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Indagine Censis-Confcooperative: entro dieci anni sei milioni di lavoratori a rischio per l’AI

In Italia +1,8% del Pil entro il 2035 grazie all’intelligenza artificiale, ma per alcune occupazioni c’è il rischio concreto di sostituzione. Colpite soprattutto le donne. Il nostro Paese è in ritardo: 25esimo nel mondo, dietro a 13 Paesi Ue. 

martedì 11 marzo 2025
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Da oggi al 2035 l’intelligenza artificiale potrebbe portare nelle casse italiane fino a 38 miliardi di euro, incrementando il Pil dell’1,8%. Ma sei milioni di lavoratori sono a rischio sostituzione, e nove milioni potrebbero vedere l’AI integrarsi nelle loro mansioni. A dirlo è lo studio “Intelligenza artificiale e persone: chi servirà chi?”, pubblicato il 4 marzo da Censis-Confcooperative, che ha provato a tracciare il rapporto presente e futuro tra mercato lavorativo e AI.

Quali sono le professioni più a rischio?

In cima alla lista, secondo lo studio, ci sono i lavori intellettuali automatizzabili (come contabili, tecnici bancari, statistici), mentre tra le professioni che vedranno una pesante integrazione con l’AI si contano avvocati, magistrati e dirigenti. E il grado di esposizione alla sostituzione e alla complementarità aumenta con il livello di istruzione.

Tra i lavoratori a basso rischio, sei su dieci non raggiungono infatti il grado superiore e solo il 3% possiede una laurea. Mentre per i lavoratori ad alta esposizione la situazione si ribalta: circa la metà (54%) ha un’istruzione superiore e il 33% un diploma di laurea. Tra gli impiegati che non verranno sostituiti, ma solo affiancati nei processi produttivi, il 59% possiede una laurea e il 29% un diploma.

Dati che pesano, soprattutto sulle dinamiche di genere. Le donne hanno in media un grado di istruzione superiore rispetto agli uomini. Dai dati Censis-Confcooperative risulta perciò che più della metà delle persone ad alto rischio di sostituzione sono donne (54%), percentuale che si alza al 57% per le occupazioni che subiranno un’integrazione.

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Secondo il Rapporto, il mondo delle imprese utilizza gli algoritmi soprattutto per l’analisi predittiva e la sicurezza informatica. Difficoltà nell’integrazione dei sistemi e nel reperimento di figure professionali specializzate.

Italia in ritardo

In questa corsa allo sviluppo, il nostro Paese resta indietro rispetto al resto dell’Europa: secondo il Government AI readiness index 2024, l’Italia è al 25esimo posto nel mondo, dietro a 13 Paesi europei. Nel 2024, solo l’8,2% delle imprese nostrane ha utilizzato l’AI, contro una media Ue del 13,5% (e picchi del 19,7% in Germania). Nel biennio 2025-2026 le aziende italiane prevedono di investire di più in beni e servizi legati all’AI. Ma dove? Il settore informatico si trova ai piani alti della classifica (55%), mentre la ristorazione in fondo (1,4%).

L’arretramento dell’Italia è un effetto degli investimenti insufficienti nei settori di ricerca e sviluppo. Parliamo dell’1,33% del Pil, rispetto alla media continentale del 2,33%. L’Ue ha l’obiettivo di arrivare al 3% nel 2030, una soglia superata dalla Germania (che sta già a quota 3,15%), mentre la Francia resta per ora al 2,18%.

La notizia positiva è che, investimenti o meno, in molti l’AI stanno già cominciando a usarla. Secondo l’indagine Censis, il 20-25% degli impiegati la utilizza, principalmente per i seguenti compiti: stesura di rapporti (25%), messaggi (24,6%), email (23,3%) e creazione di curriculum (18,5%). E più si abbassa l’età più i numeri aumentano.

Ultimo dato: lo studio Censis-Confcooperative stima che entro il 2030 il 27% delle ore lavorate in Europa sarà automatizzato. Capire come questo si integrerà nel mondo del lavoro è la domanda che tutti ci facciamo.

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Copertina: Nastuh Abootalebi/unsplash