L’insostenibile (e necessaria) dimensione del conflitto

Quali interrogativi si pongono dopo la fuoriuscita degli Stati Uniti dal teatro afgano e lo scoppio della deflagrante crisi umanitaria, sociale e culturale da un lato, vista anche la paralisi politica e diplomatica?

di Raffaele Iannuzzi

Lo spazio occupato è diventato il motore per accelerare il tempo di fuoriuscita da un modello di crisi della Storia. Il conflitto diventa insopportabile e ritorna la paura di non sostenere più quanto sino ad ora messo in campo. Come sostenuto di recente anche da ASviS “non abbiamo perso solo un conflitto militare ma abbiamo smarrito la visione del futuro, la tensione verso le libertà fondamentali e i diritti sulla quale si è costruita la civiltà moderna”.

Quando la memoria storica e le radici sono occasione di straniamento, l’Afghanistan, simbolo del conflitto senza più uscita di sicurezza, diventa l’emblema dell’insostenibile. Uscire si deve, allora, senza voltarsi indietro, anche a costo di ipotecare nuovi abissi esistenziali per chi, incolpevole, ha pagato il prezzo delle illusioni storiche a buon mercato. La Storia diventa polvere e in Afghanistan vale solo il pluralismo caotico delle fughe in avanti: Reinhart Koselleck avrebbe stabilito, a questo punto, la fine dell’edificio moderno della Storia e l’avvento del caos.

Lo storico tedesco Koselleck ha stabilito la data d’inizio della Storia come categoria astratta ed universale: la fine del XVIII secolo. In quel periodo la storia è passata dal plurale al singolare e il corso storico è diventato il combinato disposto delle ideologie. Il Novecento ha visto dispiegarsi il sabba ideologico più forsennato e i totalitarismi, di ogni ordine e grado, hanno mostrato il volto feroce del controllo politico della società, sino alla distruzione delle guerre, la forma più irreversibile di insostenibilità.

La modernità è nata con questi caratteri originali e il continuo travaso di categorie ed esperienze da un orizzonte ad un altro (ad esempio, dalla politica all’economia e ritorno) non ha ridotto il peso specifico di questo impianto. Fino a giungere all’età della tecnica che muove tutto e che da niente sembra essere scalfita. Il filosofo Maurizio Ferraris afferma oggi che, in realtà, non vi sia tecnica senza uomo e che di documanità sia riempita la sfera umana e sociale.

L’uomo usa la tecnica, ma non vi è angolo della terra che non sia predefinito dalla tèchne come “Gestell”, apparato, sistema-mondo. Salvo poi attaccarsi, come disperati viandanti in cerca dell’oasi cancellata dalla mappa, alla “complessità”. Che poi altro non è che il caos inscritto come ospite abituale dell’Hotel Abisso, immagine efficace del György Lukács degli anni Trenta. La complessità è metodo o “cosa in sé”? Strumento di analisi o destino intrascendibile?

Se scegliamo l’opzione dell’analisi sono stati commessi molti errori in Afghanistan ma la scelta di fondo, quella di esportare la democrazia, era ed è giusta. Il relativismo culturale su questo punto può essere tragico per l’Occidente. Discutiamo sul “come”. La guerra è solo uno strumento, vecchio e nefasto. Anche il “dialogo” fine a sé stesso però non è iniziativa alla lunga sostenibile.  

Un dialogo cosiffatto non corrisponde alla produzione di un novum all’altezza della situazione, semplicemente perché, come dai tempi di Platone, non si dà dia-logo senza dialettica. Ossia non c’è dia-logo senza conflitto. La particella “cum” con un raro “fligere” (sbattere contro, urtare) ci assicura di altro spostamento: non si dà dialogo senza sbattere contro l’altro, senza urtare il sacro intoccabile custodito dall’altro. Questo concetto forte che pone il conflitto come qualcosa di “inevitabile” e di fisiologico” trova spazio anche nell’ultima Enciclica del Pontefice (Fratelli Tutti 236-240) e viene ben rappresentato nel Quaderno pubblicato da ASviS che lega l’Enciclica Papale all’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030.

Chi dialoga non vuole evitare il conflitto ma lo dispone sul campo, per poi decostruirne le mosse più devastanti e inserire i tasselli utili per costruire il mosaico della “pace positiva”.   

La geo-politica, che non può che avere forma filosofica (e, dunque, correlarsi alla geo-filosofia), deve oggi ripensarsi alla luce di un obiettivo che può rappresentare la vera bussola per muovere verso la sostenibilità universale della coesistenza: il superamento “laborioso” del conflitto.  

di Raffaele Iannuzzi, giornalista pubblicista, saggista e professore di storia e filosofia. Esperto di storia delle relazioni internazionali e di geopolitica, da trent’anni studia il nesso Stato-società nell’età moderna, coinvolgendo anche la governance dei sistemi e la sostenibilità sociale ed ambientale.

Giovedì 09 Settembre 2021