La ricerca universitaria del futuro parlerà l’alfabeto della sostenibilità

Non si può che accogliere con interesse il nuovo Programma nazionale per la ricerca a cura del Miur, perché contiene diversi punti di utilità per la ripartenza del Paese. 08/02/21

di Giuditta Alessandrini

Il nuovo Programma nazionale della ricerca (Pnr), pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 23 gennaio scorso, a cura del ministero della Ricerca e dell’Università, delinea gli sviluppi del settore nei prossimi anni con una certa ambizione e lungimiranza[1]. Partendo dalla constatazione dell’attuale inadeguatezza del sistema vigente, si profila un Programma che trova la sua  credibilità’ ed efficacia nel quadro dei temi della sostenibilità, dell’inclusione sociale e del contrasto alle disuguaglianze. Ben 250 esperti di diversi comparti disciplinari organizzati in 28 gruppi di lavoro hanno lavorato dall’aprile del 2020 al documento per redigere un testo programmatico che contiene diversi punti di interesse per la ripartenza del Paese.

 

  1. Il framework del documento: i punti salienti

L’approccio prescelto dal documento è un cambio di paradigma che si converte in operatività grazie ad un piano pluriennale ( sette anni) per la messa a sistema di obiettivi coerenti alla sfida di un futuro sostenibile.

E’ certamente innovativo l’accenno al tema della “citizen science” ,intesa come  strategia di avvicinamento dei cittadini agli obiettivi sistemici dello sviluppo della ricerca, in particolare dei giovani. Il coinvolgimento della società civile per una condivisione degli obiettivi di ricerca è chiaramente un elemento di promozione dell’equità e dell’inclusione sociale. E’ rilevante ricordare che le sei aree si allineano alle sei aggregazioni Horizon Europe, il programma europeo per la ricerca 21-27. Di seguito  solo alcune tra le priorità di sistema:

  • sostenere la crescita diffusa e inclusiva del sistema della ricerca;
  • consolidare la ricerca fondamentale;
  • rafforzare la ricerca interdisciplinare;
  • garantire la centralità della persona nell’innovazione;
  • valorizzare la circolazione di conoscenza e competenze tra ricerca e sistema produttivo;
  • accompagnare lo sviluppo di una nuova generazione di ricercatori e professionisti del trasferimento di conoscenza.

Il tema della governance viene affrontato nel documento con una scelta strategica che previlegia opportunamente il “coordinamento leggero e condiviso ,basato su un sistema di monitoraggio” ma si muove sul filo dell’analisi di impatto.

 

  1. La centralità della cultura della sostenibilità nella ricerca

Nel documento è ribadito più volte ed in modo incisivo l’intento di contribuire al raggiungimento degli SDGs dell’Onu e alle priorità della Commissione europea con gli obiettivi di coesione 2021-2027 . L’enfatizzazione di questa scelta giunge come un segnale di svolta ma, credo, anche come un riconoscimento implicito agli sforzi affrontati dall’ASviS negli ultimi cinque anni  per creare le condizioni nella società civile di innesto e sviluppo di una cultura della sostenibilità.

Il report dell’Ocse [2] evidenzia un quadro complesso sulle grandi sfide a livello mondiale .Da qui nuove domande di ricerca che vedono coinvolti ad ampio spettro i diversi  saperi, considerando centrale il contributo delle scienze umane ai fini dell’adozione di processi innovativi di carattere trasformativo. Il cambio di paradigma prima evidenziato focalizza” l’ambiente come bene primario” e previlegia linee di ricerca di tipo trasversale finalizzate a garantire processi di innovazione  negli ecosistemi. Ciò significa che il modello lineare caratterizzato da azioni isolate e predefinite viene superato in vista di un processo di co-creazione in grado di coinvolgere diversi attori e soggetti istituzionali con dinamiche connesse alle esigenze ed alle sfide della società. Queste dovranno essere condivise con i portatori di interesse ma anche - come abbiamo accennato prima ­- con i cittadini per raggiungere obiettivi definiti “ concreti ,misurabili e fattibili”. Il documento ha in appendice una matrice di conversione dei grandi ambiti di ricerca ed innovazione con le politiche multilivello strettamente correlate con ognuno dei 17 Goals dell’Agenda 2030.

 

  1. Gli investimenti in formazione e sviluppo del capitale umano

L’Eis 2020 (European innovation scorebord 2020) attribuisce un ruolo rilevante alla capacità del nostro sistema di Ricerca e Sviluppo (definendo il Paese come “moderate innovator”),ma si sottolinea comunque la nostra capacità di produrre marchi e brevetti  e quindi innovazione per le Pmi italiane .

De Bortoli ha sottolineato giustamente nell’ambito di un articolo uscito oggi 7 febbraio sul Corriere della Sera che i lavoratori e le lavoratrici vanno tutelate sul piano della formazione rispettandone così la dignità, aggiungendo che il tema del capitale umano dovrebbe essere una sorta di preambolo programmatico del nuovo governo. Come non essere d’accordo?

È indubbio che la scarsa qualità del capitale umano del Paese incide negativamente sui risultati complessivi dei processi di innovazione. È noto il fatto che sia ben alta la percentuale delle persone caratterizzate da basse skills e che anche il nostro numero dei laureati sia basso rispetto ai benchmarking internazionali ( il 27,8% dei giovani tra 15 e 29 anni[3]contro il 33,2 per cento della media europea). Può essere interessante ricordare anche che l’indagine Istat del 2018 riferiva di una percentuale significativa di dottorandi residenti all’estero ed aumentata di oltre 10 punti  dal 2009 ,raggiungendo il 17,2 %.

Il documento ricorda anche quanto rilevato recentemente dall’Istituto Toniolo  sull’ingresso dell’Italia in una fase di inedito impoverimento della forza lavoro ; la combinazione tra fattore demografico e debolezza dei percorsi professionali crea dunque un rischio consistente rispetto alla tenuta del nostro capitale umano rispetto alle sfide future.

 

  1. Scienza aperta ed innovazione aperta

 “La deframmentazione delle risorse accrescerà l’efficienza e l’efficacia della spesa e consentirà l’incentivazione delle buone pratiche “con questo auspicio il testo del Pnr intende caratterizzare l’approccio olistico ai temi più caldi ai fini del duplice obiettivo di  aumentare la competitività del sistema italiano ed, al tempo stesso, accrescere l’attrattività dei talenti nella professione della ricerca. Tra i temi più caldi quello dell’ambiente come bene primario, uno dei punti chiave del nuovo paradigma al centro del Pnr. L’idea che il cittadino stesso sia parte integrante degli ecosistemi anche in quanto sperimentatore e co-creatore ribadisce la corrispondenza tra i risultati della ricerca e le esigenze ed i valori della società civile.

Lo scambio tra pubbliche amministrazioni, gli Atenei, le imprese  ed il Terzo settore dovrebbe diventare elemento di rafforzamento dell’integrazione tra le diverse competenze. Da qui la rilevanza dell’alta formazione come veicolo di innovazione.

Il lavoro scientifico, dunque, è al centro dello sviluppo economico ma è anche veicolo di innovazione per la società tutta. "Lavoro scientifico e lavoro politico sono entrambi lavoro intellettuale  e insieme rappresentano la forma egemone del lavoro nel Moderno”, con questa espressione Massimo Cacciari apre il secondo capitolo dell’ultimo volume  “Il lavoro dello spirito[4]. La scienza, nel suo articolarsi in professioni e competenze specializzate dimostra che un autentico sapere integrato della realtà è forse impossibile come il percorso per giungere alla felicità (nel senso di eudaimonia) ma è pur vero che può giocare un valore salvifico efficace per l’intera comunità.

Scarica il Programma nazionale per la ricerca 2021-2027

Vedi le slide di presentazione

 

di Giuditta Alessandrini, professore ordinario senior, membro del Segretariato ASviS

 

[1] Il Documento (172 pagine) è stato approvato dalla commissione per la programmazione economica con delibera 15 dicembre 2020, n°74 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale Generale n°18 del 23-1- 2021. Il testo ha una prefazione redatta dal ministro Gaetano Manfredi. In questo articolo quanto è virgolettato è citato dalla fonte del documento.

[2] Si veda Oecd (2017) Science, Technology and Industry Scoreboard: The digital transformation ,Oecd  Publishing, Paris

[3] Sul tema dei low skilled in Italia si  veda il Rapporto Cnel  del dicembre 2019 ed in particolare il cap XI curato dalla scrivente

[4] Massimo Cacciari, Il lavoro dello spirito,2020,Adelphi ,Milano

Lunedì 08 Febbraio 2021