Giovani, tecnologia, demografia e clima: i segnali di futuro nel Rapporto ASviS
Dalle aspettative delle nuove generazioni alla rivoluzione dell’AI, dall’invecchiamento della popolazione alla crisi climatica, il documento dell’Alleanza individua le trasformazioni che stanno ridisegnando la nostra società. E gli strumenti per evitare gli scenari peggiori.
“C’è futuro oltre l’Agenda 2030”. Lo ha detto Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, in occasione della presentazione del Rapporto annuale “Agenda per la prossima legislatura. E non solo” alla Camera dei Deputati. Una frase che, oltre a essere un auspicio per i prossimi anni, è una proposta concreta per strutturare le politiche pubbliche dopo le elezioni politiche che si terranno nel 2027.
Il Rapporto, che come ogni anno fa il punto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile nel mondo, in Europa e in Italia, ha assunto in questa edizione un carattere peculiare, concentrandosi su un futuro che va oltre il 2030, arrivando fino al 2032, anno di conclusione del prossimo mandato governativo.
A questo proposito, il documento dell’Alleanza ha individuato, all’interno delle sue 280 pagine, quei “segnali di futuro” che stanno modificando già oggi il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo con il mondo, e che lo faranno con incisività sempre maggiore nei prossimi anni.
Leggere queste trasformazioni non è però un compito semplice (anche per questo motivo è nato Ecosistema Futuro), così come raggrupparle, individuando macroaree comuni. Diciamo però che, all’interno del Rapporto ASviS, si possono individuare quattro grandi direttrici che attraverseranno il nostro futuro: le nuove generazioni, l'evoluzione tecnologica, i cambiamenti demografici e la crisi climatica. Andiamo a scoprirle insieme.
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di Elita Viola
Come stanno messi i giovani
Uno dei segnali più interessanti arriva dai giovani e dal loro rapporto con il futuro. L’analisi ASviS restituisce infatti un quadro complesso: da una parte emergono difficoltà economiche, educative e occupazionali (evidenti dalle proteste di queste ultime settimane) che rischiano di compromettere le prospettive delle nuove generazioni; dall’altra i giovani dimostrano speranza e fiducia. Si intravedono, per esempio, la volontà di partecipare attivamente alla vita pubblica e una sensibilità sempre più marcata verso la sostenibilità.
Un'indicazione significativa viene dai risultati dell'indagine Ocse Pisa 2025, riportati nel Rapporto. Il 71,9% degli studenti italiani dichiara di voler svolgere un lavoro legato alla sostenibilità ambientale, una quota superiore di oltre dieci punti percentuali alla media Ocse (ferma al 61,6%). Inoltre, l’84,2% degli studenti ritiene che le proprie azioni individuali possano contribuire ad affrontare i problemi ambientali, mentre l’83,4% riconosce l'efficacia dell'azione collettiva.
Ora, questo è un segnale che va oltre la semplice sensibilità ecologica. L'ASviS parla di agentività ambientale, ovvero della capacità dei giovani di definire obiettivi presenti e futuri, mantenere l’impegno e costruire soluzioni concrete davanti alle crisi ecologiche del presente e del futuro.
Allo stesso tempo, però, un segnale particolarmente preoccupante riguarda l'acquisizione delle competenze di base. Nel 2025 il 24,4% degli studenti italiani di 15 anni non ha raggiunto un livello sufficiente in lettura, mentre la percentuale saliva al 31,3% in matematica. Entrambi i valori sono in peggioramento rispetto al 2012, un trend che non fa ben sperare per i prossimi anni.
C’è poi da aggiungere il problema dei divari economici (il 23% dei bambini e delle bambine che vivono in Italia appartiene a famiglie con redditi inferiori al 60% di quello mediano nazionale) e le difficoltà, una volta finiti gli studi, di trovare lavoro. L'Italia continua infatti a registrare una delle quote più elevate di giovani Neet (che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi formativi) dell'Unione europea, oltre a una costante emigrazione del capitale umano, dal Sud al Nord Italia e dall’Italia all’estero.
Servono, insomma, politiche più lungimiranti. E per questo motivo l’ASviS punta così tanto sulla Valutazione di impatto generazionale (Vig), insieme alla Valutazione di impatto di genere (Vige), strumenti normativi già esistenti che permetterebbero, se applicati con i decreti attuativi, di introdurre la prospettiva delle generazioni future e dell’equilibrio di genere nelle decisioni politiche nazionali.
L’AI ridisegnerà lavoro e società, ma quanto?
Il secondo grande segnale di futuro riguarda la trasformazione tecnologica, destinata a incidere sempre più profondamente sull'economia, sul mercato del lavoro e sulla vita quotidiana. Al centro di questa trasformazione c'è (ovviamente) l'intelligenza artificiale.
Il Rapporto ASviS richiama il potenziale dell’AI per accelerare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, dalle applicazioni in campo sanitario all'ampliamento dell'accesso all'istruzione, fino al contributo per la gestione dei sistemi energetici e alla ricerca scientifica. Ma ci sono, ovviamente, dei rischi, alcuni che stiamo testando già oggi, altri che si paleseranno col tempo. Tanto per citarne alcuni: effetti sulla salute mentale, la sostituzione occupazionale, le conseguenze ambientali dei data center, la concentrazione del potere nelle mani di pochi soggetti.
Resta inoltre una questione aperta: non è ancora possibile stabilire con certezza se i guadagni di produttività ottenuti attraverso l'intelligenza artificiale nelle singole attività si tradurranno in un incremento della produttività dell'intera economia. Il senso, insomma, è che il progresso tecnologico non produce automaticamente benefici diffusi.
Un passaggio decisivo sarà quello delle competenze, tema affrontato anche da Stefano Scarpetta, capo economista dell'Ocse, durante la presentazione del Rapporto ASviS alla Camera. Scarpetta ha richiamato la necessità di investire nel capitale umano per “affrontare contemporaneamente l'invecchiamento demografico e la rivoluzione digitale”, accelerata proprio dall’AI. “Investiamo poco in formazione per l'intelligenza artificiale”, ha avvertito Scarpetta, indicando come priorità la garanzia di un livello minimo di competenze per tutti.
Scarpetta ha inoltre parlato della possibilità (o meno) che i robot sostituiscono completamento il lavoro umano, data la grande versatilità che stanno dimostrando in questi ultimi mesi. Il capo economista dell’Ocse ha distinto tra la situazione attuale e le prospettive future. “I dati ci dicono che oggi non c'è sostituzione di lavoratori con l'intelligenza artificiale a livello aggregato. Nel senso che, ancora oggi, i robot sono complementari rispetto a quello che i lavoratori umani riescono a fare”, ha dichiarato Scarpetta, che però ha aggiunto: “Non è possibile prevedere con certezza cosa accadrà nei prossimi mesi, considerata la velocità dell'evoluzione tecnologica”.
Sindacalizzare i robot per cogestire la fabbrica ibrida del futuro
Il sindacato del Ventunesimo secolo dovrà contrattare anche la produttività di macchine e algoritmi. Ma c’è bisogno di diffondere tra i lavoratori, e più in generale tra i cittadini, una vera e propria “cultura del dato”.
Il tema lavoro è stato affrontato anche da Mario Nava, a capo della Direzione Generale Occupazione, affari sociali e inclusione della Commissione europea, che ha individuato nella qualità del lavoro, nelle competenze e nella protezione sociale tre priorità per lo sviluppo sostenibile.
Sul lavoro Nava ha invitato a non concentrarsi soltanto sulle competenze: “Ci si dimentica sempre l’altro lato, che è quello della domanda di lavoro, della qualità del lavoro. Gli elementi della qualità sono un salario adeguato e il contratto”. Allargando lo sguardo, Nava ha poi indicato, per l’Italia, come per l’Unione europea, la prospettiva al 2050 dei “tre zeri: zero emissioni, zero disoccupazione e zero povertà”.
Un Paese che invecchia e cambia
Un’altra trasformazione individuata dal Rapporto ASviS e destinata a plasmare profondamente il nostro futuro riguarda la struttura demografica, in particolare l’invecchiamento della popolazione e la progressiva riduzione della forza lavoro.
Durante la presentazione del Rapporto, sempre Scarpetta ha richiamato un dato particolarmente importante: entro il 2060 la popolazione italiana in età lavorativa potrebbe ridursi di un terzo. Una prospettiva che rende ancora più urgente ripensare il rapporto tra formazione, occupazione e produttività.
A cambiare è anche la composizione delle famiglie. Secondo le previsioni Istat richiamate dall'ASviS, la dimensione media dei nuclei familiari dovrebbe passare dai 2,6 componenti dei primi anni Duemila a circa due nel 2050. Ne deriva un apparente paradosso: mentre la popolazione complessiva diminuisce, nelle aree in cui si concentra la domanda di lavoro e servizi cresce la necessità di abitazioni (dati i trasferimenti dal Sud al Centro Nord), mentre nei territori in progressivo spopolamento aumenta il patrimonio immobiliare inutilizzato o abbandonato.
Questi cambiamenti impongono di ripensare anche le politiche sociali e sanitarie. Una popolazione più anziana richiede servizi di assistenza e prevenzione adeguati, mentre la diversa distribuzione territoriale degli abitanti rende necessario rivedere la programmazione delle infrastrutture e dei servizi essenziali. Per questo, ha detto Scarpetta, “bisogna investire sul capitale umano, valorizzando le competenze lungo tutto l’arco della vita”. Che ci si riesca, questo è tutto un altro discorso.
L’emergenza climatica “non è meno grave del Covid”
Il quarto segnale, forse il più trasversale, è quello della crisi climatica. Il Rapporto ASviS mostra ancora una volta come il surriscaldamento globale condizioni ogni sfera sociale, politica, economica e (naturalmente) ambientale.
L'Italia è particolarmente esposta da questo punto di vista. Secondo i dati Ispra riportati dall’ASviS, il 94,5% dei Comuni è a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. A questo si aggiunge la vulnerabilità alle temperature estreme: nel 2024 il Paese ha registrato oltre 19mila morti premature associate alle ondate di calore, su circa 62.700 rilevate nell'intera Unione europea.
Anche sul fronte della riduzione delle emissioni l’impegno italiano resta insufficiente. Le politiche e le misure attualmente previste a livello europeo dovrebbero consentire all'Italia di ridurre le emissioni di gas serra del 40,5% entro il 2030, una percentuale inferiore di 3,2 punti rispetto all'obiettivo Ue del 43,7%. Ma la verità è che i ritardi nella diffusione delle energie rinnovabili, nell'elettrificazione dei consumi e nella trasformazione del sistema energetico rendono difficile raggiungere persino questo risultato.
Anche su questo punto è intervenuto Mario Nava, che ha ricordato che “la transizione non può essere considerata sostenibile se produce nuove forme di esclusione”, esortando a includere sempre il fattore sociale all’interno dei processi di transizione verde. Nava ha inoltre sottolineato la gravità dell'emergenza climatica, invitando l’Unione Europea ad affrontarla con la stessa determinazione (anche sul piano del bilancio) che dimostrò di fronte alla pandemia, perché “non è un’emergenza meno grave del Covid”.
Come fare, quindi? Prima di tutto, secondo l’ASviS, bisogna preparare i territori a impatti che sono ormai inevitabili, attraverso politiche di adattamento, previsione e gestione del rischio. E, parallelamente, favorire la transizione verso le rinnovabili.
La musica, insomma, è sempre la stessa. Queste quattro sfere – giovani, tecnologia, demografia, clima – richiedono politiche di anticipazione, politiche che l’ASviS chiede da anni al governo di adottare, dotandosi di una governance anticipante strutturata e diffusa. Giovannini ha comunque sottolineato che alcune decisioni possono essere prese già prima del voto. Per quelle restanti, aspettiamo le elezioni del prossimo anno.