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Data center. Dopo le proteste in Lombardia, a caccia di terreni in Puglia

La regione punta a diventare il principale hub dei data center del Mezzogiorno, grazie a energia rinnovabile, cavi sottomarini e grandi investimenti. Una sfida decisiva per competitività e autonomia digitale europea, che impone però regole rigorose su consumi, territorio e sostenibilità.

di Flavio Fabbri

venerdì 24 luglio 2026
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Per decenni la geografia dei data center italiani ha coinciso quasi perfettamente con quella dell’economia industriale del Paese. Milano e la Lombardia hanno concentrato la gran parte degli investimenti, grazie alla vicinanza ai grandi clienti enterprise, alle reti di telecomunicazione e ai principali snodi finanziari dell’Europa continentale. Oggi, però, quella geografia sta cambiando rapidamente.

La domanda di capacità computazionale generata dal cloud e, soprattutto, dall’intelligenza artificiale (AI) sta imponendo una nuova stagione infrastrutturale. I grandi operatori cercano territori in grado di offrire energia disponibile, grandi superfici, connessioni internazionali e procedure autorizzative più snelle. La Lombardia, dove sono pendenti centinaia di richieste di connessione alla rete elettrica per oltre 43 GW complessivi, mostra ormai segnali di saturazione, mentre crescono le proteste delle comunità locali, preoccupate per il consumo energetico, l’occupazione di suolo e l’aumento delle temperature nelle aree circostanti.

Su tutti, il caso di Lacchiarella, dove un comitato cittadino si oppone a un grande campus considerato tra i più grandi d’Italia. Le preoccupazioni ricorrenti riguardano consumo di suolo, domanda energetica molto elevata, impatti sul microclima e, in alcuni casi, anche il tema dell’uso idrico per il raffreddamento. Secondo i resoconti, la protesta non è isolata: si sta allargando a una rete di comitati tra Milano e Pavia.

In questo scenario emerge la candidatura della Puglia.

Come cambia la geografia digitale italiana, emerge il Mezzogiorno

La regione sta provando a ritagliarsi un ruolo che va ben oltre quello di semplice territorio ospitante. L’obiettivo è trasformarsi nella principale piattaforma infrastrutturale digitale del Mezzogiorno e in uno dei nodi strategici del Mediterraneo per cloud, intelligenza artificiale e servizi digitali.

Non è una prospettiva nata spontaneamente. La Regione Puglia ha avviato già nel 2024 una pianificazione specifica, istituendo un gruppo di lavoro dedicato ai data center e approvando successivamente linee guida che disciplinano criteri localizzativi, aspetti urbanistici, ambientali ed energetici.

A Melbourne e Singapore nasceranno i primi data center alimentati da neuroni umani

Una tecnologia innovativa per sostituire i classici server con cellule coltivate in laboratorio. Il risparmio energetico è consistente, ma bisogna superare alcuni ostacoli, tra cui capacità di elaborazione e conservazione delle informazioni.

 

L’idea di fondo è semplice: anticipare una domanda destinata a crescere nei prossimi anni e governarla prima che diventi una corsa incontrollata all’occupazione del territorio. La Puglia possiede infatti alcune caratteristiche che, fino a pochi anni fa, sembravano marginali e che oggi rappresentano invece un vantaggio competitivo.

La posizione al centro del Mediterraneo la colloca lungo le principali direttrici dei cavi sottomarini che collegano Europa, Medio Oriente, Africa e Asia. A questo si aggiungono una buona disponibilità di aree industriali da riconvertire, una limitata sismicità rispetto ad altre regioni italiane e una produzione di energia da fonti rinnovabili tra le più elevate del Paese. Nel mondo dei data center questi elementi valgono (e varranno sempre di più) quasi quanto la vicinanza ai grandi mercati.

Da Bari a Brindisi nasce un nuovo corridoio infrastrutturale

I numeri raccontano un’accelerazione evidente. Secondo le richieste di connessione presentate a Terna, la Puglia è ormai la prima regione del Mezzogiorno e la quarta in Italia per interesse degli investitori nel settore.

Le richieste riguardano complessivamente circa 7,7 GW di potenzaha spiegato Davide Carlucci su La Repubblica Bari, concentrate soprattutto nell’area metropolitana di Bari (19 progetti) e nel Brindisino (5 progetti). Il baricentro degli investimenti si sta progressivamente spostando verso sud.

Attorno a Bari risultano numerose manifestazioni di interesse, mentre Brindisi si propone come naturale destinazione della riconversione delle grandi aree industriali e degli ex siti energetici. Tra i progetti più discussi figura quello che molti operatori definiscono ormai la futura “Puglia Data Center Valley“: un sistema integrato composto da poli hyperscale distribuiti tra Bari, Brindisi e un grande campus tecnologico destinato ad arrivare a dimensioni paragonabili ai principali hub europei.

Tra le ipotesi progettuali figurano la riconversione dell’ex Manifattura Tabacchi di Bari in un data center da circa 200 MW, un impianto da 500 MW nell’area di Brindisi e un grande hub destinato a superare il gigawatt di capacità installata.

Al di là della realizzazione dei singoli progetti, ciò che cambia è la scala del fenomeno. Non si parla più di costruire edifici destinati a ospitare server, ma di creare un’intera filiera industriale fatta di infrastrutture elettriche, reti di telecomunicazione, sistemi di accumulo energetico, manutenzione specializzata, cybersecurity, servizi cloud e competenze altamente qualificate.

Gli investimenti e le aspettative dei territori

Le amministrazioni locali guardano a questi investimenti come a una possibile occasione di rilancio industriale. A Spinazzola è stato annunciato un progetto da circa 400 MW, si legge ancora sul quotidiano, con un investimento stimato nell’ordine dei 2,5 miliardi di euro e ricadute occupazionali significative sia nella fase di costruzione sia nella gestione.

Ad Acquaviva delle Fonti è invece allo studio un investimento da circa un miliardo di euro promosso da Green Sovereign Capital, destinato a integrare produzione da fonti rinnovabili e infrastrutture digitali.

Sono progetti che potrebbero contribuire alla riconversione economica di territori segnati dalla deindustrializzazione, offrendo nuove occasioni di lavoro qualificato e attirando competenze che oggi tendono a lasciare il Mezzogiorno. Ma è proprio la dimensione di questi investimenti a rendere necessario un confronto pubblico molto più approfondito.

Il costo nascosto della rivoluzione digitale

I data center rappresentano la spina dorsale dell’economia digitale, ma sono anche tra le infrastrutture più energivore mai costruite. L’esplosione dell’intelligenza artificiale ha modificato radicalmente il quadro. I nuovi modelli linguistici richiedono potenze di calcolo enormemente superiori rispetto ai tradizionali servizi cloud, con consumi elettrici destinati a crescere in modo esponenziale.

Accanto all’energia emerge il tema dell’acqua utilizzata per il raffreddamento degli impianti, quello del consumo di suolo e quello dell’integrazione con le reti elettriche. In Puglia queste questioni assumono un significato particolare.

Costruire data center nello spazio potrebbe essere più economico?

La diffusione dell’AI rende indispensabile chiedersi dove nasceranno i prossimi centri. Costo del lancio, efficienza e rischio radiazioni i principali ostacoli per l’opzione spaziale. Ma potrebbero essere meno onerosi del previsto.

 

La regione è già esposta agli effetti del cambiamento climatico, soffre periodicamente di stress idrico e rappresenta uno dei territori italiani maggiormente interessati dalla produzione di energia rinnovabile. Le organizzazioni ambientaliste chiedono quindi che ogni progetto venga valutato considerando l’intero ciclo di vita dell’infrastruttura: disponibilità di energia aggiuntiva, riutilizzo del calore prodotto, sistemi di raffreddamento a basso consumo idrico, tutela del paesaggio e compensazioni territoriali.

Anche il tema della trasparenza è diventato centrale. Secondo alcuni osservatori, il ricorso alle procedure accelerate previste per alcune aree industriali rischia di comprimere il dibattito pubblico su investimenti destinati a modificare profondamente il territorio.

Il precedente di New York

Le stesse domande stanno emergendo anche dall’altra parte dell’Atlantico. Lo Stato di New York ha deciso di sospendere temporaneamente l’autorizzazione di nuovi data center di grandi dimensioni con consumi superiori ai 50 MW, diventando il primo Stato americano ad adottare una moratoria di questo tipo.

La governatrice Kathy Hochul ha motivato la decisione con la necessità di evitare che la crescita dell’intelligenza artificiale metta sotto pressione la rete elettrica, facendo aumentare i costi dell’energia per famiglie e imprese.

Secondo l’amministrazione statale, prima di autorizzare nuove infrastrutture è necessario definire un quadro regolatorio più rigoroso, capace di stabilire standard ambientali, energetici e urbanistici omogenei. Il provvedimento ha aperto un intenso confronto.

Da un lato ambientalisti e cittadini chiedono di rallentare la corsa agli hyperscale. Dall’altro imprese tecnologiche e rappresentanti del settore ritengono che una moratoria possa compromettere la competitività americana nella corsa globale all’intelligenza artificiale. Il dibattito ricorda molto da vicino quello che si sta aprendo oggi in Italia.

La sfida è governare la crescita

La Puglia ha davanti un’opportunità storica. Può trasformarsi nel principale hub digitale del Mediterraneo, attrarre miliardi di investimenti, rafforzare l’autonomia tecnologica europea e costruire una nuova specializzazione industriale per il Mezzogiorno.

Ma proprio perché i data center stanno diventando infrastrutture critiche, non possono essere valutati esclusivamente sulla base dell’entità degli investimenti. Servono una pianificazione energetica coerente, reti elettriche adeguate, disponibilità di fonti rinnovabili aggiuntive, criteri rigorosi sull’utilizzo dell’acqua, recupero del calore, consumo di suolo e un coinvolgimento effettivo delle comunità locali.

La partita che si gioca in Puglia riguarda molto più della costruzione di alcuni grandi edifici pieni di server. Riguarda il modello di sviluppo digitale che l’Italia e l’Europa intendono perseguire nei prossimi decenni.

Copertina: İsmail Enes Ayhan/unsplash