I data center vanno dove c’è l’energia, anche quella delle onde in mezzo all’Oceano
Sfruttare le onde oceaniche per alimentare gli energivori data center impiegati per il funzionamento dell’intelligenza artificiale. Vantaggi e punti critici del progetto Panthalassa.
di Flavio Fabbri
“Ci sono tre fonti di energia sul pianeta in grado di generare decine di terawatt di energia: solare, nucleare e oceano aperto. L’energia proveniente dalle onde dell’oceano aperto è economica, sostenibile, abbondante e ora abbiamo la tecnologia per renderla accessibile a tutti”. Questo il pensiero espresso sul Financial Times da Garth Sheldon-Coulson, co-fondatore (insieme a Brian Moffat) e amministratore delegato di Panthalassa, startup che lavora a un’energia pulita, rinnovabile e che, almeno in teoria, potrebbe aiutare a risolvere il problema dei consumi crescenti dei data center.
Si tratta di un progetto sostenuto da diverse realtà finanziarie e controversi imprenditori, tra cui il celebre Peter Thiel, che punta a sfruttare la forza delle onde oceaniche per alimentare i data center, a partire da tecnologie già conosciute e un uso nel settore dell’idroelettrico.
Oltre a Thiel, che ci ha messo 140 milioni di dollari, all’ultimo round di finanziamento di serie B hanno partecipato diversi nuovi investitori di alto profilo, focalizzati sulla tecnologia e sulla sostenibilità, come John Doerr, Time Ventures di Marc Benioff, SciFi Ventures di Max Levchin, Susquehanna Sustainable Investments, il fondo di venture capital di Hanwha Asset Management (Usa), Anthony Pratt, Fortescue Ventures, Future Positive, Wti, Nimble Partners, Super Micro Computer, Sozo Ventures, Dylan Field, Planetary Vc, Leblon Capital, Resilience Reserve, Portland Seed Fund e Intrepid Oregon Fund, oltre agli investitori già presenti Founders Fund, Gigascale Capital, Lowercarbon Capital, Unless e WovenEarth.
Come funziona il sistema Panthalassa
Il cuore del progetto è costituito dai cosiddetti “nodi”, gigantesche strutture galleggianti somiglianti a delle boe, progettate per operare autonomamente in mare aperto.
Dal punto di vista ingegneristico, ogni nodo è composto da una struttura galleggiante superiore, una lunga struttura in acciaio, un modulo sigillato che ospita i server AI e un sistema di conversione dell’energia delle onde.
La struttura verticale in acciaio misura circa 85 metri di lunghezza. Una volta assemblato, il sistema viene trainato orizzontalmente al largo e successivamente ruotato in posizione verticale, assumendo una forma che ricorda un gigantesco “lecca-lecca” galleggiante.
Uno degli aspetti più innovativi riguarda la robustezza meccanica del sistema. Panthalassa sostiene che i nodi siano quasi completamente solidi e privi di cerniere, alette e ingranaggi esposti. Questo approccio riduce drasticamente il rischio di guasti durante le tempeste oceaniche, uno dei principali problemi delle tecnologie offshore.
Dalle turbine in fondo al mare 110 terawattora all’anno nel mondo. Al primo posto Francia e Gran Bretagna
Tra turbine sottomarine, reti intelligenti e crescita dei consumi digitali, l’energia mareomotrice emerge come risorsa strategica per sostenere l’elettrificazione globale, garantendo produzione prevedibile, autonomia energetica e integrazione efficiente con le infrastrutture energetiche del futuro. La ricerca di Oxford.
di Flavio Fabbri
Una “diga idroelettrica galleggiante”
La startup descrive il funzionamento del sistema come una sorta di “diga idroelettrica galleggiante”. Il principio è relativamente semplice, ma tecnologicamente sofisticato: il movimento delle onde spinge l’acqua attraverso una turbina interna. La turbina aziona un generatore elettrico che produce l’energia necessaria per alimentare i server AI installati a bordo.
In pratica, il moto ondoso viene trasformato direttamente in elettricità senza necessità di combustibili fossili o collegamenti permanenti alla rete elettrica terrestre. Secondo Panthalassa, il sistema non utilizza motori, non produce emissioni dirette, minimizza l’impatto sulla fauna marina ed evita infrastrutture elettriche offshore costose.
Uno dei punti centrali del progetto è infatti l’eliminazione dei cavi sottomarini ad alta tensione normalmente necessari per trasportare a terra l’energia prodotta offshore. Soprattutto, altro punto di forza che valorizza il progetto: l’energia viene consumata direttamente dove viene generata.
Il raffreddamento naturale dei server
Un altro grande vantaggio riguarda il raffreddamento. Oggi i data center tradizionali consumano enormi quantità di energia per mantenere operative le GPU AI, che sviluppano temperature elevatissime. In molti casi vengono utilizzati sistemi di raffreddamento liquido o grandi impianti HVAC industriali.
Panthalassa sfrutta direttamente l’acqua oceanica come dissipatore termico naturale. Il container stagno che ospita i server viene raffreddato dal mare circostante, riducendo drasticamente il fabbisogno energetico dedicato al cooling. Questo elemento potrebbe avere un impatto molto significativo sull’efficienza energetica complessiva del sistema.
Nel settore dei data center, infatti, il raffreddamento rappresenta spesso tra il 30% e il 40% dei consumi energetici complessivi dell’infrastruttura.
Dall’Oceano i dati sono trasmessi via satellite (con Starlink)
I dati elaborati dai server AI vengono inviati a terra tramite connessione satellitare Starlink, la super costellazione di SpaceX. Questa scelta elimina la necessità di collegamenti fisici permanenti con la terraferma e permette ai nodi di operare in maniera completamente autonoma nell’oceano.
Dal punto di vista infrastrutturale, il modello Panthalassa cerca quindi di integrare in un’unica piattaforma: produzione energetica; elaborazione AI; raffreddamento; trasmissione dati. Inoltre, qui non c’è consumo di suolo, siamo in mezzo all’oceano.
A differenza del solare, il moto ondoso è disponibile anche di notte e presenta una maggiore prevedibilità rispetto ad altre fonti rinnovabili.
Thiel e Elon Musk (proprietario di diverse aziende tecnologiche tra cui SpaceX, Tesla e xAI) si conoscono da circa 30 anni. I loro rapporti non sono di vera e propria amicizia (ogni tanto volano insulti e minacce), anzi, secondo i ben informati sono esclusivamente legati alla convenienza finanziaria di ogni operazione, come quando Thiel investì 20 milioni di dollari in SpaceX nel 2008, per evitarne il fallimento.
I problemi di Panthalassa
Nonostante il forte interesse mediatico e finanziario, il progetto deve ancora dimostrare la propria sostenibilità economica e tecnica su larga scala. Le principali criticità riguardano diversi punti chiave: affidabilità delle strutture nel lungo periodo; manutenzione offshore; corrosione marina; sicurezza dei sistemi AI in mare aperto; capacità reale di generazione energetica; costi logistici; latenza delle connessioni satellitari.
L’energia del moto ondoso, inoltre, è una tecnologia storicamente complessa da industrializzare. Molti progetti sviluppati negli ultimi decenni hanno incontrato difficoltà legate a costi elevati e manutenzione delle apparecchiature in ambiente marino.
Primi test commerciali nel 2027?
Panthalassa ha già sviluppato e testato diversi prototipi: Ocean-1, Ocean-2 e Wavehopper. Ora la società punta ad ampliare il proprio impianto pilota in Oregon con il progetto Ocean-3, sostenuto dagli investimenti promessi da Peter Thiel e da altri finanziatori. Secondo quanto dichiarato da Sheldon-Coulson, l’obiettivo è avviare le prime implementazioni commerciali già dal prossimo anno.
Copertina: Matt Paul Catalano/unsplash