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Il futuro delle lingue tra evoluzione demografica, preservazione e intelligenza artificiale

Nel 2050 mandarino, inglese, spagnolo e hindi domineranno il panorama globale. Ma il lavoro di rivitalizzazione delle lingue locali sta dando i suoi frutti. L’AI potrebbe conservare gli idiomi o ridurli drasticamente. Cambia il ruolo di traduttori e interpreti.

martedì 5 maggio 2026
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Proprio come accade per la biodiversità, delle circa 7mila lingue parlate oggi nel mondo quasi la metà è considerata a rischio estinzione. Nel 2015 i tassi di perdita corrispondevano a un idioma scomparso ogni tre mesi, stima che nel 2019 è arrivata a una lingua ogni 40 giorni. Le previsioni più pessimistiche suggeriscono che il 90% delle lingue potrebbe morire entro un secolo. I fattori sono molti – si va dalle influenze economiche a quelle culturali, dai movimenti demografici all’introduzione dell’intelligenza artificiale – ma prima di capire quali lingue perderemo (e se saranno veramente così tante) è interessante capire quali tra queste sopravvivranno.

Come parleremo in futuro

Secondo vari studi, nel 2050 il panorama linguistico globale potrebbe rispecchiare, almeno in parte, quello odierno. Saranno quattro le lingue che il mondo utilizzerà per comunicare: mandarino cinese, inglese, spagnolo e hindi. Ognuna però ha delle caratteristiche intrinseche che potrebbero cambiare le carte in tavola.  

Il mandarino, conosciuto in Cina come Putonghua (“lingua comune”), è la lingua ufficiale della Repubblica Popolare Cinese e di Taiwan. Si basa sul dialetto di Pechino, viene utilizzato nell’ambito di istruzione, media, relazioni pubbliche, e serve come lingua franca tra i vari gruppi dialettali del Paese. Secondo gli esperti, nel 2050 il mandarino manterrà probabilmente la sua posizione di lingua madre predominante, con una previsione di quasi 1,2 miliardi di parlanti. Dato però che questa lingua viene parlata principalmente all’interno dei confini nazionali, l’evoluzione demografica della Cina rappresenta un vincolo fondamentale alla sua espansione. L’invecchiamento della popolazione e il calo dei tassi di natalità limiteranno la crescita a circa il 27% entro il 2050 (un dato modesto rispetto ad altre lingue). Questa previsione, unita all'eredità demografica della politica del figlio unico, pone un forte limite al predominio numerico del mandarino.

C’è anche da dire che la classe media cinese (400 milioni di persone) studia attualmente l’inglese, soprattutto per garantire ai propri figli un’integrazione globale. E questo dato, aggiunto al fatto che i caratteri cinesi risultano abbastanza complessi da insegnare e imparare (al contrario della relativa facilità delle lingue romanze) rendono il mandarino cinese una lingua paradossalmente molto parlata ma poco diffusa.

L’inglese registrerà invece una crescita del 44%, raggiungendo oltre 534 milioni di madrelingua entro il 2050 e mantenendo il suo ruolo di lingua franca globale. Il vantaggio di questo idioma deriva da “un’inerzia istituzionale”: il commercio internazionale, l’editoria accademica, la ricerca scientifica e la comunicazione diplomatica avvengono principalmente in inglese, generando un circolo virtuoso in cui la lingua sopravvive perché è diventata essenziale per la comunicazione globale. L’ingegnere francese Jean-Paul Nerrière la definì nel 1991 “globish”, la zona franca linguistica che influenza tutto il mondo. Il fatto è che così neutra, questa lingua, non è.

La diffusione dell’inglese sta infatti producendo secondo molti una “omogeneità cognitiva”: le figure verbali, costruzioni sintattiche, battute costruite tramite la grammatica inglese stanno prendendo il posto di quelle nazionali o locali (quante volte vi è capitato di ricordare un termine in inglese e faticare a ricordare il corrispettivo italiano?), producendo un immaginario globalizzato e filtrato attraverso un’identità linguistica estera. Sono nati anche vari movimenti di reazione all’egemonia dell’inglese – che nelle relazioni ufficiali favorisce sempre le persone madrelingua – come l’esperanto, la lingua universale che non è mai riuscita ad attecchire come idioma condiviso delle relazioni internazionali, ma è comunque parlata attualmente da circa due milioni di persone.

L’inglese è anche la lingua utilizzata dal mondo economico e tecnologico. Tutti i principali ruoli e programmi aziendali, così come i linguaggi di programmazione, le interfacce software e le piattaforme digitali utilizzano prevalentemente l'inglese. Lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e dell'apprendimento automatico avviene principalmente in ambienti anglofoni, generando (come vedremo) un bias di traduzione per le lingue non occidentali. Infine, l’inglese mantiene il suo predominio anche per la sua ampia distribuzione geografica, essendo la lingua ufficiale di grandi economie come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e India.

Lo spagnolo, secondo le previsioni di metà secolo, sarà invece la lingua con la crescita più significativa – 677 milioni di madrelingua entro metà secolo, con aumento del 44%. Per quale motivo? Intanto, nelle regioni ispanofone (come l’America Latina, eccezion fatta per il Brasile, dove si parla portoghese) i tassi di natalità rimangono elevati. Ne è una dimostrazione il fatto che nel 2019 la popolazione ispanica degli Stati Uniti ha raggiunto i 60,6 milioni di persone, rappresentando il 18% della popolazione totale e consolidando lo spagnolo come seconda lingua di fatto in America. Questa crescita demografica accelererà fino al 2050, modificando radicalmente il panorama linguistico americano.

C’è poi un discorso di risonanza culturale. Il successo di artisti come Bad Bunny, J Balvin e Karol G dimostra la floridezza dello spagnolo (la musica latina rappresenta il 27% di tutto l'ascolto mondiale, segnando una crescita del 2.500% in dieci anni). Stesso discorso vale per la serialità televisiva: produzioni di successo come La casa di carta, Élite e Che fine ha fatto Sara? hanno diffuso e normalizzato il consumo di media in lingua spagnola.

Un caso a parte vale per l’hindi. Entro il 2050, il numero di persone madrelingua hindi raggiungerà i 429 milioni grazie alla crescita demografica dell'India, la nazione più popolosa al mondo. Tuttavia, un po’ come per il mandarino, ci sono una serie di ostacoli interni che ne potrebbero rallentare lo sviluppo. La diversità linguistica indiana potrebbe generare un effetto boomerang: lingue regionali come il bengalese, il telugu, il tamil e il marathi mantengono una forte egemonia a livello locale, e minano la diffusione dell’hindi sul piano interno. L’espansione economica e la diaspora indiana rendono comunque l’hindi una lingua fondamentale per intavolare rapporti commerciali e culturali, anche se il radicamento dell’inglese nei settori dell’alta professionalità indiana, eco del passato coloniale, potrebbe ostacolare questo processo.

Attualmente, questa classifica vede dal quinto posto in giù arabo (parlato da 274 milioni di persone), portoghese (232 milioni) e bengalese (229 milioni), ma entro metà secolo potrebbe avvenire un doppio sorpasso. Secondo le previsioni infatti sia portoghese sia bengalese supereranno l’arabo a livello numerico, raggiungendo rispettivamente i 319 milioni e 231 milioni di parlanti, mentre l’arabo vedrà una contrazione che lo porterà a quota 202 milioni.

Come salvare un idioma

Se ci saranno in futuro quattro lingue in salute ce ne saranno molte altre che rischieranno di estinguersi. Già nel 1991 i ricercatori della Linguistic society of America si riunirono per interrogarsi sulla pericolosa crisi che incombeva sugli idiomi di tutto il mondo. Il linguista americano Michael Krauss nel 1992 affermò che alla fine del 21esimo secolo il 90% delle lingue sarebbe scomparso, anche se questa previsione sembra a oggi troppo catastrofica.

Una spiegazione a questo proposito è stata fornita dal linguista Salikoko Mufwene, che evidenzia il nesso tra perdita del patrimonio linguistico e colonialismo. Secondo Mufwene, infatti, Krauss realizzò le sue stime a partire dal declino linguistico osservato in Australia e nelle Americhe, dove nei secoli è stato praticato un cosiddetto “colonialismo di insediamento”. A differenza del colonialismo commerciale e di sfruttamento (il caso per esempio dell’Africa subsahariana), quello di insediamento si caratterizza per l’integrazione (spesso forzata) con la popolazione locale e ha un effetto più ramificato, producendo gradualmente “il monolinguismo locale e regionale, favorendo la lingua della nazione colonizzatrice”. Ma questo tipo di colonialismo è andato con gli anni a scemare, mentre sono stati registrati molti sforzi che tendono a rivitalizzare le lingue autoctone.

Un esempio relativamente recente è l’irlandese, conosciuto all’estero come “gaelico irlandese” per distinguerlo da quello scozzese. Un secolo fa solo il 18% della popolazione del Paese parlava irlandese, e l'Unesco la dichiarò “lingua a rischio di estinzione”. Eppure oggi 1,8 milioni di persone in Irlanda (circa il 40% della popolazione) affermano di saper parlare la lingua, un incremento del 71% rispetto al 1991. Nell'Irlanda del Nord l’irlandese ha superato il francese come seconda lingua non inglese più popolare (dopo lo spagnolo), e quasi la metà degli studenti delle scuole superiori lo studia, rispetto a meno di un terzo nel 2005.

I fattori di questa inversione di tendenza sono molti. Prima di tutto l’istruzione: il sistema scolastico ha dato via via più importanza alle valutazioni finali orali, prediligendo l’uso della lingua irlandese rispetto a quella inglese. Ma c’è anche un fattore di costume. L’attore irlandese Cillian Murphy, durante il discorso pronunciato per la vittoria dell’Oscar nel 2024, ha dichiarato di essere “un orgoglioso irlandese”, pronunciando un breve ringraziamento in gaelico. Paul Mescal, un altro attore irlandese, usa spesso la lingua del suo Paese natale per i discorsi pubblici. Anche la filmografia e la musica irlandese stanno ricevendo riconoscimenti a livello globale, dal film An Cailin Ciuin (The Quiet Girl), candidato agli Oscar nel 2023, al gruppo hip-hop Kneecap, che ha fatto della rivendicazione linguistica il suo tratto distintivo. Per non parlare della folta schiera di influencer che sui social stanno spingendo per un’adozione della lingua tra i giovani.

Questa inversione di tendenza ha anche radici politiche. Catherine Connolly, presidente della Repubblica d’Irlanda dal 2025, ha dichiarato che avrebbe esteso l'uso dell'irlandese oltre i saluti cerimoniali, rendendola la lingua di lavoro ufficiale dell'ufficio presidenziale. Il governo ha fissato una quota del 20% di assunzioni di persone madrelingua nel settore pubblico entro il 2030, mentre nell’Irlanda del Nord è stato rimosso il divieto secolare (in vigore da 300 anni) di parlare irlandese nelle aule di tribunale. E negli ultimi anni l’irlandese è diventato a tutti gli effetti una lingua ufficiale dei processi decisionali dell’Unione europea.

In questo panorama, però, non c’è solo l’Irlanda. Un caso storico è il catalano, idioma autoctono della Catalogna che è stato tenuto in vita, ed è stato motore a sua volta, delle battaglie indipendentiste del territorio. Anche l’ebraico, utilizzato per millenni principalmente nelle preghiere, è tornato di uso comune: una scelta politica nata con il sionismo già dalla fine del 19esimo secolo e confermata con la nascita dello Stato di Israele, che ne ha fatto la propria lingua ufficiale.

Cruciale anche il lavoro di molti attivisti che stanno lottando per mantenere viva la propria lingua. L’utilizzo di enciclopedie virtuali come Wikitongues è fondamentale per salvaguardare idiomi che hanno una prevalenza orale. Ma anche i molti video musicali su YouTube che registrano le canzoni tradizionali sono utili a preservare le lingue meno diffuse e trasmetterle alle nuove generazioni, fornendo un’alternativa a prodotti culturali sempre più omogenei.

Ci sono anche fattori culturali che affondano le loro radici nel passato. L’Angika, ad esempio, è una lingua parlata nello stato indiano del Bihar da oltre sette milioni di persone. Questo idioma non viene insegnato a scuola e utilizzato raramente per le comunicazioni scritte, un aspetto che contribuisce alla sua vulnerabilità. Amrit Sufi, attivista che si batte per preservare l’uso dell’Angika, sottolinea che molte persone evitano di parlare questa lingua per paura dello stigma, perché considerata una lingua inferiore rispetto all’Hindi. E l’unica soluzione per preservarla è la rimozione dei pregiudizi attraverso uno strutturato sforzo collettivo.

Per quanto riguarda l’aspetto nostrano, i dialetti italiani, caduti a lungo in disuso a causa dello stigma culturale, stanno vivendo una nuova fase di consolidamento (nelle canzoni, film, serie tv, così come nel parlato), usati in vari contesti con funzioni anche ludiche e identitarie, un fenomeno che però non basta a invertire un trend negativo lungo quarant’anni e che prosegue tutt’oggi.   

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

La sopravvivenza o meno delle lingue dipenderà anche dall’utilizzo che faremo dell’AI. Oggi possiamo tradurre la gran parte dei testi degli idiomi più diffusi a livello globale con il supporto dell’intelligenza artificiale, e rispetto agli strumenti di traduzione passati il risultato è migliore (anche se le difficoltà restano molte). La domanda quindi è: perché imparare una nuova lingua se qualcuno può tradurla al posto nostro?

“Credo che gli ultimi anni di sviluppo dell'intelligenza artificiale ci abbiano davvero permesso di creare modelli che non solo sono capaci di tradurre, ma anche di comprendere profondamente la lingua e di scrivere in un modo che appare molto umano”, ha spiegato a Sky Tg24Jarek Kutylowski, Ceo e fondatore della piattaforma di traduzione DeepL. “Sono un grande sostenitore del modo in cui la tecnologia può facilitare la comunicazione e ritengo che l'intelligenza artificiale svolga già un ruolo significativo, anzi straordinario, nelle nostre interazioni. Tuttavia, sono anche un forte sostenitore dell'apprendimento delle lingue. La comprensione culturale che ne deriva, la capacità di parlare direttamente nella lingua dell'altro e la connessione umana che questo comporta fanno una grande differenza”.

L’introduzione dell’AI ha cambiato anche le regole del gioco per interpreti e traduttori. Per quanto riguarda il lavoro da interprete, in molti sostengono che l’intelligenza artificiale potrebbe essere d’aiuto. Trasformare la lingua orale in formato scritto con precisione e velocità, evidenziando cifre, numeri, sigle, è un grosso strumento di supporto. All’orizzonte si staglia però anche la possibilità di tradurre i dialoghi in simultanea, bypassando il ruolo degli interpreti stessi. La traduzione istantanea di Apple, diffusa sugli ultimi iPhone ma ancora in fase di rodaggio, permette di tradurre in tempo reale i dialoghi tra due persone che parlano lingue diverse, purché dotate entrambe di AirPods. 

Tradurre però non vuol dire solo volgere una parola da un idioma a un altro, ma “trasferire, far passare attraverso, oltre” – dal latino traducĕre, composto da “trans” (“oltre”, “al di là”) e ducĕre (“condurre”, “portare”) – per adattare un vocabolo al contesto geografico, storico, culturale in cui viene trasferito, tenendo conto della storia che quel vocabolo porta con sé. “Accanto a una base grammaticale di acquisizione, di apprendimento del linguaggio, ci vuole sempre la cultura”, ha detto a SkyTg24 Giovanna Rocca, preside della facoltà di Interpretariato e traduzione dell'Università Iulm. “Questa è la grande novità dell'apprendimento linguistico odierno. La qualità della traduzione non si ha dalle macchine, si ha dall'intervento umano, in grado di capire, correggere e intervenire sugli errori che non sono certo sintattici, ma che possono essere sfumature semantiche”.

L’AI può allo stesso tempo salvare le lingue a rischio di estinzione o condannarle. NightOwl AI è una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale nata per preservare le lingue e offrire traduzioni in tempo reale, fornendo anche la descrizione del contesto culturale in cui gli idiomi sono nati, oltre a strumenti di apprendimento interattivo per preservare la lingua stessa.

Ma i chatbot potrebbero anche ridurre il numero di lingue parlate. Le risposte delle AI in inglese, cinese, tedesco, russo, francese, arabo sono ben strutturate perché si basano sull’analisi di un gran numero di testi digitalizzati nelle lingue stesse. Ma se una persona cercasse una risposta in telugu – idioma dell’India centro-meridionale parlata da 96 milioni di persone, il corrispettivo delle popolazioni di Italia, Belgio, Austria, Portogallo e Croazia messe insieme – riscontrerebbe molti più problemi. Dato che questo aspetto potrebbe portare a un’ulteriore marginalizzazione delle lingue a rischio di estinzione, Paesi come l’India stanno sviluppando modelli di AI autonomi. Uno di questi è Bhashini – dal sanscrito “bhasha”, che significa “linguaggio” – che ha l’obiettivo di comprendere, elaborare e produrre testi in decine di lingue indiane.

E il ruolo dei traduttori? A detta di Alexeï Grinbaum, fisico e filosofo esperto di etica digitale intervistato da Avvenire, cambierà sicuramente. “Non scompariranno del tutto, ma saranno meno numerosi e il lavoro cambierà”. Secondo Grinbaum, infatti, le traduzioni tecniche saranno probabilmente affidate sempre di più all’intelligenza artificiale, e il ruolo dell’essere umano sarà quello di “autenticare” i risultati, attestando che le traduzioni siano corrette e sensate. Ma quando ci si sposta sul piano letterario il discorso cambia. “Pensiamo alla poesia, che non è solo un insieme di parole in una lingua, ma ha un metro estetico. Per questo abbiamo bisogno di traduttori di poesia umani, perché le macchine non sanno cosa sia bello o meno. […] I traduttori di letteratura, di poesia, non scompariranno affatto, perché le macchine possono produrre solo poeti mediocri”.

Copertina: Drew Beamer/unsplash