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L’aggravarsi degli incendi porta a riscoprire le antiche pratiche

Mentre il Canada è alle prese con una stagione di roghi senza precedenti, le tecniche indigene di gestione del fuoco stanno tornando di attualità. Secondo un’inchiesta di Al Jazeera, però, devono affrontare ostacoli burocratici e culturali.

Il fuoco può essere uno strumento utile per prevenire gli incendi. In alcune parti del mondo, da anni, è utilizzato da personale addestrato per limitare la quantità di materiale infiammabile nel sottobosco. In sostanza, per rendere le nostre foreste più resistenti agli incendi. Il tutto senza danneggiare il bosco e chi vi abita.

Questa tecnica si chiama “fuoco prescritto” e si applica solo in presenza di precise condizioni meteorologiche e del suolo. Una pratica già piuttosto consolidata in alcune realtà forestali europee.

Il tema è tornato d’attualità in queste settimane perché il Canada, alla prese con una delle peggiori stagioni di incendi della sua storia, ha iniziato ad applicare in alcune aree azioni di combustione controllata. Sul web circolano immagini di un elicottero che lancia fiamme sulle cime degli alberi nella zona di Donnie Creek, nel nord-est della British Columbia.

In un articolo dedicato all’emergenza canadese, il sito Al Jazeera ha evidenziato che tra gli esperti c’è una crescente consapevolezza dell’importanza dell’uso tradizionale e controllato del fuoco per mitigare il rischio d’incendi. In questo contesto sono tornati d’attualità i metodi indigeni di gestione delle foreste. I nativi americani, i nativi dell’Alaska e quelli hawaiani usavano il fuoco per liberare aree destinate alla coltivazione, gestire la terra per favorire la proliferazione di alcune specie animali e vegetali, cacciare la selvaggina e molti altri usi vitali.  

Cliff Buettner, direttore di un dipartimento che rappresenta 12 governi tribali nella provincia canadese del Saskatchewan, ha detto ad Al Jazeera che le popolazioni indigene devono ancora affrontare ostacoli burocratici per quanto riguarda il cultural burning, ovvero gli incendi pianificati. “Vogliamo essere in grado di prenderci cura del nostro cortile”, ha detto Buettner. “Ma responsabilità e costi sono grandi ostacoli”.

Dane de Souza, ex vigile del fuoco specializzato nella gestione degli incendi indigeni, vede una connessione tra i roghi di oggi e la restrizione delle pratiche generalmente considerate “primitive”. “Gli indigeni gestiscono gli incendi da migliaia di anni”, ha detto de Souza ad Al Jazeera, “dare fuoco alla terra è una cosa molto umana da fare. Ma abbiamo sostituito i fuochi pianificati con quelli casuali”.

Anche in Italia sono state già realizzate diverse esperienze di applicazione del fuoco prescritto, principalmente in Piemonte, Friuli Venezia-Giulia, Toscana, Campania. Attualmente è in corso un programma pilota avviato dalla Regione Lombardia con l’Università di Milano: l’obiettivo è comprendere quanto la combustione controllata possa agire efficacemente sulla prevenzione. L’Italia sotto questo aspetto potrebbe avere dei vantaggi. A spiegarlo è stato Giorgio Vacchiano, ricercatore in scienze forestali all'università di Milano, nella trasmissione Radio 3 Scienza del 9 giugno: “ll problema di queste foreste canadesi, e boreali in generale, è che il suolo contiene grandi riserve di carbonio: questo vuol dire che bruciando libera enormi quantità di carbonio in atmosfera. Questa è una delle ragioni per cui applicare il fuoco prescritto è più difficile. Anche una breve fiamma, infatti, rischia di generare grandi emissioni in atmosfera”.

“Da noi”, prosegue Vacchiano, “la riserva di carbonio dei suoli è un po’ minore, circa la metà di tutto il carbonio costruito nell'ecosistema. Sicché in ambiente Mediterraneo diversi Paesi già applicano questo sistema: in Spagna, Portogallo, Francia. E anche in Italia stiamo cominciando a lavorarci”.

fonte dell'immagine di copertina: ansa.it

mercoledì 12 luglio 2023