Le insidie nella corsa alle materie prime: la transizione ecologica passa da qui

Gli esperti avvertono che per raggiungere gli obiettivi climatici occorrono enormi disponibilità di minerali. Già oggi le forniture sono insufficienti, scatenando grandi problemi geopolitici con la Cina come elemento chiave.

di Andrea De Tommasi 

All’ingresso del paese un monumento al muratore e alla “taissina” (cernitrice di minerale) preannuncia il punto di forza di Gorno, un centro di quasi millecinquecento anime in provincia di Bergamo: l’attività delle miniere, situate intorno all’area di Costa Jels e Casa Conti. Il passato e la tradizione culturale di Gorno sono strettamente legati al patrimonio minerario, che ha unito le generazioni dei “minadur” (minatori) a quella dei “galecc” (ragazzi addetti al trasporto a spalla di materiale). Nel cuore di questo territorio della Val del Riso, secondo quanto riporta l’azienda australiana Alta Zinc, potrebbe nascondersi ancora oggi un robusto giacimento di zinco e piombo. “Il nostro obiettivo è trasformare Gorno in una delle miniere di metalli di base più pulite e più rispettose dell'ambiente che entreranno in funzione in Europa”, hanno fatto sapere i vertici di Alta Zinc, che per un progetto di telerilevamento tramite laser nel comune lombardo ha ricevuto un sostegno finanziario dall’Unione europea. Nella transizione ecologica e digitale, l’Europa mira infatti a rafforzare il mercato interno e rendersi sempre meno dipendente dalle importazioni, specialmente di materie prime.

Forniture insufficienti

Proprio ai minerali necessari a rendere operativa la transizione ecologica è dedicato l’ultimo rapporto pubblicato a maggio dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea). Nella presentazione dello studio, il direttore dell’agenzia Fatih Birol ha lanciato un monito: per raggiungere gli obiettivi di zero emissioni nei prossimi decenni, la domanda di minerali cosiddetti “critici”, ossia di grande rilevanza per un’industria, aumenterà man mano che la transizione ecologica verrà messa in atto. Per il solo settore energetico la domanda di minerali potrebbe crescere di sei volte entro il 2040, mentre forniture insufficienti rischierebbero di ritardare la transizione e farne lievitare i costi. “Un sistema energetico alimentato da tecnologie per l’energia pulita differisce profondamente da un sistema alimentato dalle tradizionali risorse degli idrocarburi” scrivono in apertura gli autori dello studio. “Un’auto elettrica necessita di una quantità di minerali sei volte superiore a un’auto convenzionale, una centrale eolica onshore ha bisogno di nove volte le risorse minerarie di una centrale a gas”.

Oltre l’80% di tutta la nuova capacità elettrica aggiunta nel 2020 era rinnovabile, facendo registrare un incremento consistente per il secondo anno consecutivo. Di conseguenza è aumentato anche l’impiego di minerali: basti pensare che dal 2010 la quantità di minerali necessaria a un’unità di generazione di energia è già salita del 50%. Naturalmente tecnologie diverse necessitano di diversi materiali. Litio, nickel, cobalto, manganese e grafite sono cruciali per le batterie. Gli elementi delle cosiddette “terre rare” (un pacchetto di 15 elementi “lantanoidi”, più scandio e ittrio) sono essenziali per i magneti, per le turbine eoliche e per i motori elettrici. Mentre le reti elettriche necessitano di una grande quantità di rame e alluminio.

A oggi la maggior parte del litio estratto è già destinato al trasporto elettrico e alle batterie e si stima che entro il 2040 anche la maggior parte del nickel sarà destinata al medesimo settore. In uno scenario in cui gli obiettivi climatici degli accordi di Parigi vengono raggiunti, secondo il rapporto della Iea, alle tecnologie che generano energia pulita sarà destinato il 40% di tutto il rame e di tutte le terre rare estratti nel mondo, il 60% o 70% del nickel e del cobalto e quasi il 90% di tutto il litio. Complessivamente, il Rapporto stima che entro il 2040 la domanda di minerali crescerà di quattro volte, ed entro il 2050, nello scenario auspicato dagli accordi di Parigi, di ben sei volte.

All’interno di questa complessiva crescita della domanda, alcuni minerali verranno richiesti in maniera sproporzionatamente maggiore di altri. Il settore dei veicoli elettrici e dei sistemi di accumulo entro il 2040, in uno scenario di raggiunta sostenibilità, chiederanno 30 volte più minerali di quanto fanno oggi: “il litio vede la crescita maggiore, con una domanda che cresce di 40 volte nel 2040, seguito da grafite, cobalto e nickel che cresceranno di circa 20-25 volte”, si legge nel Rapporto. Materiali come il rame vengono a oggi già estratti molto più del litio, ma per l’espansione delle reti elettriche è previsto che anche la domanda di rame raddoppierà nello stesso periodo. Anche le terre rare saranno più richieste dalle tre alle sette volte entro il 2040, a seconda delle scelte che verranno fatte in merito alle turbine eoliche.

Ad una crescita così consistente della domanda, non è detto che corrisponda una disponibilità sufficiente di materia prima, sostiene il Rapporto: “in uno scenario coerente con gli obiettivi climatici, è stimato che la fornitura attesa dalle miniere esistenti e da quelle in via di apertura incontri solo la metà delle necessità di litio e cobalto, e l’80% della domanda di rame, al 2030”.

Lo shortage dei semiconduttori

La carenza di semiconduttori è una delle minacce più importanti alle linee di produzione di veicoli e computer. Il “chipageddon”, così è stata chiamata l’assimetria enorme tra domanda e offerta di chip, è iniziato quando la richiesta di elettronica di consumo è aumentata mentre il mondo lavorava da casa per difendersi dalla pandemia da Covid-19. All'improvviso i produttori di microchip avevano ordini enormi con cui non riuscivano a tenere il passo. Aggiungete nel mix le fabbriche che sono state chiuse in Asia, dove ha sede la maggior parte delle produzioni di chip, i blocchi nei porti, la guerra commerciale tra l’amministrazione Trump e la Cina e i cambiamenti climatici, con l’isola di Taiwan alle prese con la peggiore siccità degli ultimi 50 anni, e i chip di cui abbiamo bisogno per alimentare migliaia di prodotti su cui facciamo affidamento sono diventati ancora più scarsi. Alla fine di agosto Toyota ha annunciato di aver ridotto la produzione programmata a settembre, pari a quasi 900 mila auto, a 540 mila veicoli. Anche Volkswagen ha avvertito che potrebbe essere costretta a ridurre sensibilmente la produzione, così come gli altri concorrenti tra cui General Motors, Ford, Nissan, Daimler, Bmw e Renault.

Sfide e incognite

Restano da fare alcune considerazioni in vista dell’obiettivo della neutralità climatica al 2050. È la stessa Iea a metterci in guardia sul fatto che “preoccupazioni riguardo alla volatilità dei prezzi e delle fornitura non scompariranno in un sistema energetico elettrificato e rinnovabile”. Seppur diversi dai rischi legati agli idrocarburi, in particolare al petrolio (vedi i picchi dei prezzi), i minerali presentano infatti alcune vulnerabilità che occorre affrontare per tempo. Una di queste è la concentrazione della produzione globale: per quanto riguarda litio, cobalto e terre rare i tre maggiori produttori al mondo (rispettivamente Australia, Repubblica Democratica del Congo e Cina) “hanno il controllo di circa i tre quarti della produzione globale. E in alcuni casi un singolo Paese è responsabile da solo di circa la metà della produzione globale di un minerale”. Molti siti poi sono soggetti a notevoli rischi climatici che ne mettono a repentaglio la regolarità di estrazione. “Oltre il 50% della produzione di litio e rame è oggi concentrata in aree con alti livelli di stress idrico. Alcune delle regioni che sono tra le maggiori produttrici come Australia, Cina e Africa sono soggette a ondate di calore estreme e inondazioni”, fa notare la Iea. Inoltre, servono normative efficaci per affrontare gli impatti ambientali e sociali degli sviluppi minerari, comprese le emissioni associate all'estrazione e alla lavorazione, i rischi derivanti da una gestione inadeguata dei rifiuti e dell'acqua e gli impatti sulla sicurezza dei lavoratori, a partire dalle violazioni dei diritti umani (come il lavoro minorile) e dalla corruzione.

Jane Nakano, senior fellow all’Energy and national security program del Center for strategic and international studies (Csis), ha scritto in un rapporto pubblicato lo scorso marzo che la tecnologia dell’energia pulita è diventata l’ultima frontiera per la rivalità geoeconomica. La sua analisi si concentra sulle strategie e le azioni intraprese dagli Stati Uniti, dall’Unione europea e dal Giappone, mettendo in luce i principali fattori economici, di sicurezza e geopolitici alla base di questi approcci. “Gli Stati Uniti sembrano più preoccupati per la dipendenza dalle importazioni che possono essere sfruttate geopoliticamente”, scrive l’autrice, “mentre l'Unione Europea e il Giappone sembrano principalmente preoccupati per gli effetti delle interruzioni dell'offerta sulla loro competitività industriale”. Tuttavia, l’elemento chiave è la posizione dominante della Cina lungo le catene di approvvigionamento dei minerali critici, un fattore che modella le risposte strategiche di altre economie. A giugno, la Casa Bianca ha pubblicato il suo rapporto di 250 pagine sulla catena di approvvigionamento globale di minerali critici e su come gli Stati Uniti possono garantire una fornitura continua e costruire una propria base mineraria e manifatturiera. Secondo gli esperti, fornisce il quadro più completo finora di come gli Usa stanno gestendo l'accesso ai minerali e la resilienza della catena di approvvigionamento. La revisione sottolinea i rischi di un approccio passivo degli Stati Uniti alla crescente domanda di minerali, invitando tra l’altro a stimolare la domanda a valle, sostenere l’innovazione (specialmente nel riciclaggio dei minerali), e coordinarsi strettamente con alleati e partner in tutto il mondo. Ma se pensiamo che la concorrenza sulle forniture di minerali essenziali è in aumento tra le economie, l’orizzonte di una cooperazione globale è piuttosto lontano.

di Andrea De Tommasi

Martedì 14 Settembre 2021