Manifesto etico della scrittura con l’AI: la competenza più antica al centro
Con l’articolo 50 dell’AI Act la responsabilità editoriale entra nel diritto europeo. Il Manifesto etico propone dieci principi per chi scrive con l’AI, da una competenza antica: esprimersi con chiarezza.
di Fulvio Julieta
Quali competenze serviranno per lavorare con l’intelligenza artificiale? È una domanda che accompagna molte conversazioni di lavoro, e a cui le persone rispondono, comprensibilmente, indicando che cosa fare: imparare a usare i programmi, formulare richieste efficaci ai modelli, seguire i corsi, tenersi aggiornati sulle novità. Sono risposte pratiche e utili, che suggeriscono subito un’azione, e tutte guardano nella direzione delle macchine.
A questa domanda risponde da un’altra direzione il Manifesto etico della scrittura con intelligenza artificiale, dieci principi per chi scrive con l’aiuto dell’AI, elaborati da un comitato promotore di persone che lavorano con la scrittura. La direzione è quella che le risposte più comuni non considerano: il linguaggio.
Le risposte guardano alle macchine, il linguaggio resta fuori
È curioso, ma il linguaggio, la tecnologia più antica di cui disponiamo, rimane fuori, eppure è quella su cui poggiano anche le più recenti. Chi usa un modello linguistico, il sistema che genera testo a partire da una richiesta, lavora con parole: le fornisce e le riceve. Un’istruzione (il cosiddetto prompt) produce un risultato diverso se precisa anziché vaga, e la precisione dipende dalla capacità espositiva di chi la formula, che a sua volta poggia sulla chiarezza del pensiero e degli obiettivi: sapere che cosa si vuole dire, a chi e perché.
La domanda sulle competenze, così posta, guarda alle macchine, che però cambiano ogni pochi mesi. Il linguaggio invece cambia con un ritmo molto più lento, e resta ciò con cui ciascuno rende chiaro il proprio pensiero e ciò che vuole ottenere, che si tratti di un modello AI, di un collega o di chi legge.
Resta l’obiezione più immediata: se un modello capisce già il nostro linguaggio, perché migliorare nel linguaggio? La risposta ha due parti. Un modello capisce le parole che riceve, ma non conosce l’obiettivo di chi le sceglie: la chiarezza su ciò che si vuole ottenere resta a carico di una persona. L’altra parte sta in ciò che nasconde la scorrevolezza con cui il modello si esprime. Una risposta formulata benissimo può contenere un riferimento bibliografico completo di autore, titolo e anno che non esiste, un libro attribuito a chi non l’ha scritto, un tono più sicuro di quanto i fatti consentano. Può anche sostenere idee che chi la usa non pensa. Chi le porta in una riunione, in una mail o in una pubblicazione ne risponde comunque, anche quando ottenute in pochi istanti, già ben formulate. Su questo punto si fondano i principi del Manifesto sulla verifica e sulla firma.
I due momenti in cui il linguaggio conta
Quando la prima stesura di una risposta arriva in un attimo, il lavoro delle persone si concentra in due momenti, prima e dopo. Prima c’è la richiesta, che mette alla prova quanto è chiaro l’obiettivo: chi non sa dire che cosa vuole ottenere e da chi sarà letto o ascoltato riceve risposte ben formulate e fuori bersaglio. Dopo c’è la lettura critica, che richiede la stessa chiarezza: per riconoscere ciò che manca o stona bisogna sapere che cosa si cercava. A questo secondo momento appartiene anche la verifica delle fonti e dei fatti, che il Manifesto pone fra i suoi principi: chiarezza e controllo lavorano insieme.
Sono due esercizi di linguaggio, prima che di tecnologia. La capacità espositiva consiste nell’ordinare un pensiero perché altri, persone o modelli, possano seguirlo; la chiarezza negli obiettivi nel distinguere ciò che si desidera da ciò che si è abituati a chiedere. Nessuna delle due arriva con un aggiornamento del programma, e si allenano come sempre: provando a spiegare un’idea, ascoltando le obiezioni, riformulando.
La competenza che servirà somiglia dunque poco a un elenco di funzioni e molto a una pratica antica. Le funzioni cambieranno con le versioni; la chiarezza di pensiero e di obiettivi continuerà a servire a chi dirige un gruppo, a chi insegna, a chi segue un cliente, ogni volta che un’idea deve passare da una testa a un’altra, o da una persona a un modello.
L’articolo 50 dell’AI Act e la responsabilità di ciò che si firma
La responsabilità di ciò che si firma è entrata anche nel diritto europeo. Dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 dell’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, chiede una dichiarazione a chi pubblica un testo generato o manipolato con un sistema di AI per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Fa eccezione il testo che ha avuto una revisione umana o un controllo editoriale, e per il quale una persona, fisica o giuridica, detiene la responsabilità editoriale.
La norma indica il criterio, la responsabilità editoriale, e ne affida l’esercizio alle scelte di ciascuno: ciò che si accoglie e ciò che si scarta, le fonti controllate, quanto del pensiero finale appartiene a chi firma. Per chi scrive con l’aiuto dell’AI, la responsabilità di ciò che pubblica ha ora anche un riferimento nel diritto.
Dal criterio ai principi: il Manifesto etico della scrittura con intelligenza artificiale
Al criterio che la norma indica, e al modo di esercitarlo nel lavoro quotidiano, si rivolgono i principi del Manifesto. L’hanno elaborato persone con professioni diverse, tra cui giornalisti, editor, formatori, esperti di comunicazione e un avvocato specializzato in diritto digitale, accomunate dal lavorare ogni giorno con il linguaggio, nella sua forma scritta. Tra i principi figurano la verifica delle fonti e dei fatti, il giudizio critico sulle parole generate dai modelli, la firma di chi pubblica.
Il Manifesto offre dieci riferimenti per far nascere un pensiero in chi scrive, da declinare nel proprio lavoro. I principi restano gli stessi in luoghi diversi, e cambia ciò che è in gioco. A scuola in gioco c’è l’apprendimento di chi studia, in editoria l’attendibilità, l’originalità e le aspettative di un lettore, in un’azienda i dati riservati e le conseguenze per clienti e colleghi. Ovunque la responsabilità si esprime nel modo di lavorare: si controllano le fonti, si valutano le alternative, la firma arriva dopo le scelte.
Alessandra Perotti, writer coach, editor e autrice, co-promotrice del Manifesto, descrive così ciò che sta cambiando nella scrittura: «Scrivere correttamente diventerà facile. Avere qualcosa da dire continuerà a essere difficile.»
Alle competenze per lavorare con l’intelligenza artificiale si può allora aggiungere la più antica: esprimersi con chiarezza, che vuol dire sapere che cosa si ha da dire, perché e a chi, e rispondere di ciò che si firma.
Il Manifesto si può leggere, scaricare in PDF, stampare e condividere a partire dal sito manifestoetico.it. Chi lo desidera può anche firmarlo.
di Fulvio Julita, promotore del Manifesto etico della scrittura con intelligenza artificiale