Verso nuovi limiti allo strapotere delle “big tech”

Le preoccupazioni per l’uso e l’abuso delle posizioni dominanti di mercato dei giganti tecnologici non riguardano più solo l’Europa. Per il futuro è dunque ragionevole aspettarsi nuove norme più vincolanti e iniziative antitrust per condizionarne, almeno in parte, le condotte.

di Umberto Bertelè

21 gennaio 2021

In un articolo pubblicato su Macrotrends nel novembre 2019, dal titolo “Nel futuro delle big tech regole più stringenti”, sostenevo: «Al di là della correttezza o meno delle specifiche accuse che vengono loro rivolte, le “big tech” sono sempre più vissute – limitando per semplicità il discorso alla UE e agli USA  – come oggettivamente ingombranti: per il peso economico-finanziario e la loro capacità di lobbying, per l’impatto disruptive che continuano ad avere sui comparti più diversi, per l’influenza anche involontaria sulla formazione degli orientamenti politici, per i cambiamenti continui che silenziosamente inducono negli stili di vita e nell’organizzazione sociale. Per questo occorre aspettarsi che agli “anni dell’ammirazione” per la loro innovatività facciano seguito gli “anni del fastidio” e gli sforzi per ridimensionarle o comunque contenerne l’espansione: sforzi che si scontreranno però presumibilmente con gli interessi conflittuali non solo fra i due blocchi (USA e Cina), ma anche al loro interno fra i diversi Paesi/Stati e le differenti parti politiche».

È una conclusione che ritengo ancora valida? Sì, e per certi versi alcune delle tesi che sostenevo sono più vere adesso che allora. Ma con almeno due cambiamenti di scenario rilevanti da evidenziare:

  • il ritorno temporaneo del clima da “anni dell’ammirazione” durante i primi lockdown (che in forme e periodi diversi si sono avuti quasi ovunque), che sarebbero stati impossibili da affrontare senza i servizi offerti dalle “big tech” (nonché da una serie di altre “tech”), seguito nuovamente però dal clima da “anni del fastidio”, a fronte dell’accelerazione della crescita e del rilevantissimo aumento dei valori di Borsa generati dalle nuove abitudini (acquisti online, smart/remote working ..) maturate durante i lockdown stessi;

  • l’entrata della Cina nel club dei Paesi preoccupati per la crescita apparentemente inarrestabile delle “big tech” – nella fattispecie di Alibaba (con il suo spin-off finanziario Ant) e Tencent – viste dallo stesso Xi Jinping non più come importanti strumenti per lo sviluppo dell’economia cinese, al servizio del partito comunista, ma come potenziali centri di potere concorrenti.

 

Le “big tech” (ma non solo le “big”) dominano le Borse mondiali

Non esiste una definizione ufficiale di “big tech”, ma usualmente con questo termine si fa riferimento a

  • le “big five” statunitensi (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet-Google e Facebook), che occupano (figura 1) le prime cinque posizioni nella classifica mondiale per capitalizzazione con un valore complessivo (al 13 novembre 2020) di 7.400 miliardi di dollari circa - oltre il 60% in più rispetto a un anno prima a fronte della crescita del 15% dello S&P 500 (il divario sarebbe ancora più consistente se si escludessero le “big five” stesse dal computo del notissimo indice statunitense) - e, anche se non sempre,

  • le cinesi Alibaba e Tencent, che occupano le due posizioni immediatamente successive, portando a quasi 9mila miliardi (la metà circa del PIL 2019 della intera UE) il valore complessivo.

Da notare, anche perché oggetto di una recente procedura antitrust negli USA, che al nono posto si colloca Visa, numero uno delle carte di credito al mondo: un’impresa finanziaria che ha però un’infrastruttura tecnologica tale da apparire – nell’ambito dello S&P 500 – nella categoria “Information Technology”, alle spalle di Apple, Microsoft e Nvidia e davanti a Mastercard (che ha caratteristiche simili a Visa) e PayPal.

E sono ben 38 complessivamente le imprese “tech” comprese fra le top 100 per capitalizzazione a livello globale, se si include – oltre a Visa e Mastercard – anche Tesla, da alcuni spiritosamente definita “un iPhone con le ruote”. La figura 2 riporta una lista completa di tali imprese e ne aggiunge altre 4, di valore minore, ma interessanti perché oggetto di contenziosi con le autorità e/o gli enti di regolazione: Booking, assimilata alle “big” per la posizione dominante della sua piattaforma nelle prenotazioni alberghiere; Uber e Lyft, in relazione allo scontro con le autorità pubbliche dei vari Paesi sulla qualifica (lavoratori autonomi o dipendenti) dei loro autisti, oltre che a quello con i taxisti; Airbnb, costretta a rimandare l’IPO perché tra le “vittime” dei lockdown, accusata – oltre che di concorrenza illecita agli albergatori - di creare distorsioni con la sua presenza nell’assetto abitativo dei centri storici di molte delle principali città del mondo.

 

Unione Europea: la ricerca di un nuovo approccio per combattere le “big tech” 

È stato l’antitrust UE, retto dalla commissaria danese Margrethe Vestager (ora anche vicepresidente della Commissione Europea), il primo grande nemico delle “big tech” statunitensi, Apple e Alphabet-Google in particolare:

  • 14,3 miliardi di euro la multa comminata ad Apple, grande beneficiaria delle “scappatoie” esistenti nella legislazione fiscale europea, non per l’elusione fiscale (perfettamente legale) che le ha permesso per lungo tempo di ridurre al 2% la tassazione sugli utili realizzati al di fuori degli USA, ma per gli ulteriori sconti – qualificati come “aiuti di Stato” - ottenuti dal governo irlandese rispetto a quelli (già estremamente rilevanti) previsti per legge;

  • 8,25 miliardi di euro la somma delle tre multe comminate ad Alphabet-Google: la prima per il favore riservato ai servizi di Google Shopping sul suo motore di ricerca, considerato un monopolio di fatto; la seconda per il blocco all’accesso dei concorrenti e il favore ai propri servizi su Android, il suo sistema operativo per smartphone numero uno al mondo; l’ultima per abuso di posizione dominante nell’ambito del digital advertising, per le restrizioni contrattuali imposte ai siti terzi.

Con diverse frustrazioni però: Apple è uscita vincente, almeno in primo grado, dal suo ricorso alla Corte di Giustizia europea; i ricorsi di Alphabet-Google, per ciascuna delle tre multe, sono ancora in corso. Più in generale risulta difficile e defatigante – a fronte dei business model continuamente innovativi che la digitalizzazione rende possibili - applicare con successo una normativa, quale quella antitrust, in larga misura concepita per un mondo in cui Internet non aveva ancora fatto la sua apparizione.

Di qui l’idea – in un clima avvelenato (soprattutto in Paesi come la Francia) dalla sensazione di impotenza derivante anche dal fatto di non disporre di “big tech” europee da contrapporre alle statunitensi e alle cinesi – di cambiare radicalmente approccio. Con il Digital Services Act, la prima vera regolamentazione organica del comparto digitale in fase di predisposizione da parte della Commissione Europea, dovrebbero essere individuate le piattaforme (motori di ricerca, sistemi operativi proprietari, app stores, siti di eCommerce, social network  ..) cosiddette gatekeeper, quelle che appaiono cioè in grado di canalizzare gli utenti verso i propri servizi ai danni dei competitori, imponendo loro regole straordinarie di comportamento su ciò che possono o non possono fare: con punizioni che potrebbero arrivare allo smembramento o all’interdizione dal mercato europeo. Sono tuttora in discussione i criteri oggettivi con cui individuare tali piattaforme, estremamente delicati per gli impatti politici ed economici che potrebbero avere:

  • una lista fatta solo di imprese statunitensi, anche se i principi di fondo assomigliano molto a quelli discussi nei mesi scorsi nella loro Camera, potrebbe portare (in questo non credo che la presidenza Biden si differenzierà molto da quella Trump) a forti ritorsioni commerciali, sulle auto tedesche piuttosto che sulla moda e i prodotti agricoli francesi, con danni anche per il nostro Paese;

  • un allargamento della lista (per evitare contenziosi e ritorsioni) a piattaforme UE, nessuna delle quali di dimensione comparabile, potrebbe rendere ancora più difficile l’emergere – visto dalla Commissione come un obiettivo altrettanto importante - di campioni digitali europei.

Nel frattempo, all’inizio di novembre 2020, la Commissione Europea ha aperto una procedura formale di infrazione delle regole della competizione contro Amazon, accusandola di uso improprio, a favore dei propri prodotti e servizi, dei dati raccolti sulle vendite dei 150mila merchant europei che utilizzano il suo sito di eCommerce. E ha aperto un’indagine parallela sul trattamento privilegiato che la stessa Amazon riserverebbe, nelle presentazioni sul sito, ai prodotti propri e a quelli dei merchant che ne utilizzano servizi logistici o il digital advertising.   

 

Stati Uniti: l’incognita Biden

A fronte dell’enorme successo delle “big tech” nelle vendite dei propri servizi e nei valori di Borsa - favorite le prime dalle nuove abitudini maturate durante i lockdown e i secondi anche dalla politica monetaria accomodante della Federal Reserve per contrastare l’impatto delle misure contro la pandemia – il 2020 ha visto una crescita bipartisan dell’irritazione del mondo politico nei loro confronti, tradottasi però solo parzialmente in misure concrete, per l’avversione a condividere azioni bipartisan nell’anno di scontro per la presidenza.  Finito nel nulla da un lato, per il mancato consenso del Senato a maggioranza repubblicana, il durissimo attacco alle “big tech” – con l’accusa di pratiche monopoliste – portato avanti dalla Camera a maggioranza democratica, che riprendeva alcuni degli argomenti degli aspiranti candidati della sinistra radicale (della senatrice Warren in primo luogo). Aperta a pochi giorni dalle elezioni, dall’altro lato, la procedura antitrust contro Alphabet-Google da parte del Department of Justice (DoJ) e dei procuratori generali (repubblicani) di 11 Stati: “The opening salvo in a battle to restrain Big Tech”, titolava un suo articolo del Financial Times.

L’accusa molto puntuale, e per questo secondo diversi analisti con maggiori possibilità di successo (anche se con tempi previsti molto lunghi per la sentenza finale), riguarda gli accordi di Google sia con Apple (del valore di diversi miliardi di dollari all’anno) sia con gli altri produttori di smartphone cui essa mette a disposizione gratuitamente il sistema operativo Android - per essere il motore di ricerca di default sugli smartphone stessi.

Il DoJ ha una serie di altri dossier aperti (Facebook e Amazon potrebbero essere i prossimi destinatari) ma, con il cambio della guardia alla Casa Bianca, la virulenza con cui il DoJ si muoverà nel prossimo futuro dipenderà in larga misura da Biden (il più moderato nei riguardi delle “big tech” fra gli aspiranti candidati democratici) e in misura probabilmente ancora maggiore da chi prevarrà in Senato (una maggioranza democratica darebbe molto più forza alle istanze della sinistra radicale). Gli equilibri politici interni, però, potrebbero essere molto condizionati dal quadro internazionale: dal confronto con la Cina, che probabilmente sarà il leitmotiv dei prossimi decenni, ai rapporti con l’Europa, e con l’UE in particolare.

Il DoJ ha avviato anche nel frattempo (come accennato) una procedura antitrust contro Visa, per bloccarne l’acquisizione per 5,3 miliardi di dollari di Plaid, una fintech con un business model innovativo nell’ambito dei pagamenti account-to account (ovvero con trasferimento diretto fra conti correnti bancari). L’accusa – che l’acquisizione sia volta a eliminare dalla scena e incorporare un concorrente potenzialmente disruptive per l’innovatività del suo business model - assomiglia molto a quelle tuttora spesso rivolte a Facebook per le acquisizioni ormai storiche di Instagram (2012) e WhatsApp (2014) e mi sembra indicativa, senza entrare nel merito, di una tendenza generale a vedere gli M&A delle grandi imprese soprattutto per i loro possibili riflessi negativi: con il rischio però che l’interdizione di un insieme così importante di potenziali acquirenti scoraggi gli investimenti in start-up innovative.  

Un ultimo punto, infine, sulla durezza degli scontri fra chi fa regole (o le applica interpretandole) e le imprese. Non solo Apple ha vinto la sua (prima) battaglia contro la Commissione presso la Corte di Giustizia europea, ma Uber e Lyft hanno addirittura promosso e finanziato - insieme con altre imprese della cosiddetta gig economy - un referendum popolare contro lo Stato della California per la cancellazione di una recente legge che le avrebbe obbligate ad assumere come dipendenti i loro autisti, con un aggravio dei costi da esse ritenuti esiziali per la stessa sopravvivenza. E hanno vinto.

 

Cina: le imprese che crescono troppo sono “ingombranti” ovunque

Sempre nell’articolo citato (Macrotrends 2019), relativamente alla Cina sostenevo: «Iper-semplificando, la Cina vede nell’innovazione digitale uno strumento determinante nella sua corsa verso la leadership mondiale. Investe molto e protegge con i mezzi più diversi il mercato interno favorendo la crescita delle proprie imprese, a patto che queste rispettino integralmente le direttive delle autorità pubbliche (che hanno, ad esempio, accesso a tutti i dati) e non acquistino eccessivo potere e peso nell’opinione pubblica: ho sempre sospettato che il fondatore di Alibaba Jack Ma – l’uomo più ricco del Paese - si sia messo volontariamente da parte per non rischiare che la sua popolarità lo facesse diventare inviso a Xi Jinping».

Ebbene, il delicato equilibrio sembra essersi rotto. “How Jack Ma lost his spot at China’s business top table - Regulators and rivals have been lobbying against Ant Group’s growing dominance in payments and lending for some time”, titolava un suo articolo il Financial Times il 6 novembre 2020. E qualche giorno dopo The Wall Street Journal: “China’s President Xi Jinping Personally Scuttled Jack Ma’s Ant IPO - Senior government leaders were furious about wealthy entrepreneur’s criticisms of regulators; rebuke was the culmination of years of tense relations”. Il segnale inviato alle “big tech” cinesi dal potere politico non poteva essere più clamoroso. Le autorità di regolamentazione hanno bloccato, con un intervento a gamba tesa a due giorni dal lancio, quello che era destinato a essere la più grande IPO di tutti i tempi (37 miliardi di dollari l’introito atteso): la quotazione di Ant, lo spin-off di Alibaba capitanato da Jack Ma, proiettato verso una capitalizzazione superiore ai 300 miliardi di dollari E, pochi giorni dopo l’operazione Ant, sono state annunciate le nuove linee-guida antitrust per il comparto Internet, l’intervento organico più corposo del governo contro l’insorgere di comportamenti monopolistici. Con una immediata risposta della Borsa, che ha penalizzato la quotazione di Tencent: l’altra “big tech” cinese (famosissima la sua superapp WeChat che ha oltre 1 miliardo di utenti), che nell’ambito finanziario realizza più di un quarto dei suoi ricavi, è leader nei giochi e ha una presenza indiretta anche nell’eCommerce (con una partnership di lunga data con JD.com e una quota azionaria del 16,5% nell’astro nascente Pinduoduo).

 

Verso quale futuro?

Le incognite, come detto, sono molte. Da un lato abbiamo una serie di imprese, le “big tech” ma non solo le “big”,  che – ancorchè spesso “disinvolte” nei comportamenti perché estremamente focalizzate come Amazon sulla crescita e/o come Apple sui profitti – sono tuttora molto innovative (io non condivido assolutamente le idee di chi le vede solamente come monopolisti che sfruttano il potere acquisito con le innovazioni del passato), investono cifre elevatissime in R&S e infrastrutture, danno lavoro direttamente o indirettamente a moltissime persone. Dall’altro abbiamo Paesi fortemente - e giustamente - preoccupati per il peso economico e politico crescente che esse acquisiscono all’interno, ma allo stesso tempo estremamente interessati alla loro capacità di penetrazione e di dominio sui mercati internazionali: con l’eccezione ovviamente dell’UE, in triste ritardo in quest’ambito, che continua a privilegiare la messa a punto di nuove regole rispetto alla costruzione (sempre più difficile con il consolidarsi degli assetti esistenti) di imprese digitali in grado di competere all’interno e nel mondo.

In un orizzonte proiettato nel tempo saranno probabilmente le nuove tecnologie, insieme con i nuovi stili di vita e assetti di potere globali, a ridurre naturalmente il peso delle “big tech”: è quello che accadde a Ibm, più colpita dalla nascita dell’informatica distribuita che non dalla procedura antitrust per la sua posizione dominante nei mainframe; è quello che accadde a Microsoft, che riuscì a evitare lo smembramento cui in un primo tempo era stata condannata, ma si trovò a perdere peso (fino al suo ritorno alla ribalta negli anni più recenti con il cloud) per il passaggio al mobile e l’emergere delle imprese – i cosiddetti OTT-Over The Top – che offrivano servizi attraverso Internet. In un orizzonte più immediato non credo che avremo troppi spargimenti di sangue (quali quelli sognati da Elisabeth Warren e forse anche da  Margrethe Vestager) – nel clima di espansione del potere cinese confermato dalla recentissima nascita attorno alla Cina stessa dell’area di libero scambio (RCEP) fra i 15 Paesi Asia-Pacific (Giappone, Corea del Sud e Australia compresi) – ma credo piuttosto che la minaccia di misure molto dure porterà le imprese sotto accusa ad autoregolamentarsi nei comportamenti e a evitare mosse troppo aggressive (quali le “invasioni” di nuovi settori) che possano creare irritazioni nel mondo politico e condanne a livello mediatico. Nel 1969 ad esempio, per ridurre la pressione dell’antitrust, Ibm rinunciò volontariamente a includere il software nel “pacchetto” che le imprese dovevano obbligatoriamente acquistare insieme con il mainframe: aprendo così la strada alla nascita dell’industria del software e in particolare – nel giro di un quinquennio – a quella di Apple e Microsoft.

 

Figura 1

 

Figura 2

I sette “peccati capitali”: le accuse più frequenti alle “big tech”

  1. Elusione/evasione fiscale. Da un lato le big tech operano, come da sempre le multinazionali, ricorrendo alla cosiddetta ottimizzazione fiscale: sfruttando cioè legalmente le scappatoie (loopholes) rese possibili dalle differenze nelle tassazioni dei diversi Paesi. E le facilitazioni concesse dall’Irlanda ad Apple, qualificate come “aiuti di Stato” [qualifica come visto rigettata dalla Corte di Giustizia europea], non differiscono da quelle del Lussemburgo a FCA.

Dall’altro le big tech hanno molta più facilità, per i servizi erogati direttamente via Internet, a sfuggire (in larga misura legalmente) alla tassazione locale. Di qui l’insistente richiesta, anche nell’ambito G-20, di creare nuove regole internazionalmente condivise: l’OCSE ha presentato nell’ottobre 2020 un rapporto sullo stato di avanzamento delle trattative a livello internazionale, osteggiate dagli USA e rimandate per una possibile conclusione al 2021. Di qui la mossa della Francia nel 2019 – seguita poi da altri Paesi fra cui l’Italia - di introdurre una propria web tax, contestata perché applicata ai ricavi (e non ai profitti) e perché ritagliata per colpire soprattutto le big tech statunitensi salvaguardando le imprese locali: con la prima riscossione però rinviata al dicembre 2020 per la Francia e al 2021 per l’Italia.

  1. Disprezzo delle regole/elusione della regolamentazione. Le big tech, e più in generale le imprese OTT che erogano via Internet i loro servizi, sono spesso accusate di disprezzo delle regole, che esse giustificano con la (vera o presunta) obsolescenza delle regole stesse. L’elusione, d’altra parte, è spesso resa più facile dalla diversità dei modelli di business innovativi rispetto a quelli per cui la regolamentazione

è stata concepita. I problemi di regolamentazione, come visto in precedenza, sono tuttora oggetto di contenzioso per imprese come Uber e Lyft (in permanente scontro con i taxisti e in lotta sullo stato giuridico degli autisti), come Airbnb (in permanente scontro con gli albergatori e oggetto di accuse da parte delle autorità locali per l’impatto della sua presenza sui centri storici) e come Ant e le fintech in generale (accusate di vantaggi competitivi impropri derivanti dalle regole più lasche cui devono sottostare rispetto alle banche).

  1. Eccesso di concentrazione/abusi da posizione dominante. Le big tech, come visto, sono oggetto di crescenti accuse di abusi da posizione dominante per lo sfruttamento del controllo che esse esercitano per promuovere i propri interessi, nella posizione di gatekeeper, sulle grandi piattaforme digitali (motori di ricerca, sistemi operativi proprietari, app stores, siti di eCommerce, social network ..).

La procedura antitrust aperta contro Alphabet-Google negli USA e quella ancora più recente aperta contro Amazon nell’UE entrano in questa categoria.  Non vi sono al momento invece procedure in corso contro Apple, ma essa è stata oggetto di una sentenza della Corte Suprema che ha autorizzato una class action nei suoi confronti promossa dai consumatori per la “tassa” del 30% imposta ai produttori di app e da essi scaricata sui consumatori stessi: una sentenza significativa perché la Corte ha giudicato come potenzialmente dominante per il valore degli acquisti effettuati sull’Apple Store – ancorchè non lo sia numericamente - la sua piattaforma mobile. Più recentemente Apple è stata anche chiamata in giudizio da Spotify, che ritiene la “tassa” scorretta per l’incidenza che essa ha sulla sua concorrenza con Apple Music, e da Epic Games, che si è vista bandire il videogioco Fortnite dall’AppStore, perché strutturato in modo da sfuggire alla “tassa” stessa.

Altrettanto dense di possibili conseguenze, come detto, le crescenti accuse fatte alle big tech di utilizzare la propria potenza di fuoco finanziaria per acquisire le startup più promettenti, allo scopo di integrarle e/o prevenirne la concorrenza: per l’effetto disincentivante sugli operatori di venture capital che un eventuale blocco potrebbe avere.

  1. Violazione della privacy. Sono soprattutto Facebook (cui fanno pure capo Instagram e WhatsApp) e Alphabet-Google (monopolista di fatto nei motori di ricerca e proprietaria di YouTube) a essere poste sotto accusa per violazione della privacy: per disattenzione (frequenti i casi in cui milioni di indirizzi email o password diventano di dominio pubblico) o volontariamente, per il valore che i dati stessi hanno nella profilazione delle persone finalizzata al digital advertising. Le accuse potrebbero estendersi nel prossimo futuro ad Amazon, che sta accrescendo la sua presenza in tale ambito. È stata l’UE a varare nel 2016 il più organico regolamento generale sulla privacy (GDPR), entrato in funzione nel 2018 e diventato – per effetto soprattutto delle big tech che, dopo averlo “faticosamente digerito”, lo hanno adottato ovunque - lo standard di fatto a livello mondiale. 
  1. Violazione della proprietà intellettuale. Un’accusa frequente, di nuovo soprattutto rivolta a Facebook e Alphabet-Google, è quella di violazione dei diritti di autore: non volontaria, se dovuta all’incapacità di controllare preventivamente il materiale immesso in rete, o deliberata, se volta ad attirare sempre più persone. Anche sulla proprietà intellettuale l’UE ha approvato nel 2019 una propria direttiva, che fatica però a essere applicata per i conflitti sulla sua interpretazione.
  1. Fake news. Ancora Facebook soprattutto e Alphabet-Google, insieme a Twitter e altri social network, sono oggetto di accuse per l’incapacità di controllo dei flussi e di filtraggio delle fake news (peraltro concettualmente di difficile definizione) o per la leggerezza nel rendere disponibili i dati personali in loro possesso per una profilazione politica (come accadde nel celebre caso Facebook-Cambridge Analytica per cui Facebook fu punita con una rilevantissima multa). Nelle ultime elezioni statunitensi il controllo è stato però molto più forte, sino ad arrivare alla censura di Trump soprattutto ma anche di Biden, con il problema di fondo però di chi debba/possa stabilire il confine fra fake news e libertà di espressione.
  1. Scarsa trasparenza degli algoritmi e uso improprio della intelligenza artificiale. La scarsa trasparenza degli algoritmi – sempre più presenti nella nostra vita quotidiana e con un’incidenza destinata a crescere ulteriormente con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – sta diventando un tema di rilevanza politica, soprattutto negli Stati Uniti e nell’UK. Fra le proposte l’obbligo di una approvazione preventiva (come per i farmaci) da parte di una authority ad hoc e l’introduzione di un responsabile etico nelle imprese, che vigili sulla correttezza degli algoritmi stessi. Il caso storicamente più famoso è quello dell’algoritmo utilizzato da Volkswagen per ingannare i controlli sui livelli di emissione dei motori diesel; un caso più recente è quello dell’algoritmo di Facebook che utilizzava (violando la legge statunitense) informazioni sui luoghi di abitazione per discriminare minoranze razziali e immigrati nell’invio di offerte di lavoro o proposte immobiliari.

di Umberto Bertelè, professore emerito di Strategia e presidente degli Osservatori Digital Innovation al Politecnico di Milano. 

 

NOTE

  1. In un contesto in continua evoluzione, quale quello oggetto dell’articolo, è importante evidenziare come tutti i dati e le considerazioni siano aggiornati al 17 novembre 2020, giorno di consegna dell’articolo all’editore.

  2. La lista dei “sette peccati capitali” riprende quella pubblicata nel mio articolo su Macrotrends 2019, che riprendeva a sua volta il mio keynote speech in un importante evento, “Big Tech sotto attacco: il dibattito in corso”, organizzato al Politecnico di Milano nel marzo 2019.

 

Questo saggio è fa parte del volume Scenari dal futuro (a cura di Enrico Sassoon), pubblicato a inizio gennaio 2021 in allegato alla rivista Mind, Gedi Edizioni.

 

Giovedì 21 Gennaio 2021