di istituire una nuova figura professionale, composta da pensionati in qualche modo richiamati in servizio, quella dei “collaboratori civici”, persone “di una certa età che abbiano tempo libero e voglia di impegnarsi a favore della comunità”, individuando negli enti pubblici territoriali il terreno dove sperimentare concretamente il loro uso. Avanza ipotesi che possono essere ritenute provocatorie. Parla di possibile controllo della qualità dei servizi pubblici, ma anche di corsi di aggiornamento scolastico, di doposcuola, di nuovi servizi a favore delle famiglie, di controlli delle opere pubbliche appaltate. Di controllo sul territorio della legalità (ronde di quartiere di leghista memoria?) O ancora, ad un altro livello, di cura e sorveglianza degli spazi verdi pubblici, di gestione di orti sociali. Con ciò facendo tornare alla mente controverse esperienze, tentate nel corso degli anni, di “lavori socialmente utili”.

Roberto Mazzotta allarga lo sguardo ai profondi sommovimenti sociali sul mercato del lavoro che si prospettano nei prossimi anni. E vede emergere un nuovo gruppo sociale, a rischio esclusione ed emarginazione, composto da “anziani ancora capaci e giovani non inseriti nella vita attiva e desiderosi di essere considerati utili” per i quali si dovrebbe pensare a “esperienze (…) di lavoro organizzato per produrre bene e servizi destinati non necessariamente al mercato, ma utilizzati in forme diverse per conseguire il miglioramento della vita delle persone”. Il Comune, propone Mazzotta, dovrebbe essere il livello istituzionale più adatto. La cooperativa la forma societaria più naturale chiamata a raccogliere come soci persone di diverse età disposte a prestare il loro lavoro”

La proposta operativa più concreta, che potrebbe consentire di superare la fase delle analisi, l’ha infine formulata Auci: si dovrebbe arrivare a “favorire con apposite normative la possibilità di impiego dei già pensionati con contratti ad hoc, poco onerosi rispetto alla paga oraria di un lavoratore giovane, con un aggravio fiscale ridotto senza oneri sociali trattandosi di già pensionati. Sarebbe solo obbligatoria una assicurazione contro gli infortuni nel luogo di lavoro, per evitare abusi o il tentativo di mascherare il lavoro nero”. Insomma, conclude Auci, “bisogna pensare alla obbligatorietà di una qualche forma contrattuale diversa dalla classica assunzione, del part time o del contratto a termine”. Insomma, si potrebbe immaginare un contratto per tutti i signori Schmidt?

Ecco, questo è il punto: passare dal dibattito sulla terza età e sull’utilizzo dei pensionati a immaginare delle inedite e originali forme contrattuali. Come fare? Investire della questione il Cnel? Ma perché invece non immaginare che l’ASviS – che annovera fra i propri soci la Confindustria, i sindacati confederali, le associazioni degli enti territoriali, le centrali cooperative – possa convocare un tavolo, o più tavoli separati, di confronto per verificare se esistano almeno le condizioni per approfondire la materia. Penso a incontri triangolari fra datori di lavoro, sindacati dei dipendenti e rappresentanze dei pensionati. Nel settore pubblico e in quello privato. Ovviamente si tratta di individuare profili professionali che non possano essere ricoperti da giovani ai quali andrebbe altrimenti data la precedenza. Attività formative. Forme di tutoraggio. (Anche nel giornalismo ci sarebbero tante energie disponibili!) Impieghi di controllo. E non mettiamo limiti alla fantasia. Si può tentare?

di Lorenzo Scheggi Merlini, giornalista, responsabile Ufficio stampa ASviS

Martedì 06 Aprile 2021