I nuovi termini del problema “decrescita”: prosperità, limiti planetari ed equità tra le generazioni
La vera scelta non è tra far crescere l’economia e fermarla. La domanda è un’altra: che cosa deve crescere, a vantaggio di chi e senza compromettere le possibilità di chi verrà dopo di noi.
Se un’alluvione distrugge case, strade e ponti, la ricostruzione fa aumentare il prodotto interno lordo. Anche abbattere una foresta e vendere il legname accresce il Pil. La qualità dell’aria, il lavoro di cura svolto gratuitamente in famiglia, la sicurezza di un quartiere e il tempo dedicato alle relazioni, invece, non entrano, o entrano solo indirettamente, nel suo calcolo.
Il Pil misura il valore dei beni e dei servizi prodotti in un Paese. È indispensabile per capire come va l’economia, ma non è nato per misurare il benessere delle persone, la distribuzione del reddito o lo stato dell’ambiente. Perciò non basta a dirci se una società stia davvero progredendo. Da qui nasce il confronto: possiamo continuare a crescere riducendo il danno ambientale oppure, almeno nei Paesi ricchi, dobbiamo ridurre alcune produzioni e alcuni consumi?
Il legame tra crescita e ambiente
Per molto tempo crescita economica e aumento dei consumi sono andati di pari passo. Produrre di più ha significato usare più energia, materie prime, acqua e suolo e generare più emissioni, rifiuti e inquinamento. La crescita ha migliorato le condizioni di vita di milioni di persone, ma ha anche aumentato la pressione sugli ecosistemi.
Questo legame, però, può essere almeno in parte modificato. Energie rinnovabili, riciclo, edifici efficienti e tecnologie più pulite permettono di creare valore usando meno risorse e producendo meno emissioni. Gli economisti chiamano “disaccoppiamento” la separazione tra la crescita del Pil e quella dell’impatto ambientale. In parole semplici: l’economia cresce, mentre l’inquinamento e il consumo di risorse diminuiscono.
La promessa della crescita verde
I sostenitori della crescita verde ritengono che innovazione, investimenti e regole possano rendere compatibili sviluppo e tutela dell’ambiente. Nicholas Stern considera la transizione climatica non soltanto un costo, ma un’occasione per modernizzare l’economia e prevenire danni futuri molto più onerosi. Daron Acemoglu sottolinea che lo sviluppo tecnologico può essere orientato: se inquinare costa e la ricerca pulita viene sostenuta, imprese e investimenti si spostano verso soluzioni meno dannose.
Su questa linea si colloca John Burn-Murdoch, che nel giugno 2026, sul Financial Times, ha sostenuto che gli argomenti a favore della decrescita sono diventati meno convincenti. In diversi Paesi avanzati il Pil pro capite è aumentato, mentre le emissioni prodotte entro i confini nazionali sono diminuite. Inoltre, la crescita resta importante per ridurre la povertà, sostenere salari, welfare e investimenti. Un’economia ferma, infatti, non diventa automaticamente più giusta o più verde.
Questi risultati sono importanti, ma non chiudono la discussione. Dimostrano che è possibile ridurre alcuni impatti mentre l’economia cresce, non che la riduzione sia già abbastanza rapida e diffusa. Inoltre le emissioni nazionali raccontano solo una parte della storia. Se un bene consumato in Europa viene prodotto in Asia, l’inquinamento viene registrato nel Paese produttore, anche se nasce dalla domanda europea.
In Italia Marzio Galeotti, Alessandro Lanza, Carlo Carraro e Donato Berardi studiano, con approcci diversi, le politiche, gli investimenti e le innovazioni necessari per rendere la crescita meno dipendente dalle fonti fossili e dall’uso delle risorse.
La domanda decisiva: il danno diminuisce abbastanza in fretta?
Adottare un nuovo modello economico di “post-crescita”[1] non vorrà dire solo sopravvivere, ma anche prosperare. Ciò richiederà, attraverso una pianificazione democratica e in modo equo, il ridimensionamento dei livelli di produzione e di consumo (talvolta definito “decrescita”).
Gli studiosi della post-crescita e della decrescita non negano i progressi compiuti, ma si chiedono se siano sufficienti. Jason Hickel, Giorgos Kallis, Julia Steinberger e Timothée Parrique[2] distinguono tre casi.
- Disaccoppiamento relativo: l’impatto ambientale continua ad aumentare, ma più lentamente del Pil.
- Disaccoppiamento assoluto: il Pil cresce e l’impatto diminuisce.
- Sostenibilità effettiva: la diminuzione dell’impatto è abbastanza rapida e duratura da rispettare gli obiettivi climatici e i limiti del pianeta.
Un esempio aiuta a capire. Un’automobile nuova può consumare meno di una vecchia; ma se aumentano il numero delle auto, le loro dimensioni e i chilometri percorsi, il consumo totale può non diminuire. Una parte del risparmio ottenuto grazie alla maggiore efficienza viene così cancellata dall’aumento dei consumi. È il cosiddetto “effetto rimbalzo”.
L’Agenzia europea dell’ambiente riconosce che nell’Unione europea il Pil è cresciuto, mentre le emissioni di gas serra sono diminuite. Ma, se si considerano tutti gli effetti dei consumi europei — anche quelli prodotti all’estero — il miglioramento appare più limitato e ancora insufficiente a riportare l’economia entro i limiti ambientali. Non basta dunque che l’inquinamento diminuisca: deve diminuire con la velocità necessaria.
Un mondo più ricco, equo e con meno emissioni: lo scenario del Global justice project
Un rapporto immagina un percorso verso il 2100 che unisca prosperità, riduzione delle disuguaglianze e stabilità climatica entro i limiti del pianeta. Necessarie tre grandi trasformazioni.
Occorre guardare all’intera impronta dei nostri consumi, non soltanto alle emissioni. Produzione e consumi utilizzano anche acqua, suolo, minerali e biomassa e possono danneggiare la biodiversità. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2023 l’alimentazione generava il 49% dell’impatto dei consumi dell’Unione, l’abitazione il 18% e la mobilità il 17%.
Il Global Resources Outlook 2024 dell’Unep ricorda inoltre che, in cinquant’anni, l’estrazione mondiale di risorse è triplicata. I Paesi ricchi utilizzano una quantità di risorse sei volte superiore e generano impatti climatici dieci volte maggiori rispetto ai Paesi poveri. La maggiore efficienza, quindi, non ha ancora fermato l’aumento del prelievo globale di materiali.
Vivere bene entro i limiti del pianeta
Gli studi avviati da Johan Rockström hanno individuato nove grandi equilibri che mantengono stabile il sistema Terra. Riguardano, tra l’altro, il clima, la biodiversità, l’acqua e l’uso del suolo. Possiamo immaginarli come soglie di sicurezza: superarle non provoca un collasso immediato, ma aumenta il rischio di cambiamenti gravi e in parte irreversibili. Nel 2025 sette dei nove limiti risultavano oltrepassati.
Kate Raworth ha tradotto questa idea nell’immagine dell’“economia della ciambella”. Il bordo esterno rappresenta il tetto ecologico da non superare; quello interno la base sociale sotto la quale nessuno dovrebbe scendere: salute, casa, istruzione, reddito e diritti. Tra i due bordi si trova lo spazio nel quale è possibile soddisfare i bisogni di tutti senza danneggiare il pianeta.
Tim Jackson parla, in termini simili, di “prosperità senza crescita”. La prosperità non coincide soltanto con il possesso di più beni: significa vivere in salute e sicurezza, avere buone relazioni e svolgere un lavoro dignitoso. Nei Paesi poveri, dove mancano beni e servizi essenziali, la crescita materiale resta necessaria. Nelle economie ricche, invece, oltre una certa soglia nuovi consumi possono produrre benefici modesti e costi ambientali elevati.
Decrescita non significa recessione
Nel linguaggio comune, la parola decrescita fa pensare a imprese che chiudono, disoccupazione e impoverimento. Gli studiosi che la sostengono intendono però qualcosa di diverso: una riduzione programmata dell’uso di energia e materiali nei Paesi ricchi, accompagnata da una migliore distribuzione del reddito, servizi pubblici più forti e una diversa organizzazione del lavoro.
Serge Latouche, Giorgos Kallis, Jason Hickel e Timothée Parrique non propongono di ridurre tutte le attività: dovrebbero diminuire i settori ad alto impatto e di limitata utilità sociale, mentre potrebbero crescere energie rinnovabili, sanità, istruzione, assistenza e trasporto pubblico. In Italia questa riflessione è sviluppata, tra gli altri, da Mauro Bonaiuti, Federico Demaria, Giacomo D’Alisa e Barbara Muraca.
Restano, tuttavia, domande molto concrete. Pensioni, occupazione, entrate pubbliche e pagamento del debito sono stati organizzati immaginando economie in crescita. Non basta affermare che “meno è meglio”: bisogna spiegare come cambiare il sistema senza scaricare i costi sui lavoratori, sulle famiglie e sulle persone più fragili.
Una tabella riassuntiva
La stessa crescita non serve a tutti nello stesso modo
Il Global Justice Report 2026, coordinato da Lucas Chancel, Thomas Piketty e altri ricercatori del World Inequality Lab , aiuta a superare una contrapposizione troppo rigida. Non propone di fermare la crescita in tutto il mondo. Al contrario, considera necessario aumentare fortemente i redditi nei Paesi più poveri, limitando nello stesso tempo la crescita materiale delle economie ricche, riducendo le emissioni e redistribuendo maggiormente la ricchezza.
La ragione è intuitiva. Un aumento di reddito permette a una famiglia povera di accedere all’acqua, all’elettricità, alla scuola o alle cure. La stessa somma, destinata a chi possiede già molto, può tradursi in voli più frequenti, case più grandi o consumi energetici più elevati. La domanda non è quindi soltanto quanto cresca il Pil, ma dove avvenga la crescita, quali attività riguardi, chi ne tragga vantaggio e quale costo ambientale produca.
La crescita vista dalle generazioni future
L’equità tra le generazioni offre una possibile sintesi. Non sarebbe giusto imporre alle persone di oggi una stagnazione che aumenti povertà e disoccupazione. Ma non è giusto neppure sostenere il benessere presente trasferendo a chi verrà dopo di noi cambiamento climatico, ecosistemi degradati, debiti e disuguaglianze.
Le politiche dovrebbero quindi essere valutate non soltanto per l’effetto immediato sul Pil, ma anche per ciò che lasciano nel tempo: infrastrutture efficienti o territori fragili, competenze o povertà educativa, ecosistemi rigenerati o danni irreversibili, debito sostenibile o spese prive di benefici duraturi.
Da questo punto di vista, alcune attività devono crescere rapidamente: ricerca, istruzione, prevenzione sanitaria, cura, energie rinnovabili, mobilità collettiva, economia circolare e tutela degli ecosistemi. Altre devono diminuire: uso dei combustibili fossili, spreco di risorse, consumo di suolo e produzioni che provocano costi ambientali e sociali superiori ai benefici.
La scelta decisiva non è dunque tra crescita e decrescita considerate come formule astratte. È tra un’economia che aumenta indistintamente la quantità di ciò che produce e uno sviluppo capace di migliorare la vita delle persone senza ridurre le possibilità di chi verrà dopo di noi. Il Pil continuerà a dirci quanto produce l’economia. Per capire se stiamo costruendo un futuro desiderabile, dovremo misurare anche chi beneficia della crescita, quanto diminuisce il danno ambientale e quale patrimonio lasciamo alle generazioni future.
[1] La post-crescita non stabilisce in anticipo se il Pil debba aumentare o diminuire: propone di non considerarlo più l’obiettivo principale e di perseguire il benessere entro i limiti planetari.
[2] Tra i massimi esponenti ed economisti ecologici di riferimento a livello internazionale sul tema della decrescita (degrowth) e dell'economia post-crescita.
Copertina: Curated Lifestyle/unsplash