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Demenze, la sfida non è più soltanto trovare una cura

Prevenzione, diagnosi precoce, intelligenza artificiale e nuovi farmaci: la ricerca apre prospettive impensabili fino a pochi anni fa. Ma serve costruire anche un nuovo modello di assistenza.

martedì 28 luglio 2026
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La demenza è davvero il prezzo inevitabile della longevità? Possiamo ridurne il rischio? E come cambierà la vita delle persone che ne saranno colpite nei prossimi decenni?

Sono domande che fino a pochi anni fa avrebbero avuto risposte molto diverse da quelle che darebbero oggi neurologi ed epidemiologi. Per molto tempo la demenza è stata raccontata soprattutto come una conseguenza dell'invecchiamento e la ricerca si è concentrata quasi esclusivamente sulle cure. Oggi il paradigma sta cambiando: l'obiettivo è prevenire, individuare la malattia quando ancora non dà sintomi, rallentarne la progressione quando possibile e aiutare le persone a convivere più a lungo con una buona qualità di vita.

I numeri continuano a crescere, è vero. Secondo il rapporto The Prevalence of Dementia in Europe 2025, pubblicato da Alzheimer Europe, oggi nel nostro Paese convivono con una forma di demenza oltre 1,43 milioni di persone. Entro il 2050 potrebbero diventare circa 2,2 milioni, un aumento del 54%, che farebbe dell'Italia il Paese dell'Unione europea con la più alta incidenza rispetto alla popolazione. E, a livello globale, circa tre persone su quattro convivono con la malattia senza una diagnosi.

Ma il rischio individuale di sviluppare queste patologie, almeno nei Paesi ad alto reddito, sta diminuendo. Parte da qui un recente approfondimento dell'Economist. Analizzando gli studi epidemiologici più recenti, il settimanale britannico racconta come negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei oggi una persona di 85 anni abbia molte meno probabilità di sviluppare una demenza rispetto a un coetaneo di 40 anni fa. Negli Usa, per esempio, tra gli 85 e gli 89 anni si è passati da circa tre casi ogni dieci persone negli anni Ottanta a uno ogni dieci nel 2024. Una tendenza osservata anche in numerose ricerche condotte seguendo per molti anni gruppi di popolazione in Europa e in Giappone, tanto da spingere i ricercatori a rivedere le previsioni formulate negli ultimi decenni.

Prevenire la demenza

Che cosa c’è dietro questo cambiamento? Secondo la Commissione Lancet, che nel 2024 ha pubblicato il suo ultimo aggiornamento, la risposta sta anche nei progressi compiuti nella prevenzione lungo tutto l’arco della vita. Oggi sappiamo che intervenire sui principali fattori di rischio può ritardare o, in molti casi, evitare l’insorgenza della malattia. Non solo pressione alta, diabete o fumo, ma anche perdita dell'udito, vista, isolamento sociale e, tra le novità introdotte nell'ultimo aggiornamento, il colesterolo Ldl e i deficit visivi non trattati.

Intanto lo scorso 22 luglio, Giornata mondiale del cervello, la Federazione mondiale di neurologia ha ricordato che molte patologie della mente potrebbero essere prevenute o gestite meglio con diagnosi precoci, interventi sui fattori di rischio e servizi territoriali più accessibili.

Arrivare prima

Se la prevenzione è il primo fronte, il secondo è la diagnosi precoce. I biomarcatori ematici stanno dando grande impulso alla ricerca sull'Alzheimer, la più diffusa forma di demenza. In futuro un semplice prelievo di sangue potrebbe sostituire, almeno in molti casi, esami più invasivi e costosi come la puntura lombare o la Pet. La ricerca sta facendo passi avanti anche nella capacità di distinguere le diverse forme di demenza: uno studio pubblicato quest'anno su Nature Aging ha identificato un pannello di 21 biomarcatori in grado di differenziare Alzheimer, demenza a corpi di Lewy e demenza frontotemporale, mentre un'altra ricerca ha dimostrato che questi indicatori mantengono il loro valore predittivo anche negli over 80 con lieve deterioramento cognitivo.

Ma perché è così importante anticipare la diagnosi? Perché sapere prima potrebbe anche voler dire poter intervenire. “Terapia e diagnosi si stanno giustamente muovendo in parallelo”, ha osservato in un recente webinar Massimo Filippi, neurologo dell'Università Vita-Salute San Raffaele. “Abbiamo due test plasmatici che hanno appena ottenuto il marchio CE e possono quindi entrare nella pratica clinica: finora erano utilizzati quasi esclusivamente nella ricerca”.

Lecanemab e Donanemab, i primi anticorpi monoclonali approvati dall'Agenzia europea per i medicinali (Ema), hanno inaugurato una stagione inedita nella ricerca sull'Alzheimer. Non una cura definitiva, ma il primo tentativo di modificare il decorso della malattia. La strada, però, resta complessa. Questo mese, infatti, l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha deciso di non rimborsare i due farmaci, giudicando il beneficio clinico "modesto" rispetto ai rischi e ai costi organizzativi richiesti per identificare e monitorare i pazienti. La ricerca, però, continua ad accelerare. Secondo New Scientist, attualmente sono in corso oltre 100 studi clinici su nuovi farmaci contro la demenza, in diverse fasi di sviluppo.

Intanto l'intelligenza artificiale sta già mostrando il suo potenziale nella previsione del declino cognitivo. All'Università di Cambridge un gruppo di ricerca guidato da Zoe Kourtzi ha sviluppato un modello di machine learning capace di stimare se e con quale velocità una persona con lievi disturbi della memoria evolverà verso l'Alzheimer. Si moltiplicano anche le tecnologie che consentono di osservare il cervello con strumenti sempre meno invasivi. Un esempio è SNaP, la nanobiotecnologia sviluppata dal Cnr e dalla Scuola Normale Superiore di Pisa, che permette di analizzare nei neuroni vivi i microRNA (molecole sempre più studiate come possibili biomarcatori) senza danneggiare le cellule, seguendone l'evoluzione nel tempo. L'obiettivo, ancora una volta, è arrivare prima: comprendere cosa accade nel cervello anni prima che compaiano i sintomi e costruire interventi sempre più personalizzati.

C’è di più: l'AI potrebbe cambiare anche il modo in cui ci si prende cura delle persone con demenza. In Italia il progetto Daisi&Ron, coordinato dall'Università di Torino, sta sperimentando Teo, un robot per l’assistenza che integra sensori, AI e realtà virtuale per monitorare le funzioni cognitive, proporre esercizi personalizzati e aiutare caregiver e operatori a cogliere precocemente eventuali segnali di peggioramento. “Robot come Teo non sostituiscono i caregiver”, ha sottolineato il neuroscienziato Alessandro Vercelli, “ma possono offrire un supporto concreto alle famiglie e contribuire a individuare tempestivamente i campanelli d'allarme”.

Dietro questa corsa alla diagnosi precoce c'è anche un’altra ragione: il tempo. L'analisi più ampia realizzata finora sul tema, pubblicata sul BMJ e basata sui dati di oltre 5,5 milioni di persone, mostra che l'aspettativa di vita dopo la diagnosi varia mediamente da circa sei-otto anni nelle persone più giovani a poco più di due-quattro anni dopo gli 85 anni, con differenze legate al sesso e al tipo di demenza. Lo studio mostra inoltre che oltre la metà dei pazienti viene trasferita in una struttura residenziale entro cinque anni dalla diagnosi e che circa un terzo del tempo restante viene trascorso in assistenza a lungo termine. Una diagnosi tempestiva, quindi, significa anche dare alle persone e alle loro famiglie più tempo per pianificare il percorso assistenziale.

Curare non basta

Per quanto promettenti siano i progressi della ricerca, dai biomarcatori all'intelligenza artificiale fino ai primi farmaci capaci di rallentare la progressione della malattia, da soli non basteranno. Il cambiamento riguarda anche il modo stesso di intendere la cura, di permettere alle persone di vivere meglio, e più a lungo, con la malattia.

Ma siamo pronti a questo cambiamento? Il nuovo Atlante della malattia di Alzheimer (Ad Atlas) dell'Alzheimer's disease international mostra che solo un Paese su quattro dispone di un piano nazionale sulla demenza pienamente finanziato. Un ritardo che rischia di pesare ancora di più proprio ora che la diagnosi precoce sta assumendo un valore clinico sempre maggiore.

Le nuove linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità, pubblicate pochi giorni fa, aggiornano per la prima volta dal 2019 le raccomandazioni per ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. “Sappiamo oggi più che mai cosa determina il rischio di demenza e queste linee guida trasformano questa conoscenza in azione”, ha dichiarato il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, sottolineando come i Paesi dispongano finalmente di indicazioni basate sulle prove per proteggere la salute cognitiva della popolazione.

Il progressivo invecchiamento della popolazione impone di ripensare l'assistenza nel suo complesso. Il World Alzheimer report 2025 dedica per la prima volta un'attenzione particolare alla riabilitazione: programmi personalizzati di stimolazione cognitiva, attività fisica, supporto psicologico e assistenza multidisciplinare possono contribuire a mantenere più a lungo autonomia, relazioni sociali e qualità della vita, ritardando anche il ricorso alle strutture residenziali.

È la stessa prospettiva indicata dall'Organizzazione mondiale della sanità nel Decennio delle Nazioni Unite per l'invecchiamento sano (2021-2030): non soltanto vivere più a lungo, ma creare comunità in cui le persone possano continuare a fare ciò che per loro è importante anche quando le capacità fisiche o cognitive iniziano a ridursi. Significa ripensare le città, rafforzare l'assistenza territoriale, sostenere i caregiver e sviluppare servizi di assistenza sempre più integrati. Il messaggio è chiaro: piccoli passi costanti possono ridurre in modo significativo il rischio.

 

Copertina: Unsplash