2. Metodi di futuro

Servono visioni di lungo periodo: come i futuristi hanno sviluppato una intera batteria di metodi per pensare l’impensabile.

di Roberto Poli, Associazione dei futuristi italiani

Ok, l’abbiamo capito: servono visioni di lungo periodo. Limitarsi al piccolo cabotaggio e alla pianificazione a uno, due, tre anni è ampiamente insufficiente. Ma come si fa a evitare che le visioni si limitino ad essere idee del tipo ‘vogliamo star meglio’, ‘vogliamo essere sostenibili’, ‘vogliamo un Paese serio e rispettato’? Possiamo anche aggiungere i mantra che si ripetono sempre uguali da tanti anni: vogliamo meno burocrazia, più efficienza, rispetto del merito, eliminare l’elusione e l’evasione delle tasse, superare le differenze fra Nord e Sud, meno criminalità organizzata. Chi può seriamente dire di non volere questi risultati? Quando parliamo di visioni di lungo periodo non facciamo riferimento a collezioni di obiettivi generici, quasi fossero dei ‘libri dei sogni’.
 

Gli studi di futuro sono nati in ambito militare negli anni ’50, nelle fasi iniziali della guerra fredda, quando emerse che nella nuova situazione della guerra fredda le usuali tecniche di pianificazione non sarebbero state sufficienti. L’analisi di trend, il forecast, non bastava più. Serviva qualcosa di diverso, poi chiamato foresight, capace di far vedere non solo la continuazione dei cambiamenti già i corso, ma anche le novità, le sorprese, gli imprevisti, i punti di rottura. Herman Kahn, uno dei padri fondatori degli Studi di futuro, parlava esplicitamente di ‘thinking the unthinkable’, pensare l’impensabile. Quello che oggi è impensabile perché è totalmente diverso dalla nostra esperienza e dai nostri quadri mentali, domani sarà realtà. Se vediamo in anticipo quello che potrebbe succedere, possiamo provare a prepararci, sia per diminuirne gli eventuali impatti negativi, sia per poter approfittare delle occasioni che dovessero presentarsi.
 

Dagli anni ’50 i futuristi hanno sviluppato una intera batteria di metodi per pensare l’impensabile. Questa sezione di Oltre il 2030 presenterà una selezione dei metodi sviluppati dai futuristi, interviste a chi li usa per meglio capire come funzionano e le difficoltà che si possono incontrare e indicazioni per ulteriori approfondimenti.
 

Un aspetto da tener presente è che i metodi dei futuristi sono diversi dai metodi usati da sociologi, economisti, antropologi e politologi. Ovviamente ci sono metodi usati da tutti gli scienziati sociali, ma poi ognuno ha la sua specifica cassetta degli attrezzi.
 

Per impostare seriamente un discorso sul futuro, è utile distinguere fra ‘futuro di’ e ‘futuro in’. Il primo caso, quello del ‘futuro di’, si risolve usualmente in esercizi che richiedono anche specifiche competenze settoriali. Se ci interessa, poniamo, il futuro dell’automobile, è indispensabile sapere che cosa sta succedendo in quel settore, dal passaggio ai veicoli elettrici, allo sviluppo della guida autonoma, all’interazione sempre più sorprendente con i droni sino all’impatto che i veicoli autonomi potranno avere, ad esempio, sulla trasformazione delle città. Se è vero che nel XX secolo le città sono state costruite al servizio dell’automobile, una tipologia di veicoli radicalmente differente da quella a cui siamo abituati influenzerà lo sviluppo delle città in modi del tutto nuovi. Un parco macchine di veicoli autonomi potrebbe ridurre anche del 90% il numero dei veicoli necessari, liberando enormi superfici, dai parcheggi alle strade, che potrebbero essere utilizzate per altri scopi. 
 

Un altro esempio potrebbe essere quello del futuro della scuola. Come cambierà nei prossimi decenni il sistema della formazione primaria e secondaria? Quali sono le forze attive che potranno condizionarne lo sviluppo? Alcune forze sono abbastanza visibili e indicano precise direzioni di sviluppo: i cambiamenti demografici, quelli del mercato del lavoro o quelli delle tecnologie informatiche. Altre forze sono meno chiare e sottendono cambiamenti che possono andare in direzioni del tutto diverse: basti menzionare quelle politiche e istituzionali.
 

Per ‘futuro di’ intendo, dunque, un esercizio di futuro dedicato ad un particolare settore produttivo o ad un particolare aspetto del contesto complessivo di riferimento. 
 

Il ‘futuro in’ ha caratteristiche diverse. L’espressione ‘futuro in’ si riferisce all’introduzione strutturata di competenze di futuro all’interno di una organizzazione, istituzione o comunità. In questi casi, non si tratta tanto di estrapolare trend o costruire scenari, quanto di acquisire la capacità di usare attivamente il futuro nel presente, di acquisire le abilità necessarie per ‘far parlare’ il futuro.
 

Nel caso del ‘futuro in’, la competenza di fondo è più culturale e attitudinale che tecnica, anche se non può prescindere da alcuni elementi tecnici. A volte in questi casi si ricorre all’espressione futures literacy. Ne parlerò in uno dei prossimi articoli.
 

Per il momento, è importante sapere che esiste una intera batteria di metodi sviluppati e usati dai futuristi.   


Per saperne di più:

Glenn, J. C., & Gordon, T. J. (2004). Futures research methodology Version 3.0

Heinonen, S., Kuusi, O., & Salminen, H. (2017). How do we explore our futures? Methods of futures research. Helsinki: Finnish Society for Futures Studies.

Poli, R. (2018). A note on the classification of future-based methods. European Journal of Future Research, 15.

Poli, R. 2019. Lavorare con il futuro, Milano, Egea.

Martedì 12 Maggio 2020