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La corsa di Trump ai minerali degli abissi cambia le regole del mare

Mentre gli Stati Uniti accelerano sui permessi, sempre più imprese guardano ai metalli custoditi nei fondali. Ma tra promesse tecnologiche, incognite ambientali e nuove rivalità geopolitiche, il futuro del deep-sea mining è ancora tutto da scrivere.

giovedì 17 settembre 2026
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Fino allo scorso anno Copperhead Resources, una piccola società mineraria canadese quotata in Borsa, concentrava le proprie attività sull’esplorazione di giacimenti aurei terrestri in Canada. Poi Washington ha cominciato a presentare i fondali oceanici come una nuova frontiera per l’approvvigionamento di minerali critici. Nel giro di pochi mesi la società ha cambiato nome, strategia e orizzonte: oggi si chiama Deep Sea Minerals e vuole cercare metalli a migliaia di metri sotto l’Oceano Pacifico. Secondo Bloomberg, negli Stati Uniti sempre più imprese stanno creando società per sfruttare l’accelerazione impressa dall’amministrazione Trump al deep-sea mining.

Ad attirare il loro interesse è soprattutto la Clarion-Clipperton Zone, un’immensa regione del Pacifico tra Hawaii e Messico dove, a migliaia di metri di profondità, il fondale è disseminato di noduli polimetallici: rocce delle dimensioni di una patata o di un piccolo avocado che hanno impiegato milioni di anni a formarsi e contengono manganese, nichel, rame e cobalto. Secondo una stima del National oceanic and atmospheric administration (Noaa), l’agenzia federale statunitense che si occupa di oceani e atmosfera, in quella regione potrebbero trovarsi circa 21 miliardi di tonnellate di questi noduli. Metalli che servono a batterie, elettronica, infrastrutture energetiche e sistemi militari. Una sovrapposizione tra transizione energetica, sicurezza nazionale e competizione industriale che trasformare rocce rimaste per milioni di anni nell’oscurità degli abissi in una possibile risorsa strategica.

La nuova frontiera americana

Il 14 settembre il segreterario degli interni americano Doug Burgum ha dichiarato, durante un incontro con i ministri dell’Energia del G20, che i permessi per l’estrazione mineraria in acque profonde “potrebbero arrivare nelle prossime settimane o mesi”. Già nell’aprile 2025 Donald Trump aveva firmato un ordine esecutivo per accelerare l’esplorazione, l’estrazione e la lavorazione dei minerali dei fondali. L’obiettivo dichiarato dalla Casa Bianca è rafforzare le catene di approvvigionamento statunitensi e ridurre la dipendenza dall’estero, in particolare dalla Cina. È in questo scenario che Deep Sea Minerals, attraverso una controllata statunitense, ha chiesto di esplorare circa 147 mila chilometri quadrati della Clarion-Clipperton Zone. Per iniziare le attività dovrà però superare ulteriori passaggi regolatori e ambientali.

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Tra la promessa e la miniera c'è un abisso

Immaginiamo di scendere verso il fondale, la luce diventa sempre più fioca, mentre più in basso aumentano pressione e freddo. Dopo chilometri di discesa si raggiungono le pianure abissali sulle quali sono depositati i noduli. Per trasformarli in una fonte commerciale di minerali servirebbero grandi veicoli robotici capaci di muoversi sul fondo marino, raccogliere il materiale e inviarlo attraverso condotte verticali fino a una nave in superficie. Da lì i noduli dovrebbero essere trasportati verso impianti in grado di separarli e raffinarli. Una catena industriale che ancora non esiste su scala commerciale. In realtà quella raccontata da Bloomberg non è la prima corsa ai fondali. Già negli anni Settanta lo sfruttamento dei noduli sembrava vicino, ma le aspettative non si tradussero in un’industria. Cinquant’anni dopo lo scenario è diverso: i minerali critici sono diventati strategici e la competizione per il loro approvvigionamento è ormai anche geopolitica.

Ma chi stabilirà le regole? L’International Seabed Authority (ISA), istituita nell’ambito della Convenzione Onu sul diritto del mare, sta ancora negoziando il Mining Code che dovrebbe disciplinare lo sfruttamento commerciale dei fondali internazionali. Intanto, nella Clarion-Clipperton Zone si concentrano 17 dei 31 contratti di esplorazione rilasciati dall’Authority. Gli Stati Uniti, che non hanno ratificato la Convenzione, stanno procedendo con una propria legislazione. Due percorsi che aprono un tema più ampio: come governare una nuova frontiera economica che il diritto internazionale considera patrimonio comune dell’umanità?

I futuri possibili sotto l’oceano

Tra dieci o vent’anni potremmo guardare alla corsa iniziata oggi come al momento in cui l’industria mineraria ha cominciato a spostarsi dalla terraferma agli abissi. Oppure come all’ennesima promessa tecnologica rimasta troppo costosa, complessa e controversa per diventare un’industria. Tra questi due estremi esistono molti scenari intermedi: potrebbe nascere un settore minerario oceanico regolato a livello internazionale, nel quale robot e navi specializzate affiancheranno le miniere terrestri nell’approvvigionamento di metalli. Potrebbero invece emergere sistemi concorrenti, con Stati e blocchi geopolitici che applicano regole differenti all’accesso ai fondali. Oppure il quadro economico potrebbe cambiare prima ancora che le macchine arrivino negli abissi, grazie a nuove chimiche delle batterie, maggiore riciclo e sostituzione dei materiali. In un altro scenario, la risorsa più preziosa dei fondali potrebbe non essere rappresentata dai metalli, ma dagli ecosistemi che sceglieremo di preservare. Fin dove saremo disposti a spingerci per ottenere nuove risorse? Quali regole ci daremo per farlo? La prima grande miniera degli abissi non esiste ancora, ma la corsa per decidere se e come costruirla è già iniziata.

Copertina: NEOM/unsplash