Per gestire gli shock l'Italia ha bisogno di un istituto pubblico per gli studi sul futuro

Una politica che guarda al compiacimento di breve periodo del proprio elettorato è destinata a fallire. Ma oggi, a fronte di investimenti che chiedono in prestito risorse importanti alle future generazioni, non possiamo più permettercelo. 

di Giulia Di Donato

2 novembre 2020

"Non solo viviamo in un mondo di cambiamenti che accelerano ma anche di cambiamenti che hanno un perimetro globale e che permeano quasi ogni aspetto dell’attività umana…solo una società orientata al futuro può far fronte alle sfide del ventunesimo secolo.”

Queste sono le parole pronunciate nel 1979 da Mr Sinnathamby Rajaratnam, uno dei padri fondatori della Singapore indipendente e co-fondatore del People's action party (Pap), partito al potere dal 1959, un civil servant visionario che ricoprì diversi incarichi nel neonato governo singaporiano e, insieme al celebre statista e primo ministro Lee Kuan Yew, contribuì a rendere Singapore una città globale e ad ispirare quell’approccio al policy making pragmatico e lungimirante che è adottato ancora oggi. Gli studi strategici sul futuro hanno infatti permesso al governo singaporiano di andare oltre evidenze e previsioni scontate o di breve termine, governare meglio il rischio e l’incertezza e progettare un sistema paese più resiliente.

I futures studies e i processi di strategic foresight si occupano dello studio del futuro, o meglio, indagano tutti i futuri possibili attraverso tecniche e strumenti come l’analisi di scenario, l’analisi dei megatrend o processi di visioning strategico per informare i processi decisionali e supportare i decision makers nella definizione di strategie in grado di rispondere a potenziali cambiamenti futuri e trasformazioni di medio-lungo termine.

In un contesto come quello attuale, dove l’innovazione tecnologica e la globalizzazione hanno dato vita a dinamiche socioeconomiche, politiche, tecnologiche ed ambientali fortemente interconnesse e di portata globale, traducendosi in cambiamenti continui, complessi e rapidi, è fondamentale aumentare la capacità dei policymakers di prevedere il cambiamento di sistemi complessi e anticiparne rischi e opportunità. Studiare il futuro non è affatto un esercizio di immaginazione, ma un processo che permette di utilizzare un mix di informazioni qualitative e quantitative per anticipare trend emergenti e valutare le loro potenziali implicazioni. Pertanto, la capacità di fare delle previsioni sui possibili scenari futuri dovrebbe essere un presupposto fondamentale per la definizione di una visione lungimirante del sistema paese e per una programmazione olistica e sinergica delle politiche pubbliche.

Per comprendere, infatti, quanto gli studi sul futuro siano fondamentali per disegnare delle policies lungimiranti non si può non menzionare il caso virtuoso di Singapore. E’ qui infatti che un modello di governance tecnocratico e profondamente pragmatico ha saputo sfruttare strategicamente lo studio del futuro per disegnare politiche pubbliche che hanno reso una piccolissima isola del sudest asiatico priva di risorse naturali un hub internazionale del commercio mondiale, una delle mete più ambite dal turismo di lusso, un centro finanziario all’avanguardia e un polo di attrazione per start up innovative, headquarters di grandi multinazionali e studenti internazionali.

Le decisioni prese dai policy makers singaporiani sono sempre supportate da solide analisi dei dati e rientrano in una visione di lungo-termine che ispira e indirizza strategie e politiche lungimiranti. Governare il futuro è una delle priorità del governo singaporiano e il tendere verso il futuro si percepisce non solo nella retorica e nelle azioni politiche, ma viene richiesto anche a studenti e cittadini, stimolati costantemente verso il conseguimento del “successo” in una società competitiva e meritocratica. Non a caso, infatti, Singapore ha adottato da tempo delle politiche di lifelong learning e formazione continua e nella University Hall della National University of Singapore si legge la seguente scritta a caratteri cubitali: “A Leading Global University Shaping the Future”, un’università leader globale che dà forma al futuro.

Allo stesso modo, non sorprende la scelta della Lee Kuan Yew School of Public Policy, la scuola di politiche pubbliche della National University of Singapore, di offrire tra i corsi di formazione executive indirizzati a civil servants esperti in Future Ready Singapore Project. Il corso, incentrato sugli studi e le previsioni sul futuro, ha come obiettivo quello di insegnare concetti e metodologie per rivedere e ripensare criticamente assunzioni e bias che influenzano i processi decisionali e anticipare trend e dinamiche future per la definizione di policies più lungimiranti.

Lo studio del futuro a Singapore è infatti un vero e proprio modus operandi, uno step fondamentale per disegnare politiche pubbliche che massimizzino l’utilità sociale. Questo approccio è supportato da una capillare raccolta e analisi dei dati che permette al governo di monitorare in modo sistematico la corretta implementazione, ma soprattutto l’efficacia delle politiche pubbliche nel raggiungere gli obiettivi prefissati e nell’offrire degli standard qualitativi che soddisfino i cittadini.

Inizialmente utilizzato solo per definire politiche di difesa e sicurezza, questo approccio sistematico all’analisi del futuro è stato gradualmente adottato anche da altri ministeri ed agenzie pubbliche, cambiando l’approccio di definizione delle politiche sociali, culturali ed economiche. Se negli anni ‘80 infatti, una Scenario Planning Branch fu istituita all’interno del Ministry of Defence (Mindef), nel 1993 il Governo decretò che l’utilizzo dell’analisi di scenario diventasse uno strumento per la pianificazione strategica di lungo termine di tutte le politiche pubbliche. Nel 1995, venne istituito uno Scenario planning office (Spo) all’interno del Prime minister office come parte di un’iniziativa più ampia lanciata dal Governo singaporiano, la Public Service for the 21st Century (PS21). Obiettivo di questa iniziativa era quello di stimolare un cambio di mentalità e modalità lavorative dei civil servants singaporiani, ai quali veniva richiesto di seguire un nuovo approccio orientato al futuro al fine di fronteggiare al meglio le sfide dei rapidi cambiamenti del contesto locale, regionale e globale. Nel 2003, lo SPO venne poi rinominato Scenario Policy Office (Spo) per riflettere la natura più complessa e olistica delle materie trattate e la relazione diretta tra proiezioni sul futuro e politiche pubbliche.

Nel 2009, all’interno del Spo venne istituito il Centre for strategic futures (Csf) al fine di rafforzare la capacità del Governo di disegnare e implementare politiche pubbliche basate su nuove metodologie previsionali e di programmazione strategica. Essendo collocato all’interno del Prime minister office,  questo istituto pubblico per gli studi sul futuro può accedere facilmente alle risorse, competenze, analisi e informazioni di tutti i ministeri e agenzie governative. Il Csf opera dunque come una sorta di think tank governativo dove innovazione e creatività vengono stimolate attraverso l’utilizzo di strumenti e tecniche di design thinking e dove la visione che guida le politiche pubbliche poi disegnate dal governo viene costruita attraverso l’utilizzo di analisi di scenario e altri modelli di pianificazione strategica. L’obiettivo è quello di analizzare cambiamenti emergenti o segnali di potenziali trasformazioni che potrebbero aprire nuovi scenari futuri. Una volta identificati, questi cambiamenti vengono esaminati, così come le loro implicazioni per le politiche pubbliche. Se classificati come Emerging strategic issues (Esi), o sfide strategiche emergenti che non hanno una traiettoria chiara e presentano potenziali sfide e opportunità, il compito del Csf è quello di comprendere se le politiche pubbliche in vigore siano in grado di rispondere al meglio a queste sfide e se le assunzioni o motivazioni alla base della loro implementazione siano ancora valide.

Le parole di Lee Hsien Loong, primo ministro singaporiano attualmente in carica, riassumono prefettamente la missione del Csf: “Continually reinvent our government, transform our city, weigh our options, anticipate threats and mitigate risks”. La mission del Csf è dunque quella reinventare continuamente l’azione del governo, trasformare la città-stato di Singapore in base alle dinamiche, sfide e opportunità attese negli scenari futuri, supportare le opinioni del governo con argomenti e proiezioni, anticipare potenziali minacce e mitigare i rischi.

La pandemia Covid-19 ci ha messo di fronte a problemi e disuguaglianze preesistenti e all’esigenza di ripensare drasticamente il nostro modello di sviluppo. Per superare il difficile momento storico che stiamo attraversando sarà fondamentale potenziare la nostra capacità di anticipare gli scenari futuri. Da un lato, questo permetterà al nostro Paese di aumentare la sua resilienza trasformativa, ovvero la capacità di superare momenti di difficoltà e crisi superando lo status quo e sfruttando le lezioni imparate per trasformare paradigmi obsoleti. Dall’altro lato, guardare al futuro significa definire una chiara visione per il futuro del nostro paese, un’idea di quello che immaginiamo e vogliamo realizzare nel medio-lungo termine verso la quale tendere, intorno alla quale raccogliere tutti gli sforzi economici, sociali e politici e sulla base della quale definire programmi e politiche che concorrano sinergicamente alla sua realizzazione.

La definizione del Recovery and Resilience Plan nazionale che l’Italia dovrà presentare per accedere ai fondi dell’ambizioso piano europeo Next Generation Eu può e deve essere l’occasione giusta per inaugurare un cambio di approccio in tal senso. Il nostro Paese, al quale dovrebbe stata destinata la più ampia porzione dei 750 miliardi di euro di fondi stanziati, ovvero 205 miliardi di euro di cui 77 in sovvenzioni, 126 in prestiti e 2 in garanzie, dovrà essere in grado di sfruttare questi fondi per aumentare la sua resilienza trasformativa e definire una visione lungimirante per costruire un Paese più sostenibile ed inclusivo. Tuttavia, ad oggi, nel documento che contiene le Linee Guida per la Definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, già approvato alla Camera e al Senato in data 13 ottobre, non vi è alcuna traccia di una visione di medio-lungo termine e non è chiaro quale futuro si immagina per l’Italia a fronte delle sei “missioni” individuate dal Governo, considerando anche il limitatissimo elenco di obiettivi e indicatori quantitativi definiti nel Capitolo II - Sfide e Missioni del Programma di Ripresa e Resilienza -.

Per sfruttare al meglio i fondi di quello che da molti è stato definito un vero e proprio Piano Marshall europeo e rilanciare il nostro sistema Paese è evidente come non sia più sufficiente pensare ad una lista di interventi e programmi frammentati che rispondo a bisogni, interessi o esigenze di parte, ma sia necessaria un’impostazione più olistica e lungimirante. I policy makers non possono più rincorrere, o peggio, subire il futuro, ma devono imparare ad anticiparlo, governarlo, indirizzarlo e sfruttarne le potenzialità.

L’Unione europea ha già fatto un piccolo passo in avanti in tal senso. È infatti proprio riconoscendo l’importanza dei continui cambiamenti e delle profonde trasformazioni economiche, sociali, culturali, politiche, climatiche e naturali alle quali stiamo assistendo che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha incaricato il vicepresidente Maroš Šefčovič di inserire strumenti di strategic foresight nei lavori della Commissione al fine di disegnare politiche capaci di anticipare e affrontare dinamiche e trend futuri e di adottare un approccio al policy making basato su analisi previsionali e obiettivi di medio-lungo termine.

Su questa scia, anche l’Italia dovrebbe prendere esempio delle best practices internazionali e istituire un organismo o ente pubblico che si occupi di studi sul futuro, analisi di scenario e visioning strategico, che dia un supporto fondamentale all’analisi dei trend futuri e alla definizione di una visione strategica di medio-lungo termine sulla base della quale disegnare i piani per la ripartenza del Paese. Per essere realistici, e considerando il radicale salto di qualità metodologico richiesto al nostro policy making, istituire un think tank pubblico rischierebbe di non avere una reale considerazione e un forte impatto metodologica. Allo stesso tempo, tuttavia, sembrerebbe utopico sperare nell’istituzione di un vero e proprio ministero del Futuro, sulla scia dell’esempio svedese, in un Paese che ha storicamente implementato politiche pubbliche di brevissimo respiro in nome di una cieca e immediata ricerca di consensi elettorali.

Mi permetto, dunque, di riportare l’attenzione su una proposta menzionata nel libro "Quel mondo diverso" di Enrico Giovannini e Fabrizio Barca, un dialogo sulla necessità di un nuovo modello di capitalismo e di una classe politica più lungimirante, progressista e vicina ai bisogni dei cittadini. Nel libro, infatti, si ricorda che una proposta per istituire un istituto pubblico per gli studi sul futuro alle dirette dipendenze del presidente del Consiglio dei Ministri è stata già avanzata nel 2018 dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), di cui il professor Giovannini è fondatore e portavoce. Questa proposta, che purtroppo non ebbe seguito perché ritenuta politicamente poco interessante, diventa oggi assolutamente attuale e necessaria.

Per sfruttare al meglio i fondi del Next Generation Eu e aumentare la resilienza del Paese dobbiamo iniziare oggi a costruire una classe politica e una classe dirigente strategicamente agile e pronta a gestire un contesto complesso e in rapida evoluzione. Il primo passo potrebbe essere proprio quello di inaugurare un nuovo approccio al policy making basato sugli studi sul futuro al fine di aumentare la capacità di visione, programmazione strategica e definizione organica e coerente di piani e politiche pubbliche.

Una politica che guarda al compiacimento di breve periodo del proprio elettorato è destinata a fallire e a generare quel disinteresse diffuso verso la politica e quello scetticismo verso la classe dirigente che hanno permesso ad una retorica e un’azione politica sempre più populista, fatta di slogan superficiali e finte ideologie, di emergere. Ma oggi, a fronte di investimenti che chiedono in prestito risorse importanti alle future generazioni, non possiamo più permettercelo. Al contrario, è forse venuto il momento di adottare politiche lungimiranti e di gettare le basi per una società orientata al futuro.

 

di Giulia Di Donato, Rete Giovani 2021

Lunedì 02 Novembre 2020