Una nuova ricerca mostra gli effetti devastanti del cambiamento climatico sul surf
Oltre tre quarti degli spot più famosi al mondo sono ad alto rischio a causa dell’innalzamento dei mari e dello sviluppo costiero. Tutelare quei luoghi significa anche proteggere gli equilibri naturali delle coste.
di Lorenzo Alberto Giuliani
Per milioni di persone, il surf rappresenta uno sport e una forma di identità condivisa; per alcune località costiere, anche una risorsa economica. Eppure, gli ambienti che ospitano la pratica del surf sono tra quelli più esposti agli effetti del cambiamento climatico. Lo rivela lo studio Globally significant surf breaks are vulnerable to climate change, pubblicato recentemente su Climatic Change, che analizza la vulnerabilità di 57 spot situati in otto diversi Paesi e selezionati tra quelli riconosciuti come World Surfing Reserves (riserve mondiali).
I risultati indicano che l’89% degli spot presi in considerazione presenta un rischio medio o alto legato alla resilienza costiera, il 79% è sensibile all’innalzamento del livello del mare e il 75% alle modifiche nella composizione del substrato. Queste percentuali si riferiscono a fattori di vulnerabilità che possono sovrapporsi nella stessa località e non significano che questi spot siano destinati a scomparire, ma aiutano a individuare le priorità per la loro tutela. Tra le località minacciate figurano Noosa in Australia, Santa Cruz in California, Croyde Beach nel Regno Unito e Oriente Salvaje in El Salvador.
I ricercatori, utilizzando il protocollo di valutazione della vulnerabilità climatica Surfcat (Surf break vulnerability to climate change assessment tool), e coinvolgendo esperti locali per individuare i fattori di rischio e le priorità di gestione, hanno esaminato elementi quali la sensibilità alle maree, le variazioni dei sedimenti, la resilienza della costa, le caratteristiche del fondale e la pianificazione delle infrastrutture.
Già nel 2023 il ricercatore Dan R. Reineman aveva affrontano il problema da un’altra prospettiva con l’analisi The Impacts of Climate Change on Surfing Resources, analizzando i fenomeni fisici attraverso cui il cambiamento climatico può modificare le onde surfabili.
Sadrpour e Reineman esaminarono la letteratura scientifica per ricostruire i processi che permettono alle onde di formarsi in mare aperto, propagarsi per centinaia di chilometri e infrangersi sulla costa, teorizzando come i cambiamenti atmosferici possano modificare i regimi delle onde e delle correnti, mentre l’innalzamento del livello del mare, l’erosione e la sedimentazione siano in grado di alterare la relazione tra profondità dell’acqua e conformazione del fondale, compresi i banchi di sabbia da cui dipendono molti spot.
L’innalzamento del mare non comporta soltanto il rischio di inondazione e perdita di spiaggia, ma può cambiare anche il modo in cui le onde si propagano e frangono: nei luoghi in cui le condizioni ottimali dipendono da una specifica combinazione di marea, profondità e geometria del fondale, variazioni anche limitate possono modificare la qualità delle onde.
Gli interventi umani, in secondo luogo, possono incidere su questi equilibri con barriere e altre opere realizzate per proteggere edifici e strade dalle mareggiate, alterando il frangimento delle onde, il movimento dei sedimenti e la capacità delle spiagge di adattarsi naturalmente in autonomia.
Le conclusioni mostrano che il futuro di molti spot dipenderà dall’interazione tra mutamenti oceanografici, caratteristiche dei fondali e gestione delle coste.
La ricerca evidenzia inoltre il valore della conoscenza di chi frequenta questi luoghi da anni. L’esperienza dei surfisti, attenti ai cambiamenti delle maree, dei banchi di sabbia e delle mareggiate favorevoli, integra la valutazione scientifica condotta con Surfcat. Dall’incontro tra osservazione locale e analisi scientifica possono nascere strategie di salvaguardia mirate, adatte alle caratteristiche di ogni costa.
Proteggere uno spot, dunque, non significa soltanto preservare un’onda, ma anche il sistema naturale che la rende possibile e il patrimonio culturale e umano che vi si è sviluppato.
Conoscerne la vulnerabilità è il primo passo per tutelare questi luoghi, affinché il cambiamento climatico e gli interventi umani non compromettano equilibri costieri costruiti nel corso dei secoli.