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La Cina ha un problema oltre la denatalità: una generazione che non crede più nel futuro

Nel 2025 le nascite in Cina sono scese sotto gli otto milioni. Mentre i demografi discutono sui numeri reali della popolazione, cresce il disagio di una fascia di giovani che mette in discussione il livello di competizione, carriera e famiglia del Paese.

mercoledì 24 giugno 2026
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Nel 1971 la Cina riteneva di avere troppi abitanti. La popolazione era stimata attorno agli 850 milioni di persone e il Partito Comunista Cinese avviò una vasta campagna di controllo delle nascite, che negli anni successivi avrebbe portato alla politica del figlio unico. Nel 2016, con una popolazione ufficiale salita a 1,38 miliardi di persone, quella politica venne abolita. Cinque anni più tardi, quando il conteggio ufficiale aveva raggiunto 1,41 miliardi, Pechino introdusse addirittura la politica dei tre figli. In mezzo c’è una domanda che continua ad alimentare il dibattito tra studiosi e demografi: come può un Paese passare dalla paura della sovrappopolazione alla paura dello spopolamento mentre la popolazione ufficiale continua a crescere?

Fonte: rielaborazione Futura Network da Lei’s Soaring Notes (YouTube), sulla base di dati ufficiali del National Bureau of Statistics of China.

La questione è diventata ancora più evidente nel 2025. Le nascite sono scese a 7,92 milioni, il numero più basso dalla fondazione della Repubblica Popolare. I decessi hanno superato gli 11 milioni e la popolazione è diminuita per il quarto anno consecutivo.

Il grande declino demografico

Su un punto gli studiosi concordano: la Cina sta vivendo una trasformazione demografica profonda e accelerata. Le nascite si sono più che dimezzate nell’ultimo decennio, la popolazione in età lavorativa continua a ridursi e gli over 60 rappresentano ormai oltre il 23% del totale.

Più controversa è invece la questione del numero reale degli abitanti. Secondo un’analisi pubblicata dal canale indipendente Lei’s real talk, condotto dalla creator cinese-americana Lei, alcuni demografi ritengono che la popolazione cinese sia stata sovrastimata per anni e che il totale effettivo possa essere inferiore a quello dichiarato da Pechino. L’entità di questa eventuale sovrastima resta però oggetto di discussione. Alcuni studiosi parlano di uno scarto molto ampio, mentre altri ritengono che le prove disponibili non consentano conclusioni definitive. Una certezza emerge comunque da tutte le analisi: la crisi demografica cinese non è iniziata negli ultimi anni. Le sue radici affondano in un declino delle nascite che prosegue da decenni.

Shanghai, il centro economico più ricco della Cina, conta quasi 25 milioni di abitanti. Nel 2025 ha registrato circa 107 mila nascite e oltre 164 mila decessi, con un saldo naturale negativo di circa 57 mila persone. Il tasso di natalità è sceso a 4,31 nascite ogni mille abitanti, inferiore a quello registrato in molti Paesi che da anni affrontano una grave crisi demografica. La popolazione ha continuato a crescere grazie all’arrivo di oltre 100 mila migranti provenienti da altre aree del Paese.
Il dato è significativo perché arriva dalla città che più di ogni altra ha beneficiato dello sviluppo economico cinese. Se prosperità e reddito fossero sufficienti a invertire il declino delle nascite, Shanghai dovrebbe essere uno dei luoghi più dinamici dal punto di vista demografico. I numeri raccontano una realtà diversa.

Il cambiamento emerge anche osservando la struttura delle famiglie a livello nazionale. Secondo l’indagine sulla popolazione pubblicata nel 2026, la dimensione media dei nuclei familiari è passata da 4,41 persone nel 1982 a 2,52. In poco più di quarant’anni la famiglia cinese ha perso quasi due componenti.

Fonte: ibidem

Una dinamica che ricorda quella della Corea del Sud, oggi tra i Paesi con la più bassa fertilità al mondo, e che conferma quanto il cambiamento demografico stia modificando profondamente la società cinese. La questione, però, non riguarda soltanto quanti cinesi ci siano oggi. Riguarda soprattutto quanti giovani sceglieranno di costruire una famiglia domani.

Quando i giovani smettono di crederci

I numeri raccontano soltanto una parte della storia. L’altra emerge dai social media e dal linguaggio con cui molti giovani cinesi descrivono la propria condizione. Negli ultimi anni si sono succeduti slogan, hashtag e fenomeni virali che raccontano la stessa inquietudine con parole diverse. Alcuni sono stati limitati o censurati dalle autorità, altri hanno semplicemente perso forza nel tempo. A sostituirli è arrivata ogni volta una nuova definizione.

Nel 2021 diventò virale Tang Ping (lying flat, “sdraiarsi”). Nato da un breve post pubblicato online, esprimeva il rifiuto della competizione permanente: niente corsa alla carriera, niente acquisto della casa, niente matrimonio come obbligo sociale, niente figli per conformarsi alle aspettative collettive. Per comprendere la diffusione di questi fenomeni occorre guardare anche alla cultura del lavoro che ha accompagnato la crescita economica cinese. Come racconta questo podcast su YouTube, per anni il modello simbolo è stato il cosiddetto 996: lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni alla settimana. Per milioni di persone quel ritmo rappresentava il prezzo da pagare per migliorare la propria condizione economica e sociale. Una parte delle nuove generazioni guarda oggi a quel modello con crescente scetticismo.

Negli anni della pandemia e della politica Zero Covid si diffuse Bai Lan (let it rot, “lasciar marcire”). Il messaggio era ancora più disilluso. Molti giovani descrivevano la sensazione che l’impegno individuale non fosse più sufficiente per migliorare la propria condizione economica e sociale.

Nel 2023 emerse il fenomeno dei Full-Time Children, i “figli a tempo pieno”: giovani laureati che tornano a vivere con i genitori e ricevono un sostegno economico per occuparsi della famiglia, accompagnare i nonni alle visite mediche o gestire attività domestiche. Una scelta che ribalta l’idea tradizionale del percorso verso l’autonomia economica e familiare. Secondo alcune stime, nel 2023 i Full-Time Children erano circa 16 milioni.

Nel 2024 prese piede un’altra definizione: Rat People, il “popolo dei topi”. Video e racconti mostrano giovani che trascorrono gran parte della giornata chiusi in casa o a letto, lontani dalla pressione della competizione sociale.

Questi fenomeni si sono sviluppati in un contesto economico complesso. A rendere il fenomeno ancora più significativo è anche la riduzione numerica delle nuove generazioni. Secondo i dati ufficiali, i cinesi tra i 20 e i 29 anni sono passati da 229 milioni nel 2015 a 149 milioni nel 2024, scendendo dal 16,65% al 10,56% della popolazione totale.

Fonte: ibidem

Nel 2023 la disoccupazione giovanile ufficiale ha superato il 21%. Successivamente le autorità hanno modificato la metodologia di calcolo, riportando il dato attorno al 16%. Ogni anno circa 12 milioni di laureati si affacciano sul mercato del lavoro. Per molti di loro il titolo di studio non rappresenta più una garanzia di mobilità sociale. È qui che la questione demografica incontra quella culturale: diminuiscono i giovani e si indebolisce la fiducia che studio, lavoro e impegno possano garantire una vita migliore.

Il lavoro che manca e quello che cambia

I segnali della trasformazione sono visibili anche nel mondo produttivo. Uno studio condotto in quindici grandi cantieri navali cinesi ha evidenziato una crescente difficoltà nel ricambio generazionale. Pur operando in un settore che controlla circa il 70% degli ordini mondiali di nuove navi, le aziende faticano ad attrarre giovani lavoratori. L’età media degli operai supera i quarant’anni e molti under 35 considerano questi impieghi come occupazioni temporanee, poco compatibili con le proprie aspettative.

Accanto al problema del ricambio generazionale emerge una tensione nuova, legata all’intelligenza artificiale. Nell’aprile 2026 la ventiseienne Koki Xu, product manager AI di Pechino, ha pubblicato su GitHub uno strumento progettato per contrastare la cosiddetta “distillazione” del lavoro umano. In alcune aziende ai dipendenti viene chiesto di documentare in modo dettagliato attività, procedure e processi decisionali affinché queste informazioni possano essere utilizzate per addestrare agenti di intelligenza artificiale capaci di replicarne le competenze. Per alcuni dipendenti, compilare questa documentazione significa contribuire alla costruzione del proprio doppio digitale. Il software sviluppato da Xu altera deliberatamente le informazioni destinate ai sistemi di AI e prevede tre livelli di intervento, dal più discreto al più aggressivo, in base al grado di controllo esercitato dall’azienda.

Al di là dell’episodio, il successo dell’iniziativa racconta una preoccupazione crescente sul futuro del lavoro e sul rapporto tra competenze umane e automazione. Demografia, occupazione e tecnologia finiscono così per intrecciarsi nella stessa storia. Mentre diminuiscono i giovani disponibili a entrare nel mercato del lavoro, cresce il timore che una parte delle competenze umane possa essere trasferita alle macchine. Due fenomeni diversi che contribuiscono a ridefinire il rapporto tra lavoro e futuro.

Guarda i video:
Lei’s Real Talk

Business Basic

Copertina: Javier Quiroga/unsplash