Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Un museo che allena i futuri: da A World of Potential alla Piazza sul Futuro di Napoli

I musei possono diventare agenti attivi di anticipazione: non archivi del passato, ma palestre del possibile. Se ne discuterà il 24 settembre, presso il Complesso Donnaregina, all'evento organizzato da Ecosistema Futuro. Iscrizioni aperte.

lunedì 7 settembre 2026
Tempo di lettura: min

Il comitato organizzatore della Fondazione Italian Institute for the Future ha deciso di unire i diversi interventi che riguardano il futuro dei musei e dei beni culturali in un evento speciale in programma giovedì 24 settembre a Napoli, in apertura al Convegno di Futures Studies 2026, presso il Complesso di Donnaregina. Avrà luogo una tavola rotonda in memoria di Michele Lanzinger — l’ex direttore del MUSE di Trento che fino agli ultimi mesi ha lavorato all’idea di un Museo dei Futuri italiano. Non un panel classico con slide e tempi contingentati, ma una conversazione plenaria e aperta al pubblico, dal titolo “Il museo del futuro, il futuro del museo”, inserita in una giornata pensata come laboratorio collettivo: al mattino una masterclass di Bill Sharpe sui Three Horizons, nel pomeriggio una “Piazza sul Futuro” — il formato di Ecosistema Futuro di ASviS — dedicata proprio a “Progettare il museo del futuro”, con gruppi di lavoro e restituzioni condivise prima della tavola rotonda serale.

È una preziosa occasione per portare in una sede pubblica una domanda che da qualche tempo sta attraversando il mio lavoro: che cosa succede quando un museo smette di essere solo un luogo che custodisce il passato e comincia a funzionare come un laboratorio che sollecita la costruzione condivisa di immagini di futuri?

A World of Potential, l’esperienza immersiva ospitata a The Home of The Human Safety Net a Venezia, è un caso che permette di rispondere concretamente. Nasce come percorso dedicato alla consapevolezza personale: i visitatori esplorano i propri punti di forza caratteriali — nel linguaggio della psicologia positiva di Peterson e Seligman — e imparano a riconoscerli anche negli altri, passando dall’idea astratta di “possedere” una qualità all’esperienza concreta di metterla in gioco. Pur non essendo stata pensata, nella sua formulazione originaria, come un dispositivo di futures literacy (la forma di alfabetizzazione ai futuri che l’Unesco promuove e riconosce fin dal 2012 come competenza strategica, dispositivo di emancipazione e libertà per la cittadinanza), la sua struttura ha implicazioni anticipatorie fortissime: il visitatore è invitato a immaginare che cosa diventa possibile quando i punti di forza sono riconosciuti, connessi, mobilitati. È un movimento che accompagna la postura umana dall’egosistema all’ecosistema — e che rappresenta, di fatto, un prerequisito essenziale della futures literacy stessa. Nessuno può immaginare futuri desiderabili percependosi come passivo, impotente o isolato dal punto di vista cognitivo e relazionale.

C’è un concetto, inoltre, che aiuta a mettere a fuoco perché questo passaggio non sia solo suggestivo ma necessario. Paulo Freire lo chiamava "inedito possibile": lo spazio aperto tra ciò che è e ciò che può ancora diventare, il “non ancora reale” che si svela solo attraverso assunzione di consapevolezza e azione trasformatrice.

È un’attitudine di radicale (R)esistenza pedagogica, per ‘ribellarsi’ e tornare a svelare la bellezza intorno a noi, in cui i futuri diventano campi di possibilità generative, che dipendono dalla nostra capacità di immaginare, agire e cambiare il presente.

La futures literacy, in fondo, è una pratica che aiuta proprio a riconoscere e frequentare l’inedito possibile: ci offre strumenti per intercettare prospettive, per comprendere che il futuro è plurale, che esistono futuri preferibili, plausibili, probabili e possibili e che non sono predefiniti (colonizzati), ma possono essere co-costruiti grazie ai potenziali umani compresi nell’intelligenza collettiva. È l’alfabetizzazione ai futuri che ci permette di trasformare il “non ancora reale” di Freire in campo operativo, in spazio immaginabile, narrabile, coltivabile. Accendere lo sguardo su futuri plurali significa prendere le distanze dal futuro unico, lineare, inevitabile e, invece, sentire sulla pelle che il domani è un territorio ricco di sentieri non ancora tracciati, di “utopie possibili”. Imparare a riconoscere l’inedito significa anche sospendere l’automatismo del presente, il suo “è così e sempre sarà così”. È un gesto coraggioso: un atto “rEvoluzionario” di decostruzione, di resistenza dolce e radicale. Se non siamo noi a pensare ai nostri futuri, qualcuno lo farà al posto nostro. In questa prospettiva, l’educazione permanente diventa un laboratorio di riapertura: un luogo in cui possiamo allenarci a immaginare insieme ciò che ancora non esiste. Immaginare è una forza generativa. È pratica politica. È gesto e risorsa collettiva di produzione di mondi: ImmaginAzione.

Ma perché l’inedito possa davvero essere immaginato, non basta che esista in teoria: deve anche essere desiderabile e raggiungibile da chi lo immagina. È il punto su cui insiste l’antropologo Arjun Appadurai con la sua idea di capacità di aspirare: le aspirazioni non sono preferenze individuali distribuite equamente, ma capacità culturalmente formate — e quindi diseguali fra classi e ceti sociali. Chi ha avuto meno occasioni di esplorare contesti, linguaggi, possibilità possiede una mappa più povera da cui attingere per immaginare i futuri, individuali e collettivi; e non è un caso che la povertà estrema sia spesso anche povertà di senso del futuro. Quando vengono meno visione, aspirazione, senso di possibilità, si indebolisce anche la motivazione ad apprendere e l’investimento nel proprio percorso educativo. A World of Potential interviene esattamente qui: aiutando i fruitori a riconoscere e connettere i propri punti di forza, allarga concretamente la mappa da cui ciascuno può attingere per immaginare — mette a disposizione, cioè, gli ingredienti stessi della capacità di aspirare, prima ancora che i possibili contenuti per orientare ai futuri.

Se poi si guarda alla mostra insieme alla programmazione educativa della Home in cui si sottolinea che tutti, qualsiasi cosa accada nella vita, dovrebbero avere la possibilità di sviluppare il proprio potenziale - i workshop e i laboratori sulla futures literacy, l’immaginazione creativa, il gioco, i giovani changemaker -, il quadro si completa: prende forma un vero e proprio “Living Lab”, “Dal Potenziale ai Futuri”, uno spazio in cui i punti di forza del carattere, la fiducia, l’apprendimento collaborativo e la futures literacy convergono per sostenere la fioritura personale, relazionale e sociale. In questo senso il museo diventa una bussola per la vita, un’infrastruttura culturale che connette i futuri individuali (ciò che posso fare ) ai futuri sociali (ciò che possiamo fare, e ciò che le nostre scelte di oggi generano per chi verrà dopo di noi). I futuri, qui, non sono esibiti come previsione: sono attivati attraverso il potenziale.

È lo stesso filo che, in un certo senso, lega questo lavoro all’eredità di Michele Lanzinger e alla rete dei Musei dei Futuri che ICOM Italia e ASviS stanno costruendo in Italia: l’idea che i musei possano diventare agenti attivi di anticipazione, non archivi del passato ma palestre del possibile - coerenti con il paradigma del “buon antenato” di Krznaric, con la responsabilità del longpath di Wallach, con l’invito a percepire il presente come long now, secondo la ‘formula’ proposta da Brian Eno.

In questo senso il museo assomiglia più a un’ostetrica che a un archivio. John Dewey scriveva che la democrazia “deve rinascere nuovamente a ogni generazione, e l’educazione è la sua ostetrica”: non la genera dal nulla, ma ne accompagna e favorisce l’emergere. Lo stesso si può dire della capacità di aspirare e dell’inedito possibile freiriano — nessun museo può 'installarli' direttamente in un visitatore, ma può creare le condizioni perché vengano alla luce, allenando fiducia, agentività, senso di connessione con gli altri. È questa, forse, la funzione più radicale che un Museo dei Futuri può assumere.

Ne parleremo il 24 settembre a Napoli, in una discussione aperta e senza il rigore un po’ rigido dei convegni tradizionali. Chi fosse in zona, o semplicemente curioso, è benvenuto: la partecipazione è gratuita.

Per info e registrazione:

https://www.instituteforthefuture.it/piazza-sul-futuro-napoli-24-settembre-progettare-il-museo-del-futuro/