Bellincampi: “Pensiamo troppo a inseguire le tecnologie di oggi e non abbastanza al cambiamento di domani”
Il Ceo di IZILab: “La vera innovazione è la capacità di adattarsi. Abbiamo bisogno che dati, ricerca e storie aiutino a costruire consapevolezza. Le città del futuro partano dalla mobilità intelligente”.
Dalla comunicazione politica alla ristorazione, dalla tecnologia fino al futures thinking con IZILab. Il percorso di Martino Bellincampi attraversa mondi diversi, ma con un obiettivo comune: capire come nascono i cambiamenti e come possiamo prepararci ad affrontarli. In questa intervista ci racconta la sua visione tra intelligenza artificiale, lavoro, città e società.
C’è un filo conduttore nel tuo percorso?
Il primo progetto imprenditoriale l’ho avviato a 19 anni, fondando una società che offriva assistenza informatica alle famiglie in un periodo in cui non c’erano ancora smartphone e tablet. Mi piaceva l’idea di accompagnare le persone a capire come usare le tecnologie e da lì non mi sono più fermato. Ho sempre seguito un percorso parallelo fra tecnologia, marketing, comunicazione, startup e ricerca. E poi persino la ristorazione, attraverso una piccola catena di friggitorie gourmet. Il filo conduttore è sempre stato lo stesso: immaginare qualcosa che non esiste ancora, intercettare esigenze ancora non pienamente emerse e provare a costruire nuovi sistemi.
Quindi più che il management ti interessa la fase in cui nasce qualcosa?
Sì. Il management è ovviamente essenziale, ma mi interessa soprattutto vedere un’idea che inizia a prendere forma, radunare intorno a un tavolo persone con competenze diverse, costruire qualcosa di complesso. È una sfida di creazione continua.
Oggi con IZILab lavorate su ricerca, tecnologia e scenari futuri. Da dove nasce questa esperienza?
IZILab idealmente è nata nel 2019, quando abbiamo iniziato a collaborare con IZI, una società con 40 anni di esperienza specializzata in ricerca sociale e analisi strategiche. L’esigenza era capire come usare la tecnologia all'interno di processi molto strutturati e tradizionali. Abbiamo dato vita a un laboratorio che dopo qualche anno si è trasformato in una startup autonoma, attiva nell’intersezione tra dati, intelligenza artificiale e ricerca, con l'obiettivo di usare gli strumenti del presente per immaginare scenari futuri possibili.
Il vostro lavoro parte spesso dai dati. Qual è quello che oggi racconta meglio il futuro che potrebbe attenderci?
Sicuramente il cambiamento climatico. Non possiamo più considerarlo un segnale debole: è un dato concreto, esperienziale. Il problema è che viviamo una contraddizione: da una parte sperimentiamo temperature estreme, eventi climatici sempre più frequenti e disagi personali; dall’altra le riflessioni sul clima restano quasi sempre confinate nel dibattito politico. Trovo molto sorprendente, tra l’altro, che la Commissione Europea abbia indebolito le sue politiche sul tema: è un messaggio che i cittadini non capiscono. Quello di cui abbiamo bisogno, invece, è che dati, ricerca e storie aiutino a costruire consapevolezza.
Passiamo al lavoro. Con le vostre ricerche sul mismatch lavorativo state studiando le trasformazioni attese nel mercato del lavoro di domani. Qual è l’errore che stiamo commettendo nel prepararci al futuro?
Credo che pensiamo troppo alle singole tecnologie che caratterizzano questa fase del presente e troppo poco al cambiamento dei paradigmi nel lungo periodo. Prendiamo l’intelligenza artificiale: possiamo chiederci quali professioni saranno sostituite o trasformate nei prossimi anni, ma la domanda più importante è un’altra: come prepariamo le persone a vivere in un mondo dove il cambiamento sarà continuo?
Quindi non basta imparare una competenza tecnica?
Le competenze tecniche sono importanti, ma rischiano di diventare rapidamente obsolete. La risposta che davo dieci anni fa durante la rivoluzione dei social media è la stessa che darei oggi con il boom dell’AI: tornare alle competenze fondamentali. Filosofia, storia, cultura, capacità critica, sono risorse cognitive che resteranno valide a prescindere dagli strumenti che caratterizzeranno il momento storico specifico. Dobbiamo immaginarci come soggetti dinamici: cambieremo mestiere, cambieremo ruolo, continueremo ad adattarci. Ma prima ancora, dovremo sapere chi siamo noi per capire come relazionarci al mondo che cambia nel modo giusto.
Parliamo di città. Quelle del futuro saranno più smart o più “umane”?
Non esiste una cosa senza l'altra. Una città smart non può essere solo tecnologica, ma intelligente nel senso più ampio. Pensiamo alla mobilità: città più vivibili, più vicine alle persone, con meno tempo perso nel traffico. La tecnologia può aiutarci a migliorare la qualità della vita: se dovessi progettare la città del 2050 partirei dalla mobilità intelligente. Essendo anche un ciclista vivo questa trasformazione personalmente: la vera innovazione è liberare tempo dalle nostre giornate e restituire umanità alle persone.
Hai lavorato per anni nella comunicazione pubblica. Come cambierà il rapporto tra cittadini e istituzioni con AI e algoritmi?
Sono molto ottimista: i social media hanno già cambiato il rapporto tra politica e cittadini, riducendo la distanza e la mediazione, l’intelligenza artificiale può fare il passo successivo. Rendere le informazioni pubbliche più accessibili, per permettere alle persone di dialogare con il proprio linguaggio ricevendo risposte comprensibili e quindi utili.
Ma c’è anche il tema dei dati come bene comune…
Sì, l’accesso e l’elaborazione dei dati saranno centrali, e in quest'ottica l’AI può aiutare istituzioni e cittadini a usare meglio questa enorme quantità di informazioni. È proprio per questo che, fra gli altri progetti, stiamo sviluppando Chorema: una piattaforma di analisi geospaziale progettata per aiutare i decisori, sia pubblici che privati, a prendere decisioni strategiche di lungo periodo ragionando non solo sul presente, ma su scenari futuri complessi.
Guardando al futuro c’è una paura che dovremmo abbandonare?
Quella di non riuscire a governare il cambiamento: molte reazioni conservative nascono proprio da questo. Ma il rifiuto del cambiamento non aiuta, perché spesso produce rischi ancora più grandi di quelli che cerca di evitare: proprio per questo dobbiamo imparare a governarlo.
E quale opportunità stiamo sottovalutando?
La mobilità umana: è una delle grandi sfide, e soprattutto opportunità, del futuro per ragioni demografiche, climatiche ed economiche. Dobbiamo ragionare su come accogliere e valorizzare persone, competenze e contaminazioni tra territori diversi, ripensando per esempio il modo in cui concepiamo e costruiamo i corridoi lavorativi per migranti.
Il futuro sembra sempre più concentrato nelle mani di pochi super ricchi che detengono le tecnologie. È un rischio?
È vero, c’è una concentrazione economica e finanziaria mai vista prima, e concordo in pieno con chi ritiene che non sia un equilibrio sostenibile. Per questo sono convinto che il futuro troverà nuovi equilibri, perché una disparità così forte non può evidentemente restare stabile nel lungo periodo: promuovere la cultura del futuro nella nostra società, partendo già dalle scuole, può diventare uno strumento potentissimo per riappropriarci del giusto pensiero critico e di una visione progettuale collettiva.