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L’Europa dopo il Covid nell’ultimo numero di "Futuri"

Come evolverà la cornice istituzionale sovranazionale dopo il Covid-19? Avverrà una democratizzazione sostanziale delle istituzioni dell’Unione? Queste alcune delle domande contenute in "Futuri", la rivista dell’Italian Institute for the Future. 

di Roberto Paura

La sfida posta dalla pandemia da Covid-19 rientra nel novero di quelle grandi sfide che hanno segnato in modo determinante – e che in alcuni casi stanno tuttora segnando – l’avventura del progetto europeo. Il crollo del Muro di Berlino e il processo di integrazione a Est, le guerre balcaniche, il terrorismo islamico, la grande recessione e la successiva crisi del debito sovrano, la crisi migratoria, la Brexit: ogni volta l’Europa unita è stata costretta a rimettersi in gioco, dimostrando le proprie debolezze ma anche capacità di riflessione e adattamento, consapevole che l’integrazione europea è un grande esperimento unico nella storia umana e dagli esiti tutt’altro che scontati. La risposta della Ue alla pandemia da Covid-19, dopo iniziali difficoltà di comprensione della portata dell’emergenza, è stata decisamente imponente sia in termini di politiche sanitarie che di sostegno economico. Si tratta, tuttavia, di una risposta che non può restare senza conseguenze nella trasformazione di un impianto istituzionale, politico ed economico che da quasi vent’anni mostra evidenti segnali di sofferenza; e su queste conseguenze s’interroga la stessa Ue con il lancio della Conferenza sul futuro dell’Europa che durerà un anno intero, passo necessario dopo quello rappresentato dal Libro bianco sul futuro dell’Europa pubblicato nel 2017, in occasione del cinquantenario dei Trattati di Roma, e che metteva a fuoco una serie di scenari possibili, in parte superati dall’emergenza pandemica.

A offrire qualche inedito spunto di riflessione è il quindicesimo numero della rivista Futuri dell’Italian Institute for the Future, curato da Adriano Cozzolino, direttore del Center for European Futures, research fellow al Dipartimento di Scienze Politiche Jean Monnet dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, che riassume le principali questioni aperte: «Come evolverà la cornice istituzionale sovranazionale dopo il Covid-19? È plausibile sperare in una democratizzazione sostanziale delle istituzioni dell’Unione? Dopo la fase critica della pandemia, l’austerità permanente tornerà ad essere la prima preoccupazione delle istituzioni europee e nazionali? Il tema delle disuguaglianze, di lunga durata ma esploso nella crisi del coronavirus sia dentro che tra Stati, entrerà finalmente nell’agenda politica sovranazionale?». E ancora: come evolveranno i movimenti populisti ed euroscettici e come impatteranno sul processo d’integrazione? Quali risposte saranno fornite alle numerose crisi – socioeconomica, ambientale, migratoria – ancora in corso? Come si trasformeranno i rapporti tra i cosiddetti “frugali” del Nord e le nazioni del Sud Europa, come cambieranno le relazioni transatlantiche, che ruolo giocheranno i Balcani nell’Europa che verrà?

Andrea Pierucci rilegge la storia delle trasformazioni istituzionali con una nota di speranza, guardando soprattutto alla novità introdotta dalla crisi pandemica, il principio di solidarietà, che ha permesso il lancio di una strategia di debito comune difficilmente pensabile solo pochi anni fa, e che potrebbe avere rilevanti conseguenze. Salvatore d’Acunto e Domenico Suppa osservano che non si faranno passi sostanziali finché la politica fiscale europea non si libererà dello schematismo della stabilizzazione del rapporto deficit/PIL come unico criterio di programmazione di lungo termine. Adriano Cozzolino, affrontando il nodo delle contraddizioni tra la perdurante logica dell’austerità e gli obiettivi di politica economica e monetaria, individua tre possibili scenari: un ritorno a una Ue fondata sull’austerity, con la crescita di spinte disgregatrici interne agli Stati membri; un parziale ripensamento della politica economica in direzione di una maggiore attenzione alle diseguaglianze, alla lotta alla disoccupazione e agli investimenti pubblici; e un processo di democratizzazione delle istituzioni europee, attraverso un ciclo di mobilitazioni delle forze sociali che porti a un nuovo modello di sviluppo orientato a modalità alternative di produzione e distribuzione della ricchezza.

Sul piano delle relazioni internazionali, Roberta Ferrara osserva i limiti di una politica euromediterranea in cui la Ue è ridotta al ruolo di «donatore generoso ma politicamente debole», e auspica una riforma dei Trattati che rendano più incisiva e assertiva la voce europea nei tanti teatri di crisi mediterranei; Marco Siragusa e Pietro Sabatino si concentrano sui Balcani, dove lo scorso anno si sono tenute elezioni-chiave in Bosnia, Serbia, Montenegro e Macedonia del Nord, con rilevanti cambiamenti politici, dai quali è possibile prevedere le linee di evoluzione del rapporto tra i paesi balcanici e la Ue nel percorso d’integrazione; Eva Palo si interroga su come cambieranno le relazioni Ue-Usa nell’era Biden, dopo che l’unilateralismo dell’amministrazione Trump sembra aver risvegliato il desiderio di un’autonomia strategica della Ue, in particolare nei confronti di Cina e Russia.

Il problema del populismo e del nazionalismo è affrontato invece da Valerio Alfonso Bruno e Antonio Campati, che evidenziano come il soft power di paesi a guida populista abbia ricevuto importanti contraccolpi durante la pandemia per l’assenza di un processo decisionale informato, aprendo di conseguenza spazi di rilancio per la Ue nella nuova “geopolitica dell’expertise”; e da Daniele Battista, che invece, analizzando i sondaggi di diversi paesi Ue nel corso del 2020 per indagare l’impatto della pandemia sui partiti populisti, conclude che non si possa escludere una nuova stagione di successi per questi partiti al termine della crisi sanitaria.

Il nuovo numero di Futuri indaga anche altri aspetti, in particolare quelli legati alle trasformazioni del lavoro: Giuseppe D’Elia riprende le teorie di John Maynard Keynes e Bertrand Russell sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, osservando che, a fronte di uno sviluppo tecnologico che permetterebbe già oggi di realizzare una progressiva riduzione del lavoro, l’egemonia dei ceti dominanti la impedisce; Lucia Amorosi mostra come il tema del lavoro domestico e di cura sia emerso in tutta la sua importanza durante l’emergenza sanitaria, evidenziando l’urgenza per la politica di affrontare il ruolo delle lavoratrici domestiche; Vincenzo Luise esplora il modo in cui le misure di lockdown hanno  trasformato il settore dell’innovazione e del capitalismo digitale, favorendo un modello di shut-in society dove le big-tech potranno conquistare nuovi spazi di manovra.

Chiude il numero un’analisi di scenario di un team di giovani studentesse e studenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia sulle potenzialità della realtà virtuale e aumentata per il rilancio delle aree interne attraverso nuove tipologie di turismo esperienziale che sfruttino il successo crescente del gaming.

Il numero 15 di Futuri è disponibile su abbonamento per i soci dell’Italian Institute for the Future e acquistabile per tutti in formato digitale o cartaceo su instituteforthefuture.it.

di Roberto Paura, Italian Institute for the Future

venerdì 9 luglio 2021