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Fondazione Gates: il mondo del 2045 sarà meno povero, ma i divari resteranno profondi

Le previsioni del Goalkeepers Report 2026: “I prossimi 18 mesi determineranno se l’AI diventerà la peggiore ingiustizia o il più grande strumento di uguaglianza della storia”

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Nel 2045 il mondo sarà più ricco, più istruito e moriranno meno bambini. Sarà però ancora profondamente diseguale. Un giovane dell’Africa subsahariana avrà in media tre anni di istruzione in meno rispetto a un coetaneo dei Paesi ad alto reddito. Quasi 900 milioni di persone vivranno ancora in povertà estrema e oltre tre milioni di bambini moriranno ogni anno per malattie che oggi sappiamo già come prevenire. È il futuro che emerge dalle proiezioni del Goalkeepers report 2026 della Gates Foundation.

Dall’inizio del secolo le morti infantili si sono dimezzate, la povertà estrema è diminuita e sono calati significativamente i decessi per Hiv, tubercolosi e malaria. I progressi sono stati enormi, ma seguendo le tendenze attuali le distanze tra ricchi e poveri resteranno ampie ancora per decenni. Le proiezioni al 2045 mostrano quanto. Come si vede qui sotto, in Africa subsahariana un giovane adulto avrà in media 11 anni di istruzione, rispetto ai 14 nei Paesi ad alto reddito.

Quasi 900 milioni di persone vivranno con meno di tre dollari al giorno e la povertà estrema sarà sempre più concentrata nei Paesi a basso reddito. Oltre tre milioni di bambini sotto i cinque anni continueranno a morire ogni anno per cause prevenibili.

Gli effetti dell’AI

Al centro del Rapporto di quest’anno c’è una domanda: l’intelligenza artificiale contribuirà a ridurre le disuguaglianze oppure finirà per rafforzarle? Per gli analisti di Bill Gates la risposta dipende dalle scelte di oggi. L’AI si sta diffondendo più rapidamente delle precedenti tecnologie digitali e a determinarne lo sviluppo saranno soprattutto le dinamiche di mercato, i primi a beneficiarne saranno le persone e le istituzioni con maggiore capacità di spesa. Il Rapporto Gates considera i prossimi 12-18 mesi una finestra decisiva per stabilire come l’AI verrà costruita, finanziata e distribuita. La tecnologia, insomma, può diventare uno strumento per ridurre le distanze, ma non lo farà automaticamente.

In Africa subsahariana c’è circa un medico ogni 2mila persone, contro meno di 200 persone per medico nei Paesi ad alto reddito. Per avvicinarsi a quel livello di accesso servirebbero oltre due milioni di medici in più. L’AI, nella prospettiva indicata da Gates, può affiancare il personale sanitario permettendogli di accedere più rapidamente a informazioni, diagnosi e indicazioni terapeutiche. A Nairobi questa possibilità è già in sperimentazione. Nelle cliniche Penda Health un sistema di IA offre indicazioni in tempo reale su diagnosi e dosaggi, mentre la decisione resta al personale sanitario: l’accuratezza diagnostica è aumentata di 16 punti percentuali. In Sierra Leone l’esperimento si sposta nelle aule. Un test di otto settimane condotto in 12 scuole con Gemini Guided Learning ha registrato in matematica progressi equivalenti fino a 1,7 anni di apprendimento tipico.

In India arriva invece nei campi. Il servizio pubblico MahaVISTAAR fornisce a oltre 740mila agricoltori informazioni localizzate su colture, meteo e parassiti nelle lingue locali. Il rapporto racconta il caso di Annapurna Devi che, dopo aver fotografato una foglia malata di una pianta di banano, ha ricevuto dal sistema una diagnosi e le indicazioni per il trattamento, applicato entro 48 ore.

Sono esperienze ancora circoscritte e i loro risultati non possono essere generalizzati. Mostrano però con molta concretezza il ruolo che il rapporto immagina per l’AI: mettere conoscenze e strumenti nelle mani di chi già lavora sul territorio.

Il rischio di una nuova disuguaglianza digitale

C’è però un problema di partenza: anche l’intelligenza artificiale nasce dentro le disuguaglianze esistenti. Oltre il 90% dei dati utilizzati per addestrare i primi grandi modelli linguistici proveniva da fonti in inglese. Nei principali sistemi di riconoscimento vocale il tasso di errore è inferiore al 6% in inglese, mentre in yoruba supera il 60%. In Africa si parlano più di 2mila lingue. Uno strumento può quindi essere molto efficace in una parte del mondo e funzionare molto peggio proprio nei luoghi in cui potrebbe colmare le maggiori carenze di accesso a servizi e conoscenze.

Per evitare che accada, il Goalkeepers Report individua tre condizioni:

    1. far funzionare gli strumenti di AI nelle lingue parlate dalle persone, includendo dialetti, accenti e modi di esprimersi;
    2. costruire i sistemi su dati locali e sulle condizioni concrete in cui saranno utilizzati, dalla disponibilità dei farmaci alle colture, dal clima ai percorsi di apprendimento;
    3. investire nelle persone e nell’accesso, formando competenze locali e rendendo disponibili modelli e capacità di calcolo anche nei Paesi che oggi ne dispongono meno.

Le comunità che hanno più da guadagnare dall’AI, sostiene il Rapporto Gates, devono quindi poter partecipare anche al modo in cui viene progettata e utilizzata, formando professionisti capaci di valutarla, adattarla e governarla. “L’ingegno umano non dovrebbe mai essere sostituito”, scrive Gates.
È forse la frase che sintetizza meglio il futuro tecnologico immaginato dal rapporto: un’AI che affianchi chi cura, insegna e coltiva, facendo arrivare conoscenze e strumenti dove oggi arrivano con maggiore difficoltà. Il 2045 descritto dal Goalkeepers Report sarà migliore del mondo di oggi. Quanto sarà anche più equo dipenderà, secondo Gates, dalle scelte che iniziamo a fare adesso.

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