Ripensare la sanità in chiave territoriale e di trasformazione digitale

In uno scenario di auspicabile rinnovamento di infrastrutture, piattaforme e servizi innovativi, la sanità richiede una decisa trasformazione digitale, una tecnologia integrata nei processi gestionali e dati di qualità per un efficace supporto alle decisioni. 22/12/20

di Fulvio Ananasso

 

I nostri comportamenti sociali – tra cui i rapidi e pervasivi trasferimenti aerei - e la crescita esponenziale della popolazione mondiale a partire dal XX secolo facilitano la diffusione di germi ed agenti patogeni vari. Solo dal 2000 ad oggi abbiamo assistito a sette epidemie più o meno gravi, e gli scienziati avvertono che i nostri stili di vita continueranno a permettere il diffondersi di virus con ondate ricorrenti ogni 3-5 anni. Occorrerà quindi abituarsi a convivere con virus ed epidemie varie sempre più frequenti ed aggressive, come l’attuale severe acute respiratory syndrome coronavirus (SARS-CoV-2), che è tra noi e non se ne andrà facilmente. Occorrerà evitare quanto verificatosi negli scorsi mesi, quando la paura – o l’impossibilità - di recarsi in centri medici potenzialmente a rischio contagio Covid-19 ha (molto ridotto se non) sostanzialmente azzerato le visite di controllo e prevenzione anche per altre patologie. Ciò ha causato un sostanziale blocco delle attività di assistenza medico-sanitaria, poco basati su tele-monitoraggio/-medicina - e in generale su processi sanitari assistiti da infrastrutture, piattaforme e strumenti ICT (information & communication technology) -, ma piuttosto su visite e consulti in presenza – secondo il paradigma di spostare “atomi” (persone) e non “bit”.

In effetti, nonostante i rinnovati appelli delle Autorità a scaricare l’app Immuni come imperativo morale per il contrasto alla pandemia, l’evidente carenza di interazione / follow-on attuativo tra Immuni e la catena istituzionale di tracciamento dei contagi ha fatto emergere il vero problema organizzativo della nostra Sanità territoriale, pure tra le prime al mondo come eccellenze mediche e pervasività di assistenza pubblica. D’altronde, come nella gran parte dei servizi ICT non completamente automatici (implicando attività umane manuali, con riferimento alla norma di qualità UNI CEI ISO / IEC TS 25011), ove il passaggio al digitale implichi eccessivi oneri (in)formativo-operativi per il personale sanitario, la sua efficacia si riduce significativamente.

E’ insomma arrivato il momento di mettere mano ad un Piano Nazionale di e-health strutturato e armonico per la trasformazione digitale del settore, NON in sostituzione degli “umani” ma al loro servizio -- decision support system (DSS) del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Non è infatti tanto (o solo) una questione di scarsi diffusione e successo delle app di contact tracing nel mondo -- a parte poche eccezioni. Siamo di fronte ad un fenomeno da affrontare comunque con procedure di contact tracing “umano”, saltato in quasi tutti i Paesi a causa (sia dello scarso numero di operatori che) del dilagare dei nuovi contagi che rende il tracciamento pressoché impossibile. La tecnologia risulterebbe estremamente utile (ad iniziare da Immuni, ora funzionante anche all’estero) nel contrasto ad una pandemia che ha causato sinora oltre un milione e seicentomila morti e danni al sistemo socio-economico secondi solo alla crisi del 29 ottobre 1929 - incidentalmente, una delle cause scatenanti del nazismo e catastrofe della II Guerra Mondiale.

Tuttavia, trattata con sufficienza sinora nei processi sanitari, essa non può dare risultati soddisfacenti se utilizzata come risorsa salvifica da “ultima spiaggia” a tempo scaduto. Al contrario, dovrebbe essere inserita con piena dignità nei sistemi sanitari in accordo alle “3T” (tracciamento, test e terapia), cui andrebbe aggiunta una quarta T (trust), la fiducia verso gli aspetti di servizio territoriale e le Istituzioni, elemento centrale per la condivisione e il rispetto delle misure adottate dalle Autorità da parte della popolazione.

 

Problemi organizzativi

Dopo mesi di esperienza sul campo e auspicabili piani operativi sulla gestione autunnale della pandemia con il Comitato Tecnico Scientifico, si assiste da qualche tempo a disposizioni governative discutibili se non in contrasto con altri interventi, scarsa chiarezza sui dati territoriali utilizzati per le decisioni, mancanza di programmazione con sufficiente anticipo, ecc. -- V. petizione “Covid-19: ci eravamo fidati”. Tutte “ingenuità” comprensibili nove (o anche sei) mesi fa, molto meno oggi, quando il tempo e l’esperienza avrebbero dovuto fornirci maggiore padronanza e una migliore pianificazione degli strumenti e procedure da porre in atto.

Sarebbe fin troppo irriguardoso infierire sulle interminabili diatribe su riapertura e chiusura delle scuole (con le note incognite logistiche, operative e di personale), alla sensazione di “liberi tutti” (colpevolmente cavalcata da taluni settori), ai centri di svago e socialità riaperti e poi richiusi a “buoi fuggiti”, al distanziamento “sociale” di fatto inesistente nei sistemi di trasporto, alle opposte posizioni di ASL e Federazioni sportive per la tenuta o meno di incontri calcistici, ecc.

Non è mai stato agevole effettuare autonomamente tamponi o controlli sierologici. Anche quando si riusciva a farli, i risultati arrivavano sovente con molto ritardo, obbligando a rimanere nel limbo di non sapere cosa fare se non auto-isolarsi. I medici di famiglia avvertivano esplicitamente di non recarsi presso gli ambulatori. E una volta decisi azioni e test “drive in” per chi rientrava dai Paesi a rischio, persistevano differenze operative tra Regione e Regione. Per non parlare delle ordinanze regionali in ordine sparso, con le note polemiche e differenti interpretazioni sulle competenze Stato-Regioni definite dal Titolo V della Costituzione.

Infine, stanti i tempi di produzione del vaccino anti-Covid che lo renderanno (auspicabilmente) disponibile per tutti non prima di metà 2021, molte Regioni sono in ritardo con ordini sufficienti di vaccini anti-influenzali, onde poter filtrare da eventuali patologie febbrili il “rumore di fondo” di quelle collegate all’influenza stagionale (diagnosi differenziali), con il risultato di una loro (piena?) disponibilità solo in inverno – a rischio quindi di scarsa efficacia e protezione.

Senza voler assolutamente sottovalutare la complessità e difficoltà di gestire una emergenza pandemica senza precedenti, molte delle defaillance rilevate rispondono a questioni di tipo organizzativo. Ad esempio, non si sarebbe potuto far confluire su varie postazioni parallele le interminabili file uniche ai “drive in”, con rischi di blocchi se singoli utenti avessero avuto qualsiasi tipo di problema? Certo, servirebbe più personale specializzato e adeguata formazione, ma non è squisitamente un problema organizzativo (tra l’altro, a costo irrisorio rispetto agli esborsi in atto)?

E acquistando macchinari (ancora, a costi “irrisori”) a risposta più rapida per il processamento dei tamponi, non si riuscirebbe a farne molti di più, passando dai – pur molto aumentati - ~200mila giornalieri ai 400-500mila che gli esperti segnalano come necessari per un testing a tappeto della popolazione? Non è anche questo essenzialmente un problema organizzativo?

La medicina territoriale è in capo a medici di famiglia spesso con troppi pazienti, condividendo con altri medici dei locali poco adatti ai requisiti sanitari di distanziamento, corsie preferenziali, ecc. In non pochi casi, è difficile interloquire con loro e ricevere adeguata assistenza. Non è anche questo essenzialmente un problema organizzativo? In Germania, dove la situazione sanitaria è tra le migliori in Europa, non a caso la Corona-Warn-App è stata scaricata da oltre il doppio di utenti rispetto all’app Immuni (~10 milioni contro ~23,5 milioni), anche e soprattutto per una maggiore fiducia della popolazione nelle Istituzioni preposte e relativa organizzazione nei laender. Lì la medicina territoriale è molto sviluppata, con i medici di base che gestiscono laboratori di analisi ed effettuano direttamente (anche a domicilio) tamponi e test a risposta online estremamente rapida. Al momento, in caso di alert dall’app Immuni su un possibile rischio di essere stati contagiati, si dovrebbe auto-isolarsi in attesa di comunicazioni mediche -- non di rado imprecise o contraddittorie, se non assenti. Non molte Regioni hanno diramato istruzioni operative sulle modalità di comportamento in caso di esposizione al Covid-19.

L’evoluzione più circoscritta della pandemia in alcuni Paesi maggiormente “virtuosi” è dovuta all’insieme delle misure sanitarie dispiegate - in cui il fattore umano e organizzativo, più che le (sole) tecnologie di supporto, è in grado di fare la differenza -, ed ha contribuito a sopravvalutare in Europa (e nel Mondo) le aspettative positive dalla disponibilità di sistemi di tracciamento digitale. Come già sottolineato, la tecnologia può essere di grande aiuto in supporto alle decisioni (DSS), purché ogni soluzione tecnologica sia (quanto più possibile interoperabile e) progettata alla fine di un rigoroso processo di approfondimento (top down) di tutti i vari gli aspetti del problema – sanitari, organizzativi, di sostenibilità socio-economica.

 

Riorganizzazione del servizio sanitario nazionale (Ssn)

Dopo varie raccomandazioni più o meno ignorate (tra cui la nostra in questa stessa sede) sulla necessità di protocolli sanitari chiari e condivisi per il successo di Immuni, è ormai acclarato come il “back office” di tracciamento sia alquanto carente se non inesistente in taluni territori – anche grazie alle testimonianze dirette di persone note al grande pubblico. Sono stati acquisiti pochi “tracciatori umani” rispetto alle necessità e non è stato attivato un collegamento efficace tra procedure di notifica dell’app Immuni e processi operativi delle Strutture sanitarie – che sovente non sanno cosa fare delle notifiche e agiscono indipendentemente. Ciò rende un buon approcciodigitale”, potenzialmente molto utile in una situazione così seria, sostanzialmente un corpo estraneo al sistema sanitario, tuttora ancorato ad un approccio “analogico”.

D’altro canto, il periodo pandemico che stiamo vivendo ha accelerato la consapevolezza della necessità di un cambio di paradigma nella trasformazione digitale dei servizi sanitari, con enfasi su tele-monitoraggio/-medicina, medicina territoriale di base come 1° livello di assistenza e screening della popolazione, accessi agli Ospedali e visite di persona solo nei casi necessari.

Occorre pertanto mettere mano ad una riorganizzazione complessiva del Servizio Sanitario Nazionale (in particolare la medicina territoriale di base) con processi e protocolli sanitari chiari, efficaci e uniformi sul territorio nazionale, concordati tra tutti i vari attori -- operatori sanitari, medicina territoriale di base, Istituzioni, servizi logistici, … Ciò conferirebbe credibilità alle Istituzioni preposte, convincendo la popolazione ad avere fiducia in esse e rispettare le relative disposizioni. Il tutto prendendo le mosse da ottimi strumenti già esistenti (ma quasi sconosciuti) quali il Fascicolo Sanitario Elettronico – potenzialmente uno dei pilastri di una strategia sanitaria ma sostanzialmente ignorato in varie Regioni del Paese -, infrastrutture e tool di tele-monitoraggio / - medicina, strumenti e procedure di prevenzione ICT-assisted.

 

Tecnologia a supporto delle decisioni (umane)

Come sistema di supporto alle decisioni umane (DSS), la tecnologia può risultare estremamente utile per la modernizzazione e trasformazione digitale del sistema sanitario, che faccia tesoro dell’esperienza Covid-19 per prepararsi ad affrontare e gestire con tempestività, efficacia e sostenibilità socio-economica future crisi o anche l’ordinaria amministrazione. Un sistema digitale consente una valutazione tempestiva e una serie di azioni basate sui dati. Si pensi alle attività di gestione “data driven” di (i) monitoraggio remoto del paziente, (ii) richieste di interventi 118, (iii) medicina territoriale di base e interventi medici diretti / assistenza domiciliare, (iv) flotte di ambulanze e relativi equipaggiamenti richiesti (medici, paramedici e strumenti), (v) protocolli ospedalieri per ricoveri in reparti specializzati, (vi) quarantena / isolamento in strutture ad hoc o domiciliari, ecc., tenendo conto di implicazioni e vincoli burocratico-amministrativi, impatti sulla protezione dati personali (GDPR), cautele ed obblighi derivanti (“Privacy by design”), ecc.

L’obiettivo è una piattaforma “smart” per il monitoraggio di parametri fisici / ambientali del paziente, diagnostica medica e attuazione di adeguate misure di prevenzione e risoluzione di eventuali problemi, anche con il supporto dell’Intelligenza Artificiale. Le misure attuative riguardano le azioni suggerite al paziente o attivate direttamente dal medico / Autorità responsabile, costruzione delle serie storiche relative allo stato di salute degli individui / ambienti monitorati mediante standard di catalogazione dei dati presso centri diagnostici associati. E ancora, elaborazione dei dati clinici / ambientali per una migliore comprensione del quadro clinico complessivo e prescrizione di cure e terapie adeguate, statistiche big data per ricerche medico-scientifiche, trend analitici, ecc., fino alla gestione logistica delle flotte (ambulanze, elicotteri, droni, …) per l’assistenza ai portatori di patologie specifiche, “man down” (persone svenute / cadute a terra per incidenti o altro), emergenze varie, ecc. Sostanzialmente, un efficiente approccio “one stop shopping” (OSS).

 

Sanità elettronica del futuro

Occorre quindi attuare un deciso processo di trasformazione digitale della Sanità, che non consideri la tecnologia come una sorta di inutile orpello di immagine, bensì un sostanziale “building block” di supporto alle decisioni (DSS). Il dispiegamento di efficaci soluzioni tecnologiche deve partire da un rigoroso processo di approfondimento di tutti gli aspetti del problema -- sanitari, organizzativi, giuridici, socio-economici e soprattutto umani.

Al di là di alcune lodevoli iniziative virtuose in tal senso per gruppi più o meno ristretti di pazienti in specifiche comunità territoriali, si sente l’esigenza di progettare e dispiegare pervasivamente processi organizzativi e procedure sanitarie decentralizzate che restituiscano un ruolo primario alla medicina territoriale come primo livello di assistenza e screening della popolazione, eventualmente dirottata ove necessario nei grandi Ospedali e Centri di assistenza per terapie intensive e specialistiche. Il tutto con un sempre maggior utilizzo di sistemi di tele-monitoraggio, assistenza e supporto alle decisioni (umane) con utilizzo di piattaforme ICT / artificial intelligence (AI), ponendo estrema attenzione a che non diventino strumenti di scarico di responsabilità (o peggio di supremazia assoluta dell’”algoritmo” AI) rispetto alle necessarie cautele di sicurezza, confidenzialità e tutela della dignità / dati sensibili delle persone.

Il “prodotto” finale è un sistema di gestione (in cloud) del monitoraggio remoto del paziente, diagnosi / terapie elaborate con il supporto di data analytics e AI predittiva / prescrittiva (intelligenza “aumentata”), decisioni di intervento medico diretto, gestione flotte di ambulanze e relativi equipaggiamenti richiesti (medici, paramedici e strumenti) per ciascuna patologia di pazienti da trasportare, processi Ospedalieri, … , fornendo vari servizi / applicazioni, tra i quali:

  • sistemi di monitoraggio real time in remoto dei parametri vitali – sportivi, categorie fragili (bambini, anziani, epilettici, donne in gravidanza, …), patologie specifiche (mentali, cardiovascolari, diabete, …), persone colte da malore (man down) o ferite in incidenti, ecc.

  • data mining / analytics (sui parametri rilevati, database, serie storiche, open data, … ) per predizioni / prescrizioni informate sul quadro clinico dei pazienti, probabilità di insorgenza di specifiche patologie, policies sanitarie, ricerche, ecc.

  • (pre)diagnosi di 1° livello (AI-assisted), anche mediante accesso ai database con le informazioni sanitarie pregresse dei pazienti -- visite mediche, esami clinici.

  • supporto alle decisioni / ottimizzazione servizi di assistenza sanitaria - gestione ambulanze e relativi equipaggiamenti, Ospedali disponibili, servizi per i disabili.

 

Centralità dei dati (Bene comune)

Fondamentale importanza per la Sanità del Futuro riveste ovviamente il dato (non solo sanitario), come strumento centrale di controllo di gestione e decisione di procedure attuative. Algoritmi e data analytics sono ormai indispensabili in qualsiasi processo di trasformazione e gestione di processi decisionali. Si parla di medicina “personalizzata” basata sui dati, di cure e terapie decise con il supporto della data analytics, … e - relativamente alla pandemia - di allocazione dei territori a zone di rischio (rosse, arancione e gialle) decise da algoritmi più o meno trasparenti a partire dagli indicatori relativi ai dati Regionali, ecc.  

Onde poter permettere a medici, Autorità e stakeholder vari di diagnosticare le patologie e prendere decisioni consapevoli e razionali su terapie e provvedimenti sanitari, occorre poter analizzare dati aggiornati ed affidabili disponibili a tutti gli interessati. Qualità, trasparenza e facile accessibilità di dati e algoritmi sono alla base di una auspicabile trasformazione digitale della Sanità, ed elemento centrale per le azioni di contrasto alla pandemia.

Riguardo alla quale, alcuni dati sono pubblicati con licenza CC-BY-4.0 che ne consente l’uso a vari fini, come per esempio gli open data della Protezione Civile diffusi ogni pomeriggio dallo scorso marzo. Al contrario, lo scorso 10 novembre veniva sottolineato da vari utenti web come la licenza (CC BY-NC-ND 3.0) su dati e documenti pubblicati sul sito del Ministero della Salute / Istituto Superiore di Sanità (ISS) relativi alla diffusione del Covid-19 ne blocchi l’utilizzo, non consentendone opere derivate – se anche i dati ci fossero, non sarebbero utilizzabili. Il giorno seguente, in un confronto TV la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, faceva capire che non tutti i dati rilevanti ad una analisi pubblica dettagliata sono divulgati dalla Protezione Civile o altri Enti competenti. Lo stesso giorno (11 novembre) si apprendeva di un accordo tra ISS e Accademia Nazionale dei Lincei, in base al quale l’ISS metterà a disposizione degli esperti dell’Accademia i dati raccolti, onde effettuare analisi congiunte dei vari aspetti epidemiologici. Un accordo (privato) simile, che non consentirebbe la disponibilità di dati aperti all’intera comunità scientifica, sarebbe in atto tra ISS e INFN.

Il 15 novembre in un confronto TV, Franco Locatelli (presidente del Consiglio Superiore di Sanità) dichiarava che i dati vanno condivisi solo con gli istituti scientifici, non con i privati. A cui il fisico Giorgio Parisi (presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei) replicava che i dati dovrebbero essere aperti ed accessibili, come ad esempio accade in Germania, proponendo, una  volta verificati e risolti eventuali problemi di privacy, di concordare con l’ISS quali dati possono essere resi pubblici a tutti.

Da qui la petizione #datiBeneComune del 12 novembre scorso sulla richiesta al Governo di dati aperti, aggiornati e facilmente utilizzabili sull’emergenza Covid-19. La petizione ha raggiunto in pochi giorni circa 160 adesioni di soggetti collettivi e 40mila firme, guadagnando l’attenzione dei media e Istituzioni Parlamentari. Stati Generali dell’Innovazione è stata tra i primi convinti sostenitori dell’iniziativa, come punto di partenza per il contrasto alla pandemia e un auspicabile Piano Nazionale di e-health. I processi organizzativi “data-driven” giocano un ruolo cruciale per l’ottimizzazione dei protocolli sanitari, ed evitare di dover agire in maniera emergenziale ed affannosa in ogni situazione di difficoltà operativa – oltre che nell’ordinaria amministrazione. Ad esempio, un efficace sistema data-driven di supporto alle decisioni sarà indispensabile nella imminente campagna di vaccinazione di massa Covid-19, che richiederà un complesso piano di mappatura e gestione di vaccinandi, vaccinati, richiami, logistica, allocazione del personale, ecc.

 

Territori e granularità delle banche dati

Per fronteggiare una crisi pandemica senza precedenti, e porre le premesse per la successiva (auspicabile) ripresa economica, c’è bisogno di fiducia nelle Istituzioni e collaborazione da parte dell’intera Società civile. La quale ha bisogno di informazioni chiare e trasparenti sulle motivazioni delle scelte alla base delle dolorose limitazioni alla nostra socialità, per poterle condividere e rispettare. Ciò richiede dati pubblici, granulari (disaggregati per tipologia / territorio), aggiornati e facilmente accessibili a ricercatori, decisori, media e cittadini.

Poterne disporre consentirebbe di capire le motivazioni dei risultati degli “algoritmi” che processano i vari indicatori relativi ai dati Regionali, rendendone più trasparenti i processi decisionali sulle aree di rischio e poterli spiegare alla popolazione / Amministrazioni locali, evitando spiacevoli contrapposizioni istituzionali e tensioni sociali. Il sistema di classificazione del territorio nazionale in tre aree di rischio rappresenta – in questo senso - un'opportunità, comportando un sofisticato sistema di monitoraggio nazionale e una grande quantità di dati (auspicabilmente) di qualità.

Purtroppo, la gestione e divulgazione dei dati relativi alla pandemia è avvenuta in maniera non sempre omogenea sotto il profilo sia geografico che della tipologia dei dati. Sono mancate motivazioni chiare ed adeguate alla piena comprensione dei complessi fenomeni da analizzare – ad iniziare dalle diatribe sui 21 indicatori relativi ai dati Regionali - giudicati eccessivi dalle Amministrazioni locali che lo scorso 17 novembre hanno proposto di raggrupparli e ridurli a 5 -, che hanno sollevato polemiche sull’inclusione in una o l’altra specifica area di rischio nel sistema di classificazione del territorio nazionale. E ancora, non è stata enfatizzata la rilevanza del rapporto tra contagiati e numero dei tamponi rispetto al valore assoluto del numero dei contagiati, stante l’estrema variabilità nel numero dei tamponi da un giorno all'altro e tra territorio e territorio. Il parametro RT, che esprime la contagiosità di una persona a seconda dell’efficacia delle misure di contrasto, si basa purtroppo sui dati di un mese prima, non dando quindi la possibilità di far percepire il suo valore come parametro realmente significativo. Come sottolineato da Nino Cartabellotta (Gimbe) in una audizione alla Camera, le decisioni sul contrasto alla pandemia vengono prese su dati rilevati due-quattro settimane prima.

I 21 indicatori potrebbero essere suddivisi e raggruppati in sottoinsiemi omogenei, e fornire così illuminanti informazioni su situazioni diversificate, che a volte agiscono concordemente ed a volte in contrapposizione. Si consideri ad esempio l’indice di morbosità (“rapporto percentuale tra numero dei casi di una determinata malattia e popolazione in cui si è verificata”), pari agli attuali positivi (totale casi registrati positivi meno i dimessi-guariti e i deceduti) rapportati alla popolazione di riferimento. Tale indice è un dato istantaneo-giornaliero, ad una certa data, e può costituire un indicatore importante per fotografare aspetti della salute nel contesto reale. La morbosità effettiva dei contagi potrebbe essere bassa in un dato territorio, ma la risultante dei 21 indicatori potrebbe allocarlo a zone di rischio più alto a causa di possibili carenze strutturali del sistema sanitario, in grado di saturare, anche con pochi casi, il sistema di assistenza e cura. E’ ad esempio il caso della Calabria, con circa 50 attuali positivi su diecimila abitanti (posta in zona arancione, come la Provincia Autonoma di Bolzano con oltre 200 positivi su diecimila abitanti!) a causa della ridotta ricettività delle terapie intensive, mentre Lazio o Veneto, con indici di morbosità dell’ordine di 160 positivi su diecimila abitanti (tre volte la Calabria) sono in zona gialla, grazie a migliori strutture di assistenza sanitaria.

I dati andrebbero pertanto organizzati (quantomeno) per Regione e Provincia - meglio ancora per Comune -, identificando quelli relativi ai tamponi (e vari tipi degli stessi), alle occasioni di aggregazione con maggiori probabilità di contagio (trasporti, scuole, ristoranti, ospedali, case per anziani...), ecc. Sarebbe cioè auspicabile una visione statistica, si potrebbe dire “telescopica”, di un indicatore di morbosità dal generale al particolare, con dati a livello regionale generati dalla somma dei livelli provinciali, a loro volta desunti da dati comunali. Un processo dal basso verso l’alto che fornisca ulteriore granularità delle informazioni. Ciò richiederebbe, oltre alla standardizzazione e rapidità della raccolta dati, il loro caricamento automatico sulle banche dati del sistema di mappatura, attraverso avanzate piattaforme informatiche che non aggravino il personale addetto con ulteriori adempimenti burocratici di tipo operativo-manuale. E’ importante, prima di scendere di livello dalle aree territoriali più grandi a quelle più piccole, aumentare la possibilità di confronto dei dati, al fine di comprendere gli elementi distintivi caratterizzanti il territorio e far emergere eventuali anomalie dei dati. Ciò varrebbe anche per salire di livello e spingere il confronto nazionale con gli altri Paesi europei.

 

Etica dei dati/Algoritmi intelligenza artificiale

Riguardo alle piattaforme tecnologiche “data-driven”, occorre porre estrema attenzione a che non diventino strumenti di scarico di responsabilità (o peggio di supremazia assoluta dell’”algoritmo” AI) rispetto alle necessarie cautele di confidenzialità e tutela della dignità / dati sensibili delle persone. Gli algoritmi sono non solo nei sistemi software di gestione delle attività aziendali, ma sempre più decidono impersonalmente le interazioni con le persone e le relazioni di “lavoro”. E’ importante il rispetto delle norme che richiedono che l’ultima parola su temi etici rilevanti – quali quelli medici - sia di umani, NON di algoritmi. Papa Francesco ha sottolineato il 14 novembre 2019 la necessità di un approccio etico agli algoritmi: "Le possibilità della tecnologia sono sempre più elevate. [...] Faccio quindi appello agli ingegneri informatici, perché si sentano anch’essi responsabili in prima persona della costruzione del futuro […] Tocca a loro, con il nostro appoggio, impegnarsi in uno sviluppo etico degli algoritmi, farsi promotori di un nuovo campo dell’etica per il nostro tempo: la “algor-etica”.

Occorre quindi vigilare sugli algoritmi di apprendimento AI in Sanità, assicurando che (a) le decisioni non siano decise unicamente da algoritmi; (b) questi siano resi il più possibile (trasparenti e) non filtrati da “bias cognitivi” che ne influenzino comportamenti e decisioni; (c) sia possibile capire le motivazioni oggettive di decisioni prese da algoritmi AI; (d) non venga sottovalutata dagli algoritmi la comprensione dei bisogni umani inespressi -- voglia di parlare, emozioni, ecc. (non solo numeri).

Nessuno spazio alla “tecno-fobia”, quindi - la tecnologia ha molto migliorato la qualità della vita, e può rappresentare un formidabile supporto alle decisioni umane in questo ed altri settori -, ma attenzione ai problemi etici (ethics by design), di responsabilità sociali e controllo del(lo) (stra)potere degli algoritmi. Non a caso si parla ormai di (algorithm) explicability = explainable + accountable intelligence o eXplainable Artificial Intelligence (XAI).

 

Conclusioni – Prossimi passi

Gli ingenti stanziamenti “Next Generation EU” rappresentano un’enorme opportunità per la Trasformazione Digitale e Sostenibile della Sanità, ponendo le basi per processi sanitari innovativi assistiti da ICT / Intelligenza Artificiale (AI) che ne migliorino prestazioni e costi operativi, privilegiando investimenti in infrastrutture e processi (disruptive) efficienti ed efficaci e nella formazione del capitale umano, rispetto ad interventi evolutivi meramente correttivi in perenne emergenza. Occorre al contempo vigilare affinché si attui una innovazione responsabile, con particolare riguardo all’etica degli algoritmi AI (“algor-etica”) e alla tutela dei dati personali nelle nuove frontiere della Scienza dei Dati, a salvaguardia dei diritti e dignità degli utenti.

Con tale obiettivo, analizzando i problemi rilevati nel contrasto alla pandemia Covid-19, Stati Generali dell’Innovazione ha attivato un team multi-stakeholder (esperti sanitari, tecnologi, informatici, giuristi / esperti di protezione dati, statistici / analisti dei dati, sociologi) di approfondimento della questione, che analizzi i vari aspetti e produca raccomandazioni e suggerimenti sui Processi Organizzativi e Soluzioni Tecnologiche da adottare per la Sanità (elettronica) del Futuro – progetto “POST-SaF”.

Il team intende preparare un piano di azione sulla qualità, armonizzazione e trasparenza dei dati alla base dei processi decisionali, e proporre piattaforme tecnologiche per un Piano Nazionale strutturato di e-health per una efficace Sanità del Futuro “data-driven”. A seguire un inquadramento generale ed esempi di confronto di indicatori secondo i criteri di un modello statistico “telescopico” - dal livello nazionale a quello comunale –, il team sta finalizzando altri contributi progettuali come stimolo alla valorizzazione dei dati “aperti” per la Sanità del Futuro -- in linea con gli obiettivi della petizione #datiBeneComune. Intenderemmo portarli all’attenzione dei decisori governativi, e promuovere la collaborazione con Istituzioni, Enti e stakeholder vari, inclusi ASviS (Strategic Development Goal 3 “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età” e 9 “Imprese, Innovazione e Infrastrutture”), il team OMS dell’ex premier Mario Monti, ed altri interessati.

"Stai lontano dalle persone negative. Hanno un problema per ogni soluzione" (Albert Einstein)

 

di Fulvio Ananasso, presidente di Stati generali dell’innovazione e Consigliere Cdti, membro dei Gruppi di lavoro ASviS 8, 9, 10, 11 e 17

Martedì 22 Dicembre 2020