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Dopo il bavaglio a Trump si apre per i social l’era delle responsabilità?

Le piattaforme online accusate di amplificare odio e disinformazione potrebbero diventare strutture organizzate che rispondono dei contenuti. Un’evoluzione che ricorda la linea editoriale dei media tradizionali.

di Andrea De Tommasi

 

Sapremo nei prossimi mesi se la sospensione dell’account di Donald Trump da parte di Twitter, Facebook e di altri social network segnerà l’inizio di una nuova era nella lotta alla disinformazione e all’odio online. La decisione delle piattaforme, in seguito agli attacchi al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump, ha incassato una quantità di commenti contrastanti e in molti l’hanno giudicata tardiva, dopo che per anni, nella loro incessante ricerca di profitti, questi social media hanno creato algoritmi che amplificano la discriminazione, le fake news e le teorie del complotto. Il fatto però che le piattaforme di scambio di informazioni assumano crescenti responsabilità come mai avevano fatto in passato, arrivando a bloccare il presidente degli Stati Uniti per incitazione all’odio, rappresenta per alcuni l’inizio di una nuova fase di sviluppo della rete.

Libertà d’espressione

È stata giusta la scelta di sospendere Trump dai social network?

Conviene partire da questa domanda per mettere a fuoco quanto avvenuto dopo i fatti di Capitol Hill. I critici verso la decisione di silenziare il presidente ritengono, in sintesi, che non spetti a Twitter o Facebook stabilire se le parole di un capo di Sato siano un reato. Ne ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera: “Trump scrive e cinguetta cose nefande? A mio giudizio sì, ma a mio giudizio e il mio giudizio, come quello di chiunque altro, non può essere Legge insindacabile e autorizzazione all'imbavagliamento”. Battista si è poi chiesto: perché silenziare Trump e dare voce ai dittatori? Altri, come il direttore di Domani Stefano Feltri, hanno evidenziato il corto circuito per cui il capo di un’azienda privata come Facebook, senza contrappesi, abbia il potere di silenziare il presidente degli Stati Uniti: “Anche il peggiore dei presidenti, quale è senza dubbio Trump, ha alle spalle milioni di elettori. Zuckerberg risponde solo a sé stesso, visto che è amministratore delegato di Facebook ma anche primo azionista”.

Anche durante i mesi caldi della campagna elettorale americana, i social media sono stati accusati di nascondersi dietro una falsa neutralità, speculare sul coinvolgimento di persone che sono suscettibili di credere alle falsità e al fanatismo. Poiché le piattaforme svolgono un ruolo centrale nel dibattito pubblico, è stato il ragionamento, l’estremismo coltivato online si è diffuso pericolosamente nel mondo reale. Ne ha scritto su Il Mattino il filosofo Massimo Cacciari, spiegando che “i potenti del web stanno rafforzando la loro struttura di oligarchie globali, potenze che sfruttando le contraddizioni delle società democratiche hanno assunto una dimensione assolutamente dominante”.

C’è d’altra parte chi ritiene che le aziende tecnologiche, in quanto imprese private, abbiano il diritto di accogliere o escludere coloro che utilizzano i loro strumenti per manipolare le informazioni e per incoraggiare la violenza. Intervistato da Il Riformista, Tommaso Ederoclite, esperto di politiche per la digitalizzazione, ha dichiarato: “I social network sono società private che hanno delle loro policy e Trump le ha violate più di una volta, tanto da ricevere già in passato diversi provvedimenti per incitamento all’odio, secondo anche quanto è stato riconosciuto dai maggiori leader mondiali”. Interdire Trump dai social non è una censura ma “un atto di libertà” secondo Giuliano Ferrara che, ragionando per analogia con i media tradizionali, ha scritto su Il Foglio: “Una piattaforma come Twitter è un’impresa e una società privata della comunicazione. Anche i giornali lo sono. Twitter ti esclude, i giornali ti escludono, un tuo post è bannato o corretto con un avvertimento, il tuo account è sospeso, questo articolo non si pubblica”. Alec Ross, già consigliere all’innovazione di Hillary Clinton, ha dichiarato su La Repubblica che i social con il presidente americano hanno agito con colpevole ritardo: “Avrebbero dovuto dialogare con Trump e con tutti gli altri politici che gli somigliano, stabilendo anni fa regole molto chiare, confini che se superati avrebbero portato a conseguenze certe”. Per Ross, che è l’autore del bestseller sulla tecnologia Il nostro futuro, è necessario un sistema di regole chiaro e coerente, ma è assai difficile possa provenire dalle grandi compagnie: “Dubito che lo possano progettare nella Silicon Valley, non ne hanno la capacità. Dorsey e Zuckerberg sono due persone molto intelligenti ma non sono saggi: ingegneri poco sofisticati quando si tratta di politica e di società”.

L’evoluzione

Le moderne piattaforme spesso hanno attirato critiche per aver anteposto i loro profitti alla democrazia e alla sicurezza delle persone. Twitter, Facebook, Microsoft e gli altri hanno potuto sostanzialmente contare su una legislazione che li definiva non responsabili dei comportamenti dei loro utenti. Anche nel caso di “clienti” più influenti. Il problema, ha scritto recentemente Jenn Donovan, esperta nel campo dei social media, è che “non hanno mai costruito un sistema che assicurasse che le persone con denaro e potere politico non usassero i loro servizi per i propri fini”.  Mentre sui social le immagini dei rivoltosi di Capitol Hill ottenevano milioni di condivisioni, Roger Mc Namee, imprenditore e tra i primi investitori di Facebook, twittava: “Le piattaforme hanno amplificato l’incitamento all’odio, la disinformazione e le teorie del complotto perché era redditizio. Sono complici dei crimini che stiamo vedendo sui nostri televisori, e di molti altri”. Ovviamente i social media non sono la sola causa di quello che è successo negli Stati Uniti, ma è diffusa la convinzione che abbiano agito male e in ritardo per combattere i flussi di disinformazione. D’altronde, in molti ricordano che proprio sui social QAnon ha potuto diffondere liberamente le proprie teorie complottiste.

Molti osservatori ritengono però che l’insurrezione di Washington darà alle piattaforme la spinta per modificare l’approccio verso il comportamento dei loro utenti più “tossici”.

Ma in che modo?

Potrebbero ad esempio implementare algoritmi per ridurre la diffusione di contenuti polarizzanti o alcuni che contengono messaggi più nocivi, compresi quello di tipo pedo-pornografico. Potrebbero anche investire in esseri umani, non algoritmi, che esaminano e rimuovono ciò che viene contrassegnato come disinformazione. All’inizio del 2020 Mark Zuckerberg ha detto che Facebook impiega 35mila persone per rivedere i contenuti online e potenziare le misure di sicurezza. Le aziende tecnologiche stanno facendo alcuni sforzi per contenere la diffusione di notizie false, ad esempio rimuovendo i post o segnalandone l’inattendibilità.

Prende corpo l’idea che i social media non siano più semplici software che mettono in circolazione delle idee ma strutture organizzate che gestiscono gli utenti e rispettano delle regole. Piattaforme dotate di una linea editoriale modificano la natura stessa del sistema. Facebook, Twitter e Google non fornirebbero più solo l’infrastruttura per i messaggi degli utenti, ma svolgerebbero un ruolo attivo nella selezione del contenuto, di cui sarebbero legalmente responsabili. D’altronde l’influenza e le dimensioni delle aziende tecnologiche sono enormemente aumentate negli ultimi 20 anni. Diversi studiosi hanno sostenuto la necessità di regolamentare l’attività di queste società private, trattandosi a tutti gli effetti di servizi di pubblica utilità.

Negli Stati Uniti è aperto il dibattito sull’opportunità di modificare la Sezione 230 del Communications Decency Act, la legge che protegge le piattaforme da azioni legali sui contenuti (Trump ne ha chiesto l’abolizione). Zuckerberg ha riconosciuto che le imprese “hanno delle responsabilità e potrebbe avere senso che debbano rispondere per alcuni dei contenuti che si trovano sulla piattaforma”. Ma ha anche affermato che i social media non sono editori di notizie e quindi richiedono ancora alcune protezioni ai sensi della legge. “Penso che (i social media) meritino e necessitino di un proprio quadro normativo”, ha aggiunto il fondatore di Facebook.

L’Europa ha richiamato queste piattaforme alle loro responsabilità attraverso il Digital services act presentato a dicembre. Si basa su una premessa piuttosto semplice: ciò che è illegale offline dovrebbe essere illegale anche online. Su Politico, Thierry Breton, commissario per il mercato interno e i servizi della Commissione europea, ha definito l’attacco al Campidoglio degli Stati Uniti “l’11 settembre dei social media”, ovvero il giorno in cui il mondo intero è tornato alla realtà sull’impatto globale dell’odio e della disinformazione online.

Che cosa succederà esattamente alle piattaforme è difficile da prevedere. Se la dimensione pubblica avrà un ruolo attivo, non saranno lasciate sole a discutere ciò che si può dire e cosa no. E il modo di agire sui social sarà diverso da prima.

di Andrea De Tommasi

lunedì 18 gennaio 2021