Un mondo sempre più a debito: quando gli interessi sottraggono risorse al futuro
Il debito pubblico mondiale ha raggiunto 111mila miliardi di dollari e potrebbe raggiungere il 100% del Pil nel 2029. Il costo degli interessi cresce e riduce le risorse per lo sviluppo. La sfida è conciliare stabilità finanziaria, investimenti e giustizia intergenerazionale.
Il debito sovrano è il denaro che uno Stato prende a prestito, per esempio emettendo titoli pubblici come i Btp, per finanziare le sue attività, impegnandosi a pagare interessi e a restituire il capitale. È uno strumento antico, ma oggi assume una dimensione nuova: riguarda la capacità dei Paesi di sostenere la crescita, proteggere i cittadini e affrontare rischi globali sempre più complessi.
Secondo il rapporto dell’ United nations conference on trade and development (Unctad A World of debt 2026, pubblicato il 7 ottobre, il debito pubblico mondiale è salito da circa 49mila miliardi di dollari nel 2010 a 111mila miliardi nel 2025, di cui 35mila miliardi nei Paesi in via di sviluppo. Negli ultimi due anni è passato da 97mila miliardi nel 2023 a 102mila nel 2024 e a 111mila nel 2025.

Il valore in dollari mostra la dimensione del fenomeno, non la sua sostenibilità. Per valutarla occorre rapportare il debito al Pil: il Fondo monetario internazionale stima un livello mondiale vicino al 94% del Pil nel 2025 e prevede che raggiunga il 100% nel 2029. In altre parole, il mondo nel suo complesso deve gestire un debito pari all’intera produzione annuale di beni e servizi.
Conta anche quanto costa finanziare il debito e quante risorse restano per i servizi e gli investimenti pubblici.
Un mondo sempre più indebitato
Indebitarsi non è necessariamente un problema: può servire a costruire infrastrutture e migliorare i servizi. Le difficoltà nascono quando il debito cresce più dell’economia o gli interessi sottraggono risorse ad altre priorità.
La crisi finanziaria del 2008 e la pandemia hanno accelerato l’indebitamento. La successiva ripresa e l’inflazione hanno temporaneamente ridotto il rapporto debito/Pil, senza risolvere gli squilibri di fondo. In molti Paesi, la spesa pubblica è aumentata più rapidamente delle entrate, mentre le esigenze sociali e ambientali sono diventate più pressanti.
Non siamo di fronte a un rimborso simultaneo di tutti i debiti né a una crisi mondiale inevitabile. Ma le scelte passate pesano sui bilanci di oggi.
Intanto crescono le esigenze di spesa: pensioni e sanità per una popolazione che invecchia, energia pulita, competenze digitali, protezione dai rischi climatici e difesa in un contesto geopolitico instabile.
Gli Stati devono quindi affrontare nuove sfide con margini finanziari spesso più stretti.

Il fenomeno coinvolge anche alcune tra le principali economie avanzate. Nel 2025 il debito pubblico lordo ha superato 124% del Pil negli Stati Uniti, il 116% in Francia e il 137% in Italia. Questo confronto evidenzia come l'elevato indebitamento rappresenti una sfida comune con conseguenze e margini di intervento profondamente differenti.
Il costo degli interessi e il muro dei rifinanziamenti
Per anni i tassi di interesse eccezionalmente bassi hanno reso meno oneroso indebitarsi. Dopo la ripresa dell’inflazione, i finanziamenti sono diventati più costosi. Quando un titolo scade, lo Stato spesso ne emette uno nuovo per rimborsarlo: se il tasso è maggiore, la spesa per interessi aumenta. Nei casi più difficili, maggiori interessi alimentano nuovi disavanzi e nuovo debito.
Secondo il Global debt report dell’Ocse, nel 2025 i Paesi membri hanno emesso circa 17mila miliardi di dollari di titoli sovrani: 13.500 miliardi, quasi l’80%, sono serviti a rifinanziare titoli in scadenza. Nel 2026 le emissioni lorde potrebbero sfiorare 18mila miliardi [3]. L’80% riguarda le emissioni, non la spesa pubblica: il dato misura soprattutto la dipendenza dalle condizioni dei mercati
È decisivo anche il confronto tra tassi e crescita: quando l’economia cresce più rapidamente del costo del debito, il suo peso relativo può ridursi; in caso contrario, stabilizzarlo diventa più difficile. È una dinamica che può cambiare rapidamente, soprattutto in presenza di shock energetici o geopolitici.
Le disuguaglianze del debito
Dietro il dato del debito mondiale ci sono forti disuguaglianze. Le economie avanzate, in genere, si finanziano su mercati più sviluppati e a condizioni migliori. Molti Paesi a basso e medio reddito pagano invece interessi più elevati e, se si indebitano in valuta estera, subiscono anche il rischio di cambio.
Secondo l’Unctad, nel 2025 i Paesi in via di sviluppo hanno pagato 995 miliardi di dollari di interessi netti sul debito pubblico, quasi tre volte il valore del 2010.
In 51 di questi Paesi, dove vivono 3,7 miliardi di persone, la spesa per interessi supera quella destinata alla sanità oppure all’istruzione. Non necessariamente entrambe: il dato resta comunque eloquente sullo spazio sottratto ai bisogni essenziali.
L’Unctad stima inoltre che condizioni di finanziamento analoghe a quelle dei Paesi avanzati farebbero risparmiare alle economie in via di sviluppo circa 500 miliardi di dollari l’anno.
La gravità della situazione ha suscitato anche un richiamo alla responsabilità internazionale. In occasione del Giubileo del 2025, Papa Francesco ha rilanciato l'appello a cancellare o ridurre significativamente il debito dei Paesi più poveri, riprendendo un tema già centrale nel Giubileo del 2000.
Il Pontefice ha richiamato anche il debito ecologico dei Paesi più ricchi verso quelli più poveri, che hanno contribuito meno al cambiamento climatico ma spesso ne subiscono le conseguenze più gravi. Una responsabilità che rende ancora più urgente evitare che il servizio del debito sottragga risorse alla lotta contro la povertà e agli investimenti per lo sviluppo sostenibile.
Nonostante la mobilitazione di organizzazioni religiose e della società civile, l'appello non si è tradotto in un programma internazionale generalizzato di cancellazione del debito. Resta così aperta una questione non soltanto finanziaria, ma di giustizia sociale, ambientale e intergenerazionale.
La trappola climatica e lo spiazzamento del futuro
Il rischio non è soltanto lasciare ai giovani troppo debito, ma un Paese nel quale non si è investito abbastanza. Come finanziare la transizione ecologica, la sicurezza e l’innovazione senza compromettere i conti pubblici?
La crisi climatica mostra bene il problema. I Paesi più esposti ad alluvioni, siccità e cicloni devono investire per proteggere territori e infrastrutture. Eppure proprio i danni climatici possono frenare la crescita, ridurre le entrate fiscali e rendere più caro il credito. Si innesca una trappola climatica: chi ha più bisogno di prevenzione spesso dispone di meno risorse.
Rinviare gli interventi fa risparmiare nell’immediato, ma può moltiplicare le perdite negli anni successivi. Anche il costo del non fare dovrebbe entrare nella valutazione delle politiche pubbliche.
C’è poi lo spiazzamento del futuro: quando gli interessi assorbono risorse crescenti, istruzione, ricerca, sanità e investimenti ambientali rischiano di passare in secondo piano. Per questo non conta solo quanto debito si contrae, ma che cosa si finanzia e quali risultati si ottengono.
Un investimento ben progettato può lasciare in eredità competenze, infrastrutture e un ambiente più sicuro. Una spesa inefficace lascia soprattutto obblighi da onorare. La differenza non è retorica: richiede scelte rigorose e verifiche dei risultati.
Giustizia intergenerazionale: quale eredità lasciamo?
Si dice spesso che saranno i giovani a pagare il debito di oggi. È vero solo in parte: erediteranno anche scuole, servizi, reti di trasporto, tecnologie e condizioni ambientali che avremo saputo creare o preservare.
Due Paesi con lo stesso debito possono lasciare prospettive molto diverse: uno con servizi efficienti e infrastrutture solide, l’altro con territori fragili e opportunità ridotte.
La giustizia intergenerazionale chiede dunque di guardare oltre i saldi annuali e valutare come costi e benefici delle decisioni si distribuiscano nel tempo.
La Valutazione di impatto generazionale (Vig) può aiutare a rispondere a domande concrete: chi beneficia di una misura, chi ne sostiene i costi e quali possibilità apre o chiude alle generazioni più giovani?
Non è un lasciapassare per aumentare il debito: è uno strumento per scegliere con maggiore consapevolezza. È anche lo spirito dell’Agenda 2030: tenere insieme sostenibilità economica, sociale e ambientale, senza sacrificare una dimensione alle altre.
Verso il 2030: tre possibili traiettorie del debito mondiale
Il futuro del debito mondiale non è già scritto. La previsione del Fmi di un debito pubblico mondiale pari al 100% del Pil nel 2029 non indica una soglia automatica di crisi. Verso il 2030 si possono immaginare tre possibili traiettorie. La differenza dipenderà dalle politiche economiche, dalla prevenzione dei rischi e dalla cooperazione internazionale.
- Crescita capace di rendere il debito più sostenibile. Investimenti produttivi, innovazione tecnologica, formazione e transizione ecologica possono contribuire ad aumentare la produttività e rafforzare le economie. Se accompagnati da politiche fiscali credibili e da condizioni finanziarie favorevoli, questi processi possono migliorare nel tempo il rapporto tra debito e Pil.
- Inerzia. Una crescita economica debole, associata a disavanzi persistenti e a una spesa crescente per interessi, rischia di ridurre progressivamente i margini di intervento degli Stati. Il debito non provoca necessariamente crisi improvvise, ma può diventare un vincolo sempre più stringente per le politiche pubbliche, limitando la capacità di rispondere ai bisogni sociali e di finanziare nuovi investimenti.
- Vulnerabilità crescente. Crisi climatiche, tensioni geopolitiche, shock energetici o finanziari potrebbero aggravare gli squilibri esistenti, aumentando i costi di finanziamento e accentuando le difficoltà dei Paesi già fortemente indebitati. Le conseguenze sarebbero particolarmente gravi per le economie in via di sviluppo.
Governare il debito significa scegliere il futuro
Il mondo dovrà convivere ancora a lungo con livelli elevati di debito pubblico. Per evitare che questo diventi un freno allo sviluppo, non basta contenere i disavanzi: occorre migliorare la qualità della spesa, sostenere la crescita e utilizzare le risorse disponibili dove possono produrre benefici duraturi. La sostenibilità dei conti pubblici e gli investimenti per il futuro devono procedere insieme.
Per molti Paesi in via di sviluppo, tuttavia, il problema va oltre le scelte dei singoli governi. Il costo elevato del credito e le difficoltà di accesso ai finanziamenti richiedono una risposta internazionale: più risorse a condizioni agevolate, un ruolo più incisivo delle banche multilaterali di sviluppo e procedure più rapide ed efficaci per ristrutturare i debiti insostenibili.
In questa prospettiva si inserisce la Borrowers' Platform, promossa dall'Unctad per favorire il coordinamento tra i Paesi debitori, rafforzarne la capacità negoziale e contribuire a un sistema finanziario internazionale più equilibrato.
La sfida, in definitiva, non è soltanto ridurre il peso del debito, ma impedire che questo sottragga risorse e opportunità alle generazioni future. Perché il vero bilancio delle scelte di oggi non sarà scritto soltanto nei conti pubblici, ma anche nella qualità del mondo che lasceremo a chi verrà dopo di noi.